RASSEGNA STAMPA

30 AGOSTO 2002
MICHELE PERRIERA
Il destino coraggioso celato nella filosofia
I libri di filosofia, secondo una tradizione che ha rare ma prestigiosissime eccezioni, difficilmente sembrano salvarsi, fuori dall´accademia, da una fastidiosa rigidità concettuale e linguistica. Una specie di nascondimento della vita, un blocco del respiro, rende questi dottissimi libri una sorta di apnea della comunicazione e rischia di raccomandare solo agli esperti tutta la loro ragione d´essere. Eppure la filosofia e segnatamente l´estetica potrebbe costituire, se raggiungessero il lettore non specialista, un sentimento vibrante della coscienza e una nuova mobilitazione del pensare e dell´immaginare, capace di sciogliere quella sonnolenza spirituale che sembrerebbe destinarci alla stupidità. Pur rimanendo in un ambito squisitamente scientifico, Federico Vercellone ha scritto un libro, Morfologie del moderno (Trauben edizioni 159 pagine, 15,50 euro), che sembra voler affrancare l´estetica contemporanea dalla prigione del suo stesso linguaggio. Non voglio dire che i saggi di Vercellone abbandonino il rigore specialistico, al quale restano invece fedeli, come testimonianza di appartenenza ad una tradizione e ad un´attesa intransigente di un futuro sinceramente culturale. Quello che intendo suggerire è che, assieme ad altri pensatori (come Givone, o come il compianto Carchia, per esempio), Vercellone tenta di emancipare la filosofia da quella specie di linfatismo concettuale oggi così diffuso e lo fa secondo una tensione passionale, uno slancio simbolico che, per quanto schivi, percorrono tutte le fasi del libro, di cui peraltro impressiona la pertinenza delle citazioni. Le pagine di Vercellone, se lette con attenzione, fanno infatti indovinare uno slancio della coscienza che non smette mai di accompagnare all´indagine critica la commozione per le splendide attese deluse e l´apprensione o la curiosità per un mondo il cui essere è tutto nel tempo. Niente infatti può essere veramente vissuto oggi se non dentro un dinamismo a cui la natura sostanziale è la sfuggevolezza. Si parli di Fichte, di Nietzsche, di Schlegel o di Ast, di Scheiermacher o di Deleuze, un sentire malinconico sembra voler insieme abbracciare il passato ed evocare il futuro. Il libro contiene un cordialissimo slancio umano, nelle sue anche trascendenti visioni del mondo. Quelle pagine alludono incessantemente alla necessità di rendere coraggioso e commosso il pur naufragante destino moderno, del nostro tempo, cioè, della nostra infinita insicurezza. Del resto Vercellone dice del destino dell´arte ciò che è lecito pensare, oggi, del destino dell´umanità: che niente si può più configurare come possibilità e che tutto semmai è pensabile come costruzioni di possibilità. Sicché sembra venuto il momento di specchiare il proprio volto nel volto di un altro, di tanti altri. resistendo alla tentazione narcisistica di lasciarsi incantare dalla dovizia delle merci. Ma com´è possibile questo «pensare» senza servire e senza lasciarsi trascinare dal crollo del pensiero? Una volta il pensiero era Dio; poi, più recentemente, il pensiero si compiaceva di se stesso e cercava in sé tutto il panorama del possibile. Ora pare commovente parlare come fa l´autore di un pensiero «sibillino». Un pensiero che non ha nulla al suo fianco e niente all´orizzonte. Un pensiero, sembra poter supporre Vercellone, destinato a perdere; ma per ciò stesso destinato a sublimare la nuova sorte dell´uomo. Ancora una volta tragica, ancora una volta stupita del suo stesso vagabondaggio sotto gli occhi lontanissimi di Cristo. E ancora una volta (con Vercellone) mi domando: sarà la sofferenza a farci fuggire dal macabro trionfo della merce?
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti