Il destino
coraggioso celato nella filosofia
I libri di filosofia, secondo una tradizione che ha rare ma prestigiosissime
eccezioni, difficilmente sembrano salvarsi, fuori dall´accademia, da una
fastidiosa rigidità concettuale e linguistica. Una specie di nascondimento
della vita, un blocco del respiro, rende questi dottissimi libri una sorta di
apnea della comunicazione e rischia di raccomandare solo agli esperti tutta la
loro ragione d´essere. Eppure la filosofia e segnatamente l´estetica potrebbe
costituire, se raggiungessero il lettore non specialista, un sentimento
vibrante della coscienza e una nuova mobilitazione del pensare e
dell´immaginare, capace di sciogliere quella sonnolenza spirituale che
sembrerebbe destinarci alla stupidità. Pur rimanendo in un ambito squisitamente
scientifico, Federico Vercellone ha scritto un libro, Morfologie del moderno
(Trauben edizioni 159 pagine, 15,50 euro), che sembra voler affrancare
l´estetica contemporanea dalla prigione del suo stesso linguaggio. Non voglio
dire che i saggi di Vercellone abbandonino il rigore specialistico, al quale
restano invece fedeli, come testimonianza di appartenenza ad una tradizione e
ad un´attesa intransigente di un futuro sinceramente culturale. Quello che
intendo suggerire è che, assieme ad altri pensatori (come Givone, o come il
compianto Carchia, per esempio), Vercellone tenta di emancipare la filosofia da
quella specie di linfatismo concettuale oggi così diffuso e lo fa secondo una
tensione passionale, uno slancio simbolico che, per quanto schivi, percorrono
tutte le fasi del libro, di cui peraltro impressiona la pertinenza delle
citazioni. Le pagine di Vercellone, se lette con attenzione, fanno infatti
indovinare uno slancio della coscienza che non smette mai di accompagnare
all´indagine critica la commozione per le splendide attese deluse e
l´apprensione o la curiosità per un mondo il cui essere è tutto nel tempo.
Niente infatti può essere veramente vissuto oggi se non dentro un dinamismo a
cui la natura sostanziale è la sfuggevolezza. Si parli di Fichte, di Nietzsche,
di Schlegel o di Ast, di Scheiermacher o di Deleuze, un sentire malinconico
sembra voler insieme abbracciare il passato ed evocare il futuro. Il libro
contiene un cordialissimo slancio umano, nelle sue anche trascendenti visioni
del mondo. Quelle pagine alludono incessantemente alla necessità di rendere
coraggioso e commosso il pur naufragante destino moderno, del nostro tempo,
cioè, della nostra infinita insicurezza. Del resto Vercellone dice del destino
dell´arte ciò che è lecito pensare, oggi, del destino dell´umanità: che niente
si può più configurare come possibilità e che tutto semmai è pensabile come
costruzioni di possibilità. Sicché sembra venuto il momento di specchiare il
proprio volto nel volto di un altro, di tanti altri. resistendo alla tentazione
narcisistica di lasciarsi incantare dalla dovizia delle merci. Ma com´è
possibile questo «pensare» senza servire e senza lasciarsi trascinare dal
crollo del pensiero? Una volta il pensiero era Dio; poi, più recentemente, il
pensiero si compiaceva di se stesso e cercava in sé tutto il panorama del
possibile. Ora pare commovente parlare come fa l´autore di un pensiero
«sibillino». Un pensiero che non ha nulla al suo fianco e niente all´orizzonte.
Un pensiero, sembra poter supporre Vercellone, destinato a perdere; ma per ciò
stesso destinato a sublimare la nuova sorte dell´uomo. Ancora una volta
tragica, ancora una volta stupita del suo stesso vagabondaggio sotto gli occhi
lontanissimi di Cristo. E ancora una volta (con Vercellone) mi domando: sarà la
sofferenza a farci fuggire dal macabro trionfo della merce? |