RASSEGNA STAMPA

29 AGOSTO 2002
DARIO ANTISERI
Il pensiero torna materialista

Nel '900 sono fallite le filosofie assolute.  Ma ora si ripresenta chi vuole ridurre la mente alla fisica o alla chimìca del cervello

Il secolo XX si è aperto con tre imponenti movimenti filósofici - positivismo, idealismo e marxismo - che, assolutizzando o divinizzando l'uomo, pretesero, con motivazioni differenti, dì cancellare ogni spazio della fede.  Nell'Ottocento un materialista come Ludwig Buchner aveva sostenuto che lo spirito «è solo l'effetto del concorso di molte sostanze dotate di qualità e di forze».  Per Karl Vogt «i pensieri si trovano nei confronti del cervello nello stesso rapporto della bile rispetto al fegato».  E sarà Jakob Moleschott ad affermare: «Non c'è pensiero senza fosforo».  Ebbene, eredi diretti di questi materialisti sono oggi quantì, sulla problematica mente-cervello, riducono la mente alla chimica e alla fisica del cervello.  E tutti quei positivisti e scientisti disposti ancora a ripetere con Renan che «la scienza e la scienza solo può rendere all'umanità ciò senza di cui essa non può vivere, un simbolo e una legge». Se materialisti e positivisti negano qualsiasi trascendenza, in gran parte dell'idealismo, a cominciare da Hegel, le verità di fede sono unicamente un avvistamento di realtà che successivamente la filosofia depurerà dagli elementi mítico-irrazionalì e porterà a maturazione razionale.  Nell'idealísmo, insomma, la fede è in funzione della ragione.  Fu Bruno Bauer a ben capire come stavano le cose: se si assume la prospettiva dell'idealismo hegeliano, allora soltanto l'ateismo è vero. «Con Hegel - scriverà Bauer - l'Anticrísto è venuto e si è rivelato».  Un giudizio, questo, che ben si áttaglia alla stragrande maggioranza dei neo idealisti del secolo. Per i materialisti la trascendenza è illusione: per i positivisti Dio è un'ipotesi inutile; per gli idealisti le verità di fede, non solo la rivelazione di Dio all'uomo, sono rappresentazioní mitiche di cui va scoperto il nocciolo razionale.  Con Marx le cose vanno ben oltre.  Per Marx, infatti, la fede in Dio non é semplicemente un'ìpotesi inutile o una illusione o un mito che mentre sembra parlare di Dio, in realtà parla di cose del tutto «immanenti».  Per Marx la fede in Dio è dannosa per l'uomo, una malattia le cui cause sono da combattere ed estirpare.

Dannosa la fede non è soltanto per Marx e, sostanzialmente, per l'intero movimento marxista del nostro secolo; la fede è dannosa pure per Freud, il quale vede nella religione «una nevrosi ossessiva universale».  In breve, i marxisti e per l'ateismo psícoanalitico Dio è diventato importuno. Così come, in linea generale, lo è per l'esistenzialismo ateo, per esempio di Sartre, Merleau-Ponty o Camus.

Queste ora richiamate sono prospettive filosofiche che nel nostro secolo hanno preteso di proibire lo spazio della fede. La fede nel Dio di Gesù Cristo risulta vietata da «assoluti terrestri» che si presentano come altrettante negazioni dell'«Assoluto trascendente».

Ebbene, se il Novecento sì é aperto con imponenti movimenti filosofici, accomunati dall'idea che «homo homini deus est», sempre questo nostro secolo si chiude con la lucida consapevolezza di una riconquistata contingenza, con una luce chiara sui limiti della ragione umana.  Sono state, insomma, devastate progressivamente ma sempre con maggiore consistenza le illusioni di quelle concezioni filosofiche che hanno tenuto incatenate le menti di tanti uomini e donne, e che avevano sequestrato intelligenze proibendo ad esse qualsiasi apertura all'esperienza religiosa.

Ai nostri giorni non è più possibile nascondere l'inventario dei fallimenti di filosofie come il positivismo, l'idealismo, il marxismo o il neopositivismo - fallimenti dovuti ad una ubris generata dall'abuso sistematico della ragione.  Al tramonto del secolo vediamo sepolte le «grandi illusioni» e le orgogliose presunzione di filosofi che volevano essere i becchini di Dio.  Ma non si è affatto avuta la morte di Dio.  Sono piuttosto scomparse le illusioni filosofiche.  Non è scomparsa la «grande filosofia».  E scomparsa la presunzione fatale stando alla quale l'uomo sarebbe stato e sarebbe capace di auto salvezza, di salvare se stesso dalla voragine dell'assurdo.
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