RASSEGNA STAMPA

29 AGOSTO 2002
editoriale
Platone totalitario ma solo per l’etica

Il marxismo lo ha strumentalizzato

Le recenti polemiche attorno alla figura del filosofo greco Aristocle, più comunemente noto con il nome di Platone (dal greco patos che vuol dire ampio, esteso per via o del suo vigore fisico o, come riferiscono altri, per l'ampiezza del suo stile o dalla vastità della sua fronte), meritano un'attenta considerazione. Non in riferimento ai filosofi italiani che ne hanno parlato o degli intellettuali che ne hanno chiacchierato, ma alla luce di quanto lo stesso filosofo afferma.
Tutti i dialoghi platonici, hanno un contenuto politico o fanno diretto o indiretto riferimento al problema politico, anche se due sono i dialoghi dove maggiormente vi è l'esposizione della visione politica. «La Repubblica» e «Il Politico» ci danno, seppur con qualche variazione, la prospettiva politica di Platone, che non va guardata alla luce di quanto oggi noi riteniamo sia o debba essere la politica. Platone, ha ragione Karl Popper, è un totalitario se, come fanno le concezioni totalitarie di origine marxista, affermano che tutto è politica, anzi ogni realtà umana è riducibile a quest'unica dimensione. Si ha così che l'uomo è ad una sola dimensione, che non è nemmeno economica, ma solo ed esclusivamente politica. Dove però per politica s'intende in modo superficiale l'arte del governare, ma in modo sostanziale l'arte del dominio. Proprio la politica come arte del dominio ha portato le concezioni di origine marxista a sostenere che la sola lotta per il potere è fondamentale. Bisogna, affermano, abbattere il capitalismo con qualsiasi mezzo, anche con la violenza, per instaurare il dominio della classe proletaria. Una volta conquistato il potere si procederà alla abolizione e alla successiva statalizzazione della proprietà privata, ovvero dei mezzi di produzione o di quanto connesso, ad esempio la finanza.
Il comunismo in questa logica è solo una questione di trasferimento della proprietà da privata a statale e il conseguente tema della distribuzione delle risorse. La visione politica è esclusivamente materiale, perché per il marxismo non vi è nell'uomo nessuna dimensione trascendente e nemmeno vi è un'anima da salvaguardare ed indirizzare ad un fine supremo, al di là della pura dimensione terrena, cioè il Bene. Proprio questa è la differenza che si fatica a cogliere, anche a livello della manualistica scolastica, tra il comunismo platonico e quello marxista e dei suoi epigoni. Platone afferma una visione etica della vita dell'uomo e l'abbandono del legame ai beni terreni è uno dei veicoli affinché l'anima prigioniera del corpo possa realizzare quella purificazione (catarsi) che porta l'anima in un processo alquanto lungo (mille anni) a poter, se effettivamente meritevole, di ricongiungersi con il mondo delle idee (l’iperuranio).
Il valore della prospettiva platonica è dunque solo morale ed ha come fine il Bene, l'idea che deve guidare ed informare ogni azione dell'uomo. Chi dimentica questa prospettiva e legge il pensiero platonico alla luce del comunismo contemporaneo, quello di Marx, Lenin, Stalin e per l'Italia Gramsci, Togliatti, Cossutta e fors'anche Bertinotti, dimentica proprio il fondamento della società platonica, dove lo Stato non è un organismo della gestione della società, ma lo Stato è autenticamente espressione di una visione etica, anzi questa informa lo Stato. Quindi non Stato etico, ma un'etica per lo Stato. I filosofi, coloro che per Platone hanno l'intellezione del Bene hanno la grave responsabilità di guidare, essi sono nel senso più autentico del termine "autorità", ossia assolvono al compito di servire i cittadini con la loro direzione verso il Bene. Non esercitano il dominio, né costringono, ma con la prudenza e la giustizia regolano il vivere di uno Stato.
In questo senso la visione politica di Platone è un'utopia, anche se il termine coniato da S. Tommaso Moro nel 1516, è quasi sempre letto nella chiave del marxismo ovvero di sogno di una società irrealizzabile. Il significato più nobile invece di utopia è sia nel senso etimologico, dal greco "eu topos", che vuol dire miglior luogo, sia in quello del discorso paradossale di desiderio di come dovrebbe essere uno Stato. In tale direzione S. Tommaso Moro ben si rifà, come detto recentemente da Peter Ackroyd («Thomas More. Una sfida alla modernità», ed. Frassinelli) al dialogo platonico.
Con un discorso paradossale Moro invita a considerare come debba essere una società, ben sapendo, lui uomo anche della gestione politica, quanto sia difficile realizzare un buon governo, il cui fondamento è la dimensione della verità del Bene. Confondere o negare a Platone la matrice di ogni seria riflessione sulla politica come bene morale da tradursi in bene comune, che realizza il bene civile, cioè lo Stato, significa utilizzarlo per una dibattito solo contemporaneo e quindi forzarlo per una evidente strumentalizzazione.
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vedi anche
Filosofia (e) politica