RASSEGNA STAMPA

28 AGOSTO 2002
editoriale
Boccaccio e Manzoni Non fu vera peste

Epidemie: una nuova ipotesi

Fu vera peste? Ai posteri l’ardua sentenza. I posteri sono, oggi, due ricercatori dell’università di Liverpool, Susan Scott e Christopher Duncan, autori del saggio Biology of Plagues pubblicato dalla Cambridge University Press. La loro tesi è che la peste del 1347-48, quella descritta dal Boccaccio nel Decamerone , e le pesti successive, fino a quella del 1630-31 descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi , non furono pesti vere, cioè malattie epidemico-contagiose dovute - come fin qui s’è creduto - al bacillo denominato Yersinia pestis in onore del suo scopritore, il medico svizzero Alexandre Yersin che ne dimostrò la presenza nel materiale infetto durante l’epidemia di Hong-Kong del 1894. Le tesi, rivoluzionaria, è fondata su criteri clinici e su rilievi di epidemiologia, biologia molecolare e modellistica informatica. Essa colloca «il quadro delle pesti europee in una nuova cornice». Anzitutto ricordiamo che, com’è noto, la peste arrivò in Europa dall’Asia per la via del mare: entrò da Sud, dalla Sicilia, recata da navi genovesi importanti grano dalle terre bagnate dal Mar Nero, e dall’Italia dilagò a macchia d’olio nel continente fino all’Inghilterra e ai Paesi scandinavi. Fu un’immane moria, che stroncò le vite di 30 milioni di europei (su una popolazione complessiva di 100 milioni). Clinicamente la malattia fu caratterizzata da febbre alta, fetore corporeo, sbocchi di sangue, macchie emorragiche sulla pelle, tumefazioni ghiandolari (bubboni): un quadro, affermano Scott e Duncan, che non è affatto specifico della peste da bacillo di Yersin, ma è proprio di altre malattie, del passato e del presente, che ebbero o hanno caratteristiche analoghe e analogo decorso iperacuto con esordio improvviso. Si tratta di malattie vecchie e nuove come l’influenza «spagnola» del 1918, l’Aids prima maniera, la malattia da virus Ebola: malattie, come si vede, non bacillari, ma virali.
La peste che esordì in Europa nel basso Medioevo fu dunque dovuta a un virus? Di quella peste il Boccaccio e i testimoni coevi - medici e cronisti - descrivono l’andamento repentino, i decessi fulminei, i contagi immediati (cioè i contatti apparentemente da uomo a uomo). Non si parla né di topi (ospiti di prima scelta del bacillo di Yersin) né di pulci (vettrici del bacillo); si pensò che tale omissione fosse dovuta al fatto che pulci e topi erano una presenza quasi fisiologica in una società, come quella medievale, a corto d’igiene individuale e collettiva. Ma, rilevano i due attenti ricercatori di Liverpool, il topo marrone fece la sua comparsa in Europa mezzo secolo dopo la scomparsa spontanea della peste (che essi datano intorno al 1670). E d’altra parte il rapidissimo propagarsi dell’epidemia come avrebbe potuto essere compatibile con un contagio murino, mediato da topi certamente ostacolati nei loro percorsi dalle barriere naturali dei fiumi, dei monti, dei mari? Il contagio, si afferma, non poté che essere interumano, trasmesso dall’uomo all’uomo attraverso le vie di comunicazione transfluviali, transmarine, transalpine. Come potrebbe esserlo di nuovo oggi, per altre malattie altrettanto epidemiche, di natura virale, facilitate dalla globalizzazione odierna.
La tesi di Scott e Duncan si veste d’attualità, facendosi inquietante. Gli studi di biologia molecolare hanno consentito di elaborare modelli d’intrusione dei virus nelle cellule del nostro organismo. Le porte d’ingresso di tali cellule, prima pervie agli intrus, sarebbero state poi sbarrate per effetto di mutazioni sopraggiunte, messe in opera dai meccanismi di difesa immuno-biologica. Solo così la peste sarebbe scomparsa dall’Europa, dopo oltre tre secoli di indesiderata permanenza.
Oltre ai criteri clinici e ai rilievi d’immuno-biologia ed epidemiologia spazio-temporale, i due ricercatori hanno sottoposto a esame critico il modello quarantenario, trovando che la «quarantena», che fu adottata come preventiva arma di difesa contro la peste, poté riuscire efficace proprio perché questa aveva una scansione simile a quella di alcune malattie virali: incubazione di 10-15 giorni, latenza clinica di 20-25, acuzie conclamata di 3-5. In tutto una quarantina di giorni d’isolamento, indispensabili perché gli individui sospetti di peste potessero rivelarsi indenni dalla malattia. Il loro studio è suffragato dalla esplorazione dei registri parrocchiali di alcune diocesi inglesi, in periodo elisabettiano e al tempo della «peste di Londra», quella descritta più tardi da Daniel Defoe. La peste è sempre appartenuta all’immaginario collettivo. Ma ora la ricerca di Scott e Duncan la ripropongono come una possibile evenienza futura, tutt’altro che immaginaria.
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