![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 AGOSTO 2002 |
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Le
verità della matematica sono autosufficienti e non h anno bisogno, di essere
garantite dalla veracità di Dio, oppure non solo gli asserti matematici, ma
anche il cogito ergo sum ha bisogno
di quella garanzia? In che modo, per
distinguere il cogito da tutte le
altre evidenze (che sono tuttavia soggette al dubbio metafisico), Cartesio fa
uso della nozione di lumen naturale, un
termine di uso corrente nel lessico filosofico del suo tempo e di derivazione
scolastica? Sugli animali, Cartesio prima ha sostenuto che non sentono, in
seguito ha affermato che è «più probabile» che non sentano. Come e perché si passa dalla prima alla
seconda posizione? L'assunzione
dogmatica che gli animali non sentono sarà caratteristica dei cartesiani, ma la
posizione di Cartesio era molto più sfumata e fondata sulla inesistenza di
"sintomi" della coscienza, la quale veniva concepita da Cartesio come
fenomeno rigorosamente interiore e neppure indirettamente "pubblico".
Al capitolo introduttivo su evidenza e verità e a quello sugli animali, fanno
seguito tre capitoli. Uno è intitolato
«Una cosa che pensa» e affronta i problemi connessi alla stupefacente
dichiarazione di Cartesio «io sono soltanto una cosa che pensa». la quale
coincide con l'idea che la mente pensi sempre e che segna il passaggio
dall"'anima" alla mente. Il
capitolo su «La distinzione reale» fa riferimento alla distinzione reale della
mente dal corpo (da ogni corpo, ivi compreso un cervello) e al grande tema dello
spiritualismo cartesiano. Il capitolo
dedicato a «Mente e pensiero» è al centro del libro. Vi viene ricostruito quello che l'autore definisce il dramma che
investi lo spiritualismo nella seconda metà dei secolo XVII. Con il suo attualismo (vale a dire con l'idea
che la mente pensi sempre) Cartesio aveva relegato ai margini della cultura lo
spiritualismo degli aristotelici cristiani, ma questi ultimi ebbero buon gioco
nel mostrare che per quella strada si giungeva necessariamente alla negazione
dell'anima come sostanza. Sarà la via battuta in Inghilterra, da George
Berkeley e da David Hume. Per
quest'ultimo esisto solo quando ho coscienza di me stesso. L'esistenza dell'io si interrompe di
continuo. L'attualismo conduce a rinunciare
a ogni pretesa di continuità.
Il libro (Sergio Landucci, «La mente di Cartesio», Franco Angeli, Milano 2002, pagg. 228, € 19,00) è arricchito da note e postille che affrontano problemi spesso solo in apparenza marginali. Utilizza una grandissima quantità di testi classici e di scritti degli autori (maggiori e soprattutto minori) del Seicento. Mostra con gli uni e con gli altri quel tipo dì Familiarità che è consentita solo a chi ha dedicato a essi molti decenni di studio. Dopo I filosofi e i selvaggi, pubblicato nei primi anni Settanta, e i successivi studi sulla teodicea, su Hegel e su Kant, Sergio Landucci si riconferma uno dei nostri maggiori storici della filosofia. Il libro fa poche concessioni al lettore, ma affronta temi centrali. Facendo uso di tutti i testi cartesíani disponibili su un argomento, smonta non poche tesi storiografiche e mostra la varietà delle posizioni assunte da Cartesio, che appaiono quasi sempre irriducibili a formule di comodo. 1 molti anticartesiani e filocartesiani che circolano oggi nella filosofia e nella cultura (dalla linguistica alla psicologia) e che spesso brillano dì intelligenza, ma ripetono formule, farebbero bene a leggere questo libro.