![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 AGOSTO 2002 |
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Panta rei, tutto scorre: frase spesso
banalizzata in origine complessa come il pensiero del filosofo
Panta rei, tutto
scorre. Una frase che ci affiora subito alla mente quando, davanti allo
specchio, notiamo una ruga o un capello bianco in più, oppure mentre guardiamo
le fotografie della nostra infanzia, o contempliamo quello che resta di un
tempio o un teatro romano antichi, o vediamo spuntare un parcheggio multipiano
nel prato dove da piccoli giocavamo a nascondino. O più semplicemente notando i
giorni che passano l’uno dopo l’altro, le settimane i mesi e gli anni che si
accavallano, veloci e inarrestabili come, appunto, la corrente di un fiume. Il
fiume della vita. Panta rei. Tutti conoscono e usano questa espressione greca
per indicare il consumarsi delle cose, il trascorrere implacabile del tempo che
logora il presente e realizza il futuro. Poeti e scrittori di ogni epoca
l’hanno citata o evocata in versi e romanzi. Eppure il suo vero significato non
è così banale e affonda le radici in una complicata storia di fraintendimenti.
La tradizione attribuisce questa frase a Eraclito, uno dei più interessanti
protagonisti di quella generazione di filosofi greci definiti presocratici, che
si caratterizzarono per il loro tentativo di individuare il principio ultimo
della realtà fisica, l’elemento costitutivo dell’Essere. Talete di Mileto lo
aveva identificato con l’acqua, Anassimene con l’aria, Pitagora col numero. Ma
Eraclito fece qualcosa di più, meritandosi un posto di primo piano nella storia
della filosofia occidentale, quale anello di congiunzione tra la primitività di
un pensiero che si limitava a cercare le radici fisiche della realtà e la
maturità di chi invece, come fecero Socrate e Platone, s’interrogò su concetti
più alti, su verità e giustizia, coraggio e santità, fede e bellezza. A un
primo sguardo Eraclito non appare tanto diverso dai suoi immediati
predecessori: come loro, individuò come principio costitutivo della realtà un
elemento fisico, il fuoco. Il che non sembra un grande progresso rispetto
all’acqua di Talete; ma è proprio alla luce di questa fiamma che divengono
comprensibili il suo pensiero e l’origine del fraintendimento per il quale egli
è passato alla storia come il «filosofo del panta rei». Eraclito è, fra tutti i
pensatori del VI e V secolo a.C., quello di cui ci sono pervenuti il maggior
numero di frammenti scritti, aforismi celebri per il loro stile suggestivo e oracolare,
ma che a più di due millenni di distanza non hanno ancora avuto
un’interpretazione definitiva. E non c’è da stupirsene. Appartenente a una
ricca famiglia aristocratica di Efeso, egli dimostrò sempre sentimenti
antidemocratici: nel suo libro Sulla natura traspaiono un chiaro disprezzo nei
confronti della massa - definisce i suoi concittadini «cani» che gli abbaiano
contro - e il suo intento di seguire vie non comuni, di distinguersi dalla
plebe volgare e ignorante: «Uno vale per me diecimila, se è il migliore»,
scrive. Si racconta che avesse depositato il suo libro nel Tempio di Artemide;
e questo non solo perché i templi, allora, in mancanza di biblioteche, erano il
luogo più sicuro per conservare un bene prezioso come un manoscritto, ma anche
perché era tipico della classe aristocratica sottolineare il suo legame con la
casta sacerdotale e col sapere arcaico di cui essa era depositaria. Con simili
premesse, non si può certo pensare che l’opera di Eraclito fosse accessibile a
chiunque: il suo contenuto, e di conseguenza la sua forma, erano tanto
complessi che già ai suoi tempi il filosofo si meritò l’appellativo di «oscuro»
o «piangente». Egli stesso era consapevole di questa difficoltà, e più volte
avverte che la sua opera potrà essere capita solo dai migliori, che definisce i
«desti», ossia coloro che, a differenza dei «dormienti», non si accontentano
delle apparenze, ma vogliono penetrare fino in fondo la realtà delle cose. Per
fare ciò, essi devono tendere l’orecchio a quel Logos - parola che sta a significare
al tempo stesso discorso, ragione e pensiero - che governa la realtà. Questo
«Discorso» dirà a chi sarà in grado di intenderlo che il principio
dell’universo è il fuoco e che esso è a sua volta la rappresentazione concreta
di un principio ancor più originario: quello della «guerra», del conflitto
perpetuo tra le coppie di opposti che compongono la realtà. Un contrasto che
però non sfocia nel caos, bensì in un’armonia dei contrari senza la quale nulla
sarebbe possibile. Nulla esiste, infatti, senza il suo opposto: la guerra non
sarebbe concepibile se non esistesse la pace, la veglia non avrebbe senso se
non ci fosse il sonno. Ed eccoci al panta rei. Eraclito non scrisse mai questa
frase, né probabilmente la pronunciò; tuttavia notò come tutte le cose, in
virtù della loro continua trasformazione, coincidano con il loro opposto. «La
stessa cosa sono il vivo o il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il
vecchio: questi mutando trapassano in quelli e quelli ritornano a questi.»
L’equivoco che ha spinto i primi sistematori del sapere antico, primo fra tutti
Platone, ad attribuire ad Eraclito l’espressione panta rei è stato originato
probabilmente dal suo più famoso ed enigmatico frammento, detto «del fiume»:
«Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo». Mentre noi
ci bagniamo in un fiume, sostiene il filosofo di Efeso, quello è sempre lo
stesso e anche noi manteniamo la nostra identità, ma al tempo stesso sempre
diverse sono le acque nel loro scorrere, come sempre nuovi siamo noi in ogni
istante del tempo: in noi stessi, dunque, si manifesta l’unità degli opposti,
il nostro essere e il nostro non essere. Fu un suo discepolo, Cratilo, a fare
di questa frase il motivo portante della filosofia del divenire. Spingendo alle
estreme conseguenze le riflessioni eraclitee, Cratilo, che fu maestro di
Platone e protagonista di tanti suoi dialoghi, non si limitò a dire che «tutto
scorre», ma si servì di questo principio per dimostrare come, poiché tutto
cambia in continuazione, nulla è conoscibile e, di conseguenza, nulla può
essere nominato. Pertanto, proponeva Cratilo, anziché chiamare le cose con il
loro nome, sarebbe bene limitarsi a indicarle con un dito. Era la filosofia del
relativismo assoluto e della realtà sempre cangiante, che di lì a poco avrebbe
ingaggiato una superba battaglia contro quella, uguale e contraria, di
Parmenide e della sua scuola. Pensatori, intellettuali e sofisti ben presto si
sarebbero ritrovati nei cortili di ginnasi e accademie per mettere a confronto
le due antitetiche visioni del mondo, relativista e poliedrica l’una,
monolitica e univoca l’altra. E tutto perché ad Elea, patria di Parmenide,
nacque un’altra frase celebre, croce e delizia per generazioni di studenti
liceali: «L’essere è e il non essere non è». Ma questa è un’altra storia...