RASSEGNA STAMPA

21 AGOSTO 2002
SANTI LO GIUDICE
Guido Mondello e la ragione illuminista L'etica non è nel potere ma soltanto nei “limiti”
Guido Mondello "Kant, Sade, Goethe e la ragione illuminista",  Edizioni Cerbiatto pagine 184 - euro 10,50

Kant, Sade e Goethe in comune non hanno solo la prossimità del loro venire al mondo e della loro morte, ma anche le tendenze intellettuali e morali del loro tempo. Tutti e tre si nutrono dell'illuminismo: Kant per disfarsi del vecchio Dio, Sade per disfarsi del corpo fatto a immagine di Dio, Goethe per canalizzare gli esiti di queste dissoluzioni in prospettiva di un irrefrenabile titanismo. Eppure Kant ha a cuore le sorti del vecchio uomo. Una volta dimostrato dello stato di malessere in cui versa l'uomo allorquando la luce dell'anima si spegne, non esita a ridare all'uomo altra fondamentalità a cui gli uomini debbano appigliarsi per evitare il cannibalismo hobbesiano. Kant, però, non pensava affatto (come ritenuto da Rousseau) che la bontà dell'uomo fosse stata corrotta dalle istituzioni e che, una volta riordinate queste ultime, sarebbe riemersa nel suo buonismo naturale. L'uomo, al suo sguardo, è stato costruito da un « legno storto »: una «insocievole socievolezza » determina la natura dell'umano e detta sia la guerra sia la cooperazione tra uomo e uomo, popolo e popolo. Dunque, per Kant, la pace è un progetto filosofico fondato su un imperativo morale. Lo stato di ragione è l'antitesi dello stato di natura: bisogna superare questo per addivenire a quello. Sade non pensa diversamente da Kant. L'illuminismo è portatore di un progetto etico, che comporta, però, uno stato etico finalizzato alla restaurazione di uno stato poliziesco per legittimare il potere attraverso ogni forma di crimine. In Juliette racconta un accadimento a tal riguardo. A una donna indigente che non si capacita del perché suo marito sia stato imprigionato, Saint-Fond, rapace ministro della giustizia del re, giustifica così il suo operato: « Cosa avete da rimproverarmi? Ho fatto rinchiudere vostro marito innocente, è vero. Ho fatto di meglio, poiché non è più in vita». E la donna: « Che male abbiamo commesso? ». E il ministro: « Avevate una proprietà accanto alla mia che non volevate vendermi. Distruggendovi, l'ho avuta... Morite di fame, che m'importa? ». E ancora la poveretta: « E questi bambini disgraziati? ». Replica il ministro prima di sottoporli ai più turpi soprusi: « Ce ne sono milioni di troppo, in Francia. Sfoltirli un poco è rendere un favore alla società ». Certo nella scrittura di Sade non è rintracciabile alcuna idea di statolatria (Hegel, Marx) come non si registra alcun salto nel genocidio (Hitler e Stalin: campi di sterminio e Gulag), tuttavia l'omicidio è legittimato quando, anche attraverso le forme democratiche di controllo della realtà, una società non è considerata portatrice di un diritto ma oggetto di un potere, mera passività sottoposta a una minoranza di potere. E che dire delle 24 mila persone che ogni giorno muoiono per fame e malattie legate alla denutrizione? Oppure dei 6 milioni di bambini che muoiono per malnutrizione propria o della madre? Oppure degli 800 milioni di persone che vivono sotto la soglia della sufficiente nutrizione? Oppure dei bambini che vengono schiavizzati, stuprati, venduti alla stregua di animali da macello? Quale la differenza tra l'operato del potente personaggio sadiano e quello delle multinazionali che dettano le leggi del mercato nelle società opulente dell'Occidente disvangelizzato ma sorretto dalla illuministica logica del profitto a ogni costo e nel più breve tempo possibile? Nessuna. Tra la logica illuministica di Saint-Fond e quella dei poteri economici più o meno occulti c'è la testimonianza dell'identificazione dell'etica con la politica. C'è che, per Sade, la matrice di una violenza è etica perché politica e, inversamente, è politica perché è etica: alcune norme dettate per la sicurezza alimentare del mondo ricco appaiono fatte di proposito per affossare quello povero. Il concetto di vizio in luogo di quello di virtù non si insedia arbitrariamente, cioè deprivato di giustificazione razionale, quindi di giudizio: s'insedia se provvisto di una tendenza irreversibile alla repressione dall'alto per riuscire a imporsi. S'insedia se si fa portatore di impunità, di perenne franchigia della congrega dei potenti. « Conosciamo il potere del terrore sugli animi, e sappiamo che la politica ha sempre bisogno di terrore, visto che ci vuole ridurre in schiavitù » confessa Saint-Fond, e si ha l'impressione che Sade intenda mettere in bocca al più spregevole dei suoi personaggi la più spregevole verità. Goethe fa sua l'ontologia sadiana, anche se il divino pagano è meno coerente, vista l'unità d'insieme della sua produzione e il suo raffinato estetismo, del divino marchese. Nell'atto quinto del Faust si dà ampio spazio al monticello dei tigli dove due vecchietti, Bauci e Filemone, vivono il loro tempo in sintonia con i tempi della natura. Ora, però versano in stato di inquietudine in quanto invitati a cedere il loro potere in cambio di altra terra in altro luogo al nuovo confinante che aveva costruito, senza risparmio di vite umane, un nuovo regno. Faust, preso atto del rifiuto, così rivolte parola a Mefistofele: « Quei vecchi là devono andarsene, desidero, per mia sede, i tigli. Quei pochi alberi non miei, mi guastano il dominio del mondo. Voglio costruire là, di ramo in ramo, impalcature per guardare tutto all'intorno, per aprire, allo sguardo, ampio orizzonte, per vedere tutto quello che ho fatto, per abbracciare, con un solo colpo d'occhio, questo capolavoro dello spirito umano che, operando con abile ingegno, ha creato, per i popoli, un'ampia regione abitabile ». E Mefistofele agisce e riporta a Faust il resoconto del suo operato: « Scusaci, con le buone maniere non è proprio andata! (...) Ma noi non abbiamo indugiato e li abbiamo tolti di mezzo in breve tempo. La coppia non ha sofferto molto, cadde morta di paura. Uno straniero che si era nascosto là e voleva far resistenza, venne liquidato. Nel breve tempo della pugna selvaggia, la paglia s'incendiò (...) Ora l'incendio divampa senza freno, un rogo per quei tre ». Faust, ipocritamente: « Foste sordi alle mie parole? Volevo un cambio e non una rapina. Maledico il vostro colpo di mano inconsulto e selvaggio. Dividete fra di voi la mia maledizione ». Ma il coro, alla stregua della tragedia antica, placa la colpa di Faust l'operato di Mefistofele con questo dire: « Ubbidisci volente alla violenza! Se sei ardito e opponi resistenza, allora arrischia casa e beni e te stesso! ». Saint-Fond e Faust, Sade e Goethe, denunciano i guasti di quella razionalità illuminista che inevitabilmente fa del potere l'altra faccia del diabolico. Cambia il linguaggio, lo stile, le argomentazioni, le giustificazioni, ma non cambia la finalità. Siamo al cospetto del fallimento dell'etica cristiana, come acutamente argomenta Mondello nel saggio di riferimento che, citando l'inversione nietzscheana del vangelium in disvangelium, vede la sopraffazione non come un elemento intrinseco all'ordine naturale ma come un gioco di forze voluto da coloro che ne traggono piacere e beneficio. Gioco che non lascia spazio all'ottimismo. Tutte le illusioni sono oramai crollate. L'illuminismo ha creato le peggiori mostruosità perché ha mantenuto in vita il crimine in nome e per conto del diritto del più forte e della sopravvivenza della specie (Sade) o della logica del benessere e del progresso (Goethe). Di qui possiamo solo sperare in quella ragione che trova sostegno nei limiti più che nelle possibilità della ragione degli illuministi. Limiti che dicono: ogni qual volta la ragione si impone come un valore assoluto impone le ragioni del suo potere. Il potere è in proporzione ai crimini commessi. Invece il limite è tanto, al cui interno c'è spazio per convivere tutti e bene, e questo non necessariamente in attesa di passaporti per premi eterni.
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