RASSEGNA STAMPA

15 AGOSTO 2002
BARRY JAMES
Crisi ambientale e lacrime di coccodrillo

Al summit prevista la partecipazione di circa 65mila persone Obiettivo: promuovere uno sviluppo economico che non danneggi l'ambiente

Foreste, patrimonio ittico atmosfera e acqua sono le risorse naturali più minacciate. La grave carenza idrica potrebbe inoltre essere causa di conflitti mondiali

La a strada che porta dal primo Vertice sulla Terra, tenuto dieci anni fa a Rio de Janeiro, alla conferenza che si terrà a fine mese a Johannesburg, è sicuramente lastricata di buone intenzioni, con la speranza di offrire un futuro migliore ai poveri del globo tutelando nel contempo l'ambiente in cui viviamo.  Nello stesso tempo è una strada in salita, che ha di fronte a sé la concreta possibilità di finire nel nulla.  Ce ne accorgeremo non appena l'assemblea - la più grande che le Nazioni Unite abbiano mai riunito - si troverà ad affrontare difficoltà smisurate nel tentativo di rendere concrete le fin qui vuote promesse di invertire la rotta del degrado ambientale e di porre rimedio alle condizioni di vita sempre più misere di gran parte dell'umanità.  Si calcola che al summit (il nome completo è «vertice mondiale per uno sviluppo sostenibile»), che si terrà tra il 26 agosto e il 4 settembre, parteciperanno qualcosa come 65mila persone tra capi di Stato, vertici di grosse realtà industriali e rappresentanti di organizzazioni non govemative.

L'obiettivo, arduo, è di promuovere, in particolare nel Terzo mondo, il progresso economico senza depredare oggi quelle risorse che domani saranno indispensabili alla sopravvivenza dei figli e dei nipoti delle attuali generazioni.

L'esperienza di quest'ultimo decennio, tuttavia, offre pochi spunta di rassicurazione sul fatto che il meeting di Johannesburg potrà determinare cambiamenti di qualche rilievo.  In occasione del tanto pubblicizzato summit di Rio del '92, i governi avevano concordato un coraggioso programma di lotta al deterioramento delle terre, delle acque e dell'atmosfera, di conservazione delle diversità delle specie viventi, e per una crescita economica che non travalicasse la capacità del pianeta di sostenere le forme di vita.

Anche alle successive conferenze dell'Onu si sono ripetute le medesime promesse sulla promozione dell'istruzione, sugli aiuti in favore delle donne e sulla riduzione della povertà. Eppure oggi ben 80 paesi denunciano un reddito pro capite inferiore a quello dichiarato al tempo della conferenza di Rio; più minacciate che mai sono le risorse naturali quali le foreste, il patrimonio ittico, le acque e l'atmosfera.  Il quinto più ricco dell'umanità consuma energia e risorse in proporzioni tali che, se il resto del mondo godesse di condizioni di vita pari, ci vorrebbero le risorse di quattro pianeti delle dimensioni della Terra.

Il Segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, afferma che i risultati conseguiti da Rio in

poi sono stati deludenti, soprattutto alla luce della forte crescita economica globale degli anni 90. «Sotto certi profili, le condizioni sono persino peggiori rispetto a dieci anni fa», ha dichiarato all'inizio di quest'anno.  Sempre secondo Annan, l'approccio allo sviluppo è frammentario, l'ambiente è minacciato da modelli di consumo e produttività insostenibili, e gli aiuti internazionali sono insufficienti, quando non addirittura in calo.  La conferenza di Rio si era conclusa con la ratifica di due convenzioni - una sui cambiamenti climatici e l'altra sulle biodiversità - e con un programma denominato Agenda 21 inteso a risolvere problemi di carattere ambientale, a ridurre la povertà nel mondo e a favorire lo sviluppo.  Da allora le emissioni di anidride carbonica, ritenute causa primaria dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, sono aumentate del 10% in tutto il globo.  Solo negli Usa, che peraltro si sono ritirati dal protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, le emissioni hanno segnato un aumento dei 18%.  Oltre 180 sono state le nazioni dichiaratesi concordi sulla tutela delle biodiversità; pur tuttavia i due habitat più ricchi di biodiversità - le barriere coralline e le foreste tropicali - hanno subito un notevole degrado, e raggiungono a malapena la quarantina le nazioni che hanno posto seriamente in atto strategie di conservazione.

Il problema degli aiuti economici

I programmi previsti da Agenda 21 non procedono per mancanza di fondi. «Questo non è progresso», lamentano gli esponenti di Friends of the Earth, uno dei principali gruppi ambientalisti che presenzieranno al summit, ed esprimono la speranza che la conferenza rappresenti per i diversi governi e le istituzioni internazionali quantomeno un momento di verifica del reale stato di cose. I Paesi industrializzati sono ben lungi dall'aver rispettato gli impegni assunti a Rio di offrire risorse a favore delle nazioni più povere. I Paesi ricchi avevano promesso di devolvere l'1% del rispettivo Pil in aiuti esteri, ma soltanto i Paesi nordici e l'Olanda hanno mantenuto l'impegno.  Al contrario, rispetto all'erogazione totale, gli aiuti per lo sviluppo provenienti dai Paesi ricchi sono scesi da uno 0,35% del reddito nazionale dei primi anni 90 allo 0,22% dell'anno 2000.  E intanto circa 1,2 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno.

Alla prossima conferenza, se da un lato è previsto che i leader rilasceranno una «Dichiarazione di Johannesburg» con la quale riaffermare il proprio impegno per uno sviluppo sostenibile, dall'altro è assai improbabile che riusciranno a esprimere promesse specifiche, anziché generiche. «Resta da vedere se riusciremo a convincere il mondo che le grandi conferenze mondiali servono realmente a cambiare le cose», ha osservato l'indiano Nitin Desai, sottosegretario generale dell'Onu e segretario generale del summit.  Da parte sua, Vangelis Vitalis, primo consulente presso la Tavola Rotonda sullo Sviluppo Sostenibile, organizzazione indipendente con sede presso l'Ocse a Parigi, ha raccolto una serie di dati che dimostrano come le condizioni di vita di tanta gente siano peggiorate nell'ultimo decennio e come le politiche governative contribuiscano a determinare squilibri a livello globale.  Ecco alcuni esempi. I costi che i Paesi ricchi dovranno sostenere per raggiungere entro il 2010 i target fissati a Kyoto per la riduzione dei gas causa del riscaldamento globale ammontano a 65 miliardi di dollari.  Per lo stesso periodo sono previste sovvenzioni da parte dei Paesi ricchi a favore dei combustibili fossili per un totale di 57 miliardi di dollari.  Nel 1950 si disponeva di 17mila metri cubi di acqua potabile pro capite; nel 1995 questo quantitativo si era ridotto a 7mila metri cubi, ed ora sta scemando con un ritmo tale per cui entro a 2020 saranno circa 5 miliardi le persone che soffriranno di «grave carenza idrica».  L'acqua potrebbe prendere il posto del petrolio come principale causa di conflitti a livello mondiale. Il patrimonio ittico è ridotto ormai a poco più di metà; oltre il 20 percento delle fonti sono ipersfruttate o addirittura esaurite.  Le flotte da pesca dei Paesi ricchi ottengono sovvenzioni pari a circa il 20 percento del valore del pescato, con cui costruiscono navi ancora più grandi ed attrezzate, più sofisticate per catturare banchi di pesci sempre più scarsi.  Le foreste tropicali si stanno riducendo ad un ritmo annuo equivalente a quattro volte la superficie della Svizzera.  La silvicoltura gode di sovvenzioni per 35 miliardi di dollari l'anno. Gli aiuti devoluti ogni anno dai Paesi ricchi a favore dello sviluppo di quelli poveri assommano a 53,7 miliardi di dollari.  Le aziende agricole di Paesi ricchi sono sovvenzionate per un totale di 335 miliardi di dollari.

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