RASSEGNA STAMPA

14 AGOSTO 2002
EMANUELE SEVERINO
Ma la pura fede non può esistere
I teologi Pierangelo Sequeri e Maurizio Gronchi hanno discusso sul Corriere del 3 e 7 agosto il mio articolo apparso su queste colonne il 30 luglio. Li ringrazio per le intelligenti considerazioni. Sequeri rileva la «singolarità» del mio pensiero «nel panorama filosofico europeo», ma osserva che esso finisce con l’essere «pensiero ossessivo di una pura natura divina dell’intero». Ma, a molti nel mondo, ossessivo non può forse apparire proprio il Cristianesimo? Tuttavia, se quarant’anni fa con la parola «Dio» i miei scritti intendevano volgersi a qualcosa di molto diverso da ciò che questa parola indica per lo più, in seguito è scomparsa in essi anche la parola, è stata lasciata cioè alla sua dimensione storica, dove «Dio» è il Padrone (più debole in Oriente) del mondo e del tempo. Padrone di quel divenir-altro-da-sé delle cose che è la Follia più profonda, perché se si crede nel divenir-altro, si crede che una cosa, diventando altro da sé, è altro da sé - e la Follia (il Sogno) è appunto pensare che qualcosa non sia ciò che essa è, e vivere questo suo non esser se stessa. Padrone di un sogno, «Dio» (e, oggi, la «Tecnica»); e dunque Padrone e despota all’interno di un sogno . Il fondamento di questo discorso è indicato nei miei scritti. Non vedo invece dove Sequeri, che pure si muove in essi con perizia, abbia giustificato la sua affermazione, contenuta nel suo articolo, che nel mio discorso la verità ha un carattere «dispotico».
Non intendo dire che esista solo questo nostro povero mondo effimero. All’opposto, l’essere è infinitamente più alto di ogni Dio. Alla Follia che crede nel divenir-altro-da-sé appartiene l’intera storia dell’uomo, e pertanto anche quell’amoralismo, antiumanesimo, irreligiosità, scientismo, ateismo, a cui Sequeri vorrebbe accomunare il mio pensiero filosofico.
Egli mi concede che «la "verità storica" della risurrezione di Cristo rimane, filosoficamente parlando, "all’interno della fede"», ma poi aggiunge che «la manifestazione da decifrare è comunque posta incontrovertibilmente». Si può intendere così questa affermazione (alquanto criptica come altre): la «manifestazione da decifrare» è l’incontro di alcuni uomini con un uomo che pochi giorni prima era stato crocifisso e deposto in un sepolcro. Se questo è il senso, nego che tale manifestazione sia «posta incontrovertibilmente». Che quell’incontro ci sia stato è una congettura storica, una fede, non una verità incontrovertibile. Si può allora intendere che quella «manifestazione» non sia l’incontro con un uomo risorto, ma sia il linguaggio, la testimonianza di coloro che assicurano di avere avuto tale incontro. Mi sembra che questa sia la tesi di Maurizio Gronchi, quando qualifica come «incontrovertibilmente storica» «la testimonianza di coloro che dicono di averlo visto risorto». Ma anche in questo caso non solo nego che il linguaggio e la testimonianza di costoro dicano cose incontrovertibili (anche Gronchi e Sequeri dovrebbero essere d’accordo), ma nego che l’esistenza stessa di quel linguaggio e di quella testimonianza sia un fatto incontrovertibile. Anche l’esistenza del cosiddetto fatto da decifrare è il contenuto di una decifrazione: che questo insieme di segni che ho qui sotto gli occhi sia linguaggio, e sia lingua greca, e sia il testo del Nuovo Testamento, tutto questo non è «posto incontrovertibilmente», ma è da capo una congettura storica - per quanto essa possa essere utile all’agire umano. A maggior ragione è congettura storica, semplice fede, che qualcuno abbia dato quella testimonianza.
Concludendo il mio articolo dicevo che la fede è incertezza. Intendevo che l’affermazione della risurrezione di Gesù non è una verità incontrovertibile. Ma alludevo anche alla contraddizione in cui la fede consiste: la fede assume come vero ciò di cui non può non dubitare. L’ho mostrato in lungo e in largo altrove. La pura fede che Gesù esige per la salvezza non può esistere. Sequeri mi ricorda i miei Studi di filosofia della prassi , dove il Cristianesimo è inteso come problema. Sono più di trent’anni che il mio discorso scorge l’appartenenza del Cristianesimo alla Follia estrema, e quindi la necessità di abbandonare la configurazione storica del Cristianesimo, nella quale esso non riesce ancora a presentarsi come problema. Ma il Cristianesimo sarà ancora qualcosa, quando avrà abbandonato quella configurazione?
Anche Gronchi riconosce che l’esistenza della risurrezione di Gesù è il contenuto di una fede. Sarei io a non accorgermi che questo riconoscimento è proprio della «letteratura teologica più equilibrata» e «più aggiornata». E cita il Catechismo della Chiesa cattolica. È appoggiandosi alle spalle della fede, scrive, «non della dimostrazione né dell’evidenza», che la risurrezione è affermata. D’accordo; ma il n. 653 del Catechismo recita che «la Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente Dio»; e il n. 651 dice che, «risorgendo, Cristo ha dato la prova definiti va della sua autorità divina». Difficile sostenere che, qui, la tesi della risurrezione intenda appoggiarsi soltanto sulla fede. Gronchi e Sequeri verrebbero invece a sostenere che il Catechismo non dice che la risurrezione abbia «dimostrato» e «dato la prova definitiva» della divinità di Gesù, ma che il cristiano ha fede che la risurrezione abbia dimostrato e dato la prova definitiva di tale divinità. Ma, allora, non è forse la teologia equilibrata e aggiornata a dover mettersi d’accordo con se stessa?

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