![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 AGOSTO 2002 |
|
La tranquilla sospensione del giudizio dei pirroniani fu drammatizzata dai moderni
Ultima
tra le filosofie della classicità rinate in età umanistica, lo scetticismo ebbe
tra i moderni una "fortuna" tanto incisiva quanto a tratti
paradossale. A fornircene un'immagine
conclusiva è David Hume, che alla fine del primo libro (Del Trattato sulla natura umana descrive lo «scetticismo totale»
come un risultato disperante della ragione umana («Noi non abbiamo altra scelta
se non fra una ragione falsa e la mancanza di ogni ragione»). Retoricamente efficace nel drammatizzare gli
esiti della scepsi e nel trasformare la tranquilla «sospensione di giudizio» (epoché) degli antichi in un'inquieta
situazione di angoscia epistemologica, Hume era però altrettanto abile nello
sdrammatizzarne le conseguenze etiche: il ricorso alla «natura», alla «naturale
tendenza e al corso delle passioni» costituiva per lui il migliore e più sicuro
rimedio. La terapia non sarebbe stata
dunque meno "scettica" della malattia, poiché delle credenze
intaccate dal dubbio sarebbe bastato fornire una giustificazione più debole,
meno teorica che esistenziale e motivata in definitiva dalla «naturale
tendenza» che spinge anche i filosofi (ivi compreso il pirroniano) a «parlare e
agire come l'altra gente negli affari comuni della vita». In questo modo Hume ritrovava la
"verità" dello scetticismo sul piano della metafisica e
dell'epistemologia (autoconfutazione dei dogmatismi e dei sistemi in un'età
ancora fortemente impregnata di esprit de
svstème), ma finiva però con il riproporre le tradizionali accuse di
"apraxia" (impossibilità di vivere e agire in accordo con i principi
dello scetticismo) che costantemente ne avevano accompagnato la storia, già a
partire dagli aneddoti laerziani sull'incapacità del povero Pirrone di sfuggire
ai banali pericoli della vita quotidiana (un carro, una buca sulla via) senza
l'aiuto di soccorrevoli amici, evidentemente meno scettici di lui.
Ben
lungi dal trovare conferma nei testi antichi, questa immagine fortemente
contrastata dello scettico, diviso tra disperazione della teoria e naturalismo
della prassi, è il prodotto di una vicenda tutta moderna, prodotta dagli uomini
del Cinquecento e del Seicento. Di questa "invenzione" (che è a un
tempo ritrovamento di testi antichi e loro reinterpretazione) il bel volume di
Floridi (Luciano Floridi, «Sextus Empiricus.
The
Transmission and Recovery of Pyrrhonism», American Philological Association,
vol. 46, Oxford University Press 2002, pagg.
XVI-1 50, £ 35,00) ricostruisce con esattezza filologica,
ricchezza di documenti e intelligenza storica le svolte essenziali. Nato come una voce per il Catalogo delle
traduzioni e dei commenti (Ctc), il volume si presenta come una ricerca sui
veicoli della trasmissione dello scetticismo, dalle prime traduzioni medievali
agli interessi umanistici (Savonarola, Poliziano, Laurentius e Bessarione
svolsero un ruolo importante), dalle edizioni principes del 1562-69 sino alla
ricezione di Montaigne e Descartes: dunque un lavoro solidamente fondato su
dati oggettivi e testuali, ben diverso da una vaga ricostruzione delle
"influenze" (sulle origini astrologiche e sull'uso perverso di questa
categoria si potrebbero richiamare certe precise avvertenze di metodo recate da
Quentin Skinner).
Alle origini della vicenda sta un'immagine che solo in parte coincide con quella finale dello scettico "schizofrenico" (per citare la discussa qualifica applicata da Popkin allo Hume del Trattato). Nella prefazione alla sua traduzione degli Schizzi pirroniani di Sesto (1562) vediamo dunque un raffinato umanista, Henri Estienne, entrare nella propria biblioteca coprendosi gli occhi con una mano per non vedere neppure i propri libri, divenutigli intollerabili per una sorta di indigestione o bulimia intellettuale (certo alludendo alla sua voracità libresca ma anche al suo anticonformismo, Estienne era soprannominato dai contemporanei il Pantagruel di Ginevra). Ma è a quel punto che, cadutogli l'occhio sulla traduzione manoscritta interrotta degli Schizzi, e avendola ripresa con entusiasmo, l'umanista recupera l'equilibrio degli umori e la salute della mente, trovando nella scepsi il rimedio all'arroganza e alla temerarietà dogmatiche, che lo avevano portato alla malinconia più cupa. Non è un caso - come nota Floridi - che in questa lettera riemergano le profonde motivazioni etiche da cui era animato lo scetticismo antico: «Un cambiamento di mentalità nei riguardi della conoscenza e un'interpretazione etica dello scetticismo circa la versione cartesiana del dubbio scettico, per dichiararne però l'invincibilità teorica (almeno nel Trattato); egli recupererà inoltre l'originario significato morale, quasi esistenziale dell'esperienza scettica, salvo dichiararne l'invivibilità. In questo modo il filosofo scozzese giungeva dunque a un esito paradossale: «Rivolgeva contro il pirroniano l'essenza stessa del pirronismo». In un'epoca come la nostra, che è sovente tentata di fare l'economia della conoscenza storica, vedere in concreto come anche la ricezione e la trasmissione di un pensiero altamente tecnico, come quello scettico, siano state motivate e plasmate da circostanze profondamente storiche, grandi e piccole che siano (dalla disponibilità materiale dei testi sino ai programmi culturali entro cui essi furono letti e interpretati), costituisce di per sé un'utile lezione, di valore non solo storiografico ma anche filosofico, come sottolinea Floridi: se è vero che «né il disinteresse analitico né il relativismo postmoderno accrescono lo sviluppo delle idee», d'altra parte una «matura comprensione di come la storia del pensiero e le sue dinamiche hanno modellato l'ambiente culturale nel quale svolgiamo le nostre ricerche filosofiche è essenziale», se non altro «per non ripetere gli errori del passato o per non reinventare la ruota».