![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 AGOSTO 2002 |
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Biologo e penna irriverente: dalla
scoperta sul Dna al gusto del pettegolezzo
A quarant’anni dal Premio Nobel, ritratto
di uno scienziato che si racconta senza conformismi
Nel 1953
James D(ewey) Watson chiarì insieme a Francis Crick la natura della doppia
elica del Dna e per questa scoperta gli venne assegnato nel 1962 il premio
Nobel. Nei quaranta anni trascorsi da allora Watson ha scritto due splendidi
libri: Biologia molecolare del gene (Zanichelli),
il testo fondamentale della nuova biologia che qualcuno ha definito
«sovranamente didattico», e La doppia
elica (Garzanti), un successo editoriale senza precedenti. Ha diretto e
portato a vertici assoluti il Laboratorio di biologia di Cold Spring Harbor,
non lontano da New York, ed è stato per qualche tempo alla guida del Progetto
Genoma. Non si è mai fatto molto pregare a dire la sua sui principali argomenti
della genetica e della biomedicina di oggi ed è stato di frequente al centro di
accese polemiche. Alcuni degli articoli da lui pubblicati in questo periodo si
possono leggere ora raccolti nel volume Geni
buoni, geni cattivi appena uscito per le edizioni Utet (James Dewey Watson,
«Geni buoni, geni cattivi. Storia di una passione per il Dna», Utet Libreria,
pagine 250, euro 18,50). La doppia elica ,
pubblicata per la prima volta nel 1968, racconta la storia dei mesi che
precedettero la grande scoperta del 1953 e ha avvinto in questi anni una grande
folla di lettori per le cose che racconta ma soprattutto per il modo in cui le
racconta. Si tratta di un libro irriverente e impertinente quanti altri mai,
dove Watson ci offre la sua versione degli avvenimenti di quei giorni con
grande vivacità e immediatezza, consegnando alla storia personaggi ed eventi
colti attraverso ritrattini e bozzetti svelti e efficaci che non tutti gli
interessati hanno gradito, ma che il lettore trova gustosi e spesso magistrali.
C'è un po' il sapore del pettegolezzo in quello che è sicuramente il racconto
scientifico più letto della storia. Il nostro autore non ha peli sulla lingua e
la sua penna non risparmia nessuno. Di ciascuno dei piccoli e grandi personaggi
che lui descrive coglie magistralmente gli aspetti umani, la grandezza ma anche
la piccineria, l'indiscusso amore per la verità ma anche la devastante
ambizione e la pura vanità personale, lo spirito collaborativo ma anche
un'aspra e talvolta scorretta competitività. I più grandi scienziati del XX
secolo si presentano così con un volto umano al quale non si può restare
indifferenti.
La storia narrata ne La doppia elica comincia
qualche mese prima della scoperta e termina con l'annuncio della sua
pubblicazione. Alcuni dei capitoli più vivaci del libro che vede ora la luce
sono dedicati ad altri avvenimenti, che hanno preceduto o seguito quel breve
periodo. Come è arrivato il giovane Watson fino a Cambridge, alla soglia di una
delle più importanti scoperte della storia? Quali sono stati i suoi interessi
giovanili? Quali i suoi maestri, reali e virtuali? Di che cosa andava in cerca
questo giovane americano scanzonato e girovago? Tutto questo è contenuto nei
primi capitoli del libro che può essere letto come completamento della
biografia intellettuale e umana di Watson, ma anche sotto un profilo assai
diverso.
Esistono molti altri capitoli, diciamo così più attuali, nei quali Watson
racconta in maniera limpida e discorsiva alcune delle grandi conquiste della
genetica di questi anni oppure espone il suo punto di vista sulle questioni
scottanti della biologia e della bioetica di oggi. Le sue affermazioni non sono
mai banali, la sua posizione non è mai scontata ed è spesso improntata ad un
cauto ottimismo e al pragmatismo. E come potrebbe essere diversamente dal
momento che Watson si porta dietro da una vita i due nomi, James e Dewey, di
due grandi esponenti del pragmatismo americano?
In un deprimente panorama di opere scritte da scienziati improvvisati e
pensatori di risulta che puntano a ridimensionare il significato del Progetto
Genoma, se non della stessa genetica, suonano limpide e quasi ingenue molte
delle affermazioni di Watson, che le cose le conosce bene e le ha fatte, e che
non ha bisogno di ricorrere a sofisticate ed elaborate argomentazioni teoriche
che ricordano quelle con le quali il Don Ferrante del Manzoni dimostrava che il
contagio non esiste. Come lui costoro trovano anche «orecchi attenti e ben
disposti: perché non si può spiegare», ci dice il Manzoni, «quanto sia grande
l'autorità di un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le
cose di cui sono già persuasi».
Il libro: James Dewey Watson, «Geni buoni, geni cattivi. Storia di una passione
per il Dna», Utet Libreria, pagine 250, euro 18,50