![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 LUGLIO 2002 |
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Il
problema della "fuga dei cervelli" continua ad attrarre l'attenzione
della stampa italiana. L'ipotesi - che
nessuno ha il coraggio di mettere in dubbio - è che numerosi, bravissimi
ricercatori italiani sono costretti ad abbandonare l'Italia. I rimedi proposti
a questo fenomeno, che viene considerato molto negativo, sono i più vari e
dipendono in genere dagli obiettivi che si propone l'intervistato di turno.
Si
distacca invece dal conformismo diffuso l'intervista del 16 giugno scorso
rilasciata al Sole-24 Ore dal direttore della Scuola Normale superiore di Pisa,
Salvatore Settis. Il quale, alla
domanda di rito sulla fuga dei cervelli, risponde: «Fare la conta di quelli che
se ne vanno ... è fuorviante: dovremmo chiederci piuttosto perché non riusciamo
ad attrarre da noi altrettanti stranieri.
C'è un mercato mondiale dell'intelligenza e della conoscenza. Troppo spesso ne restiamo fuori».
Alle stesse sostanziali
conclusioni è giunto il seminario che la Fondazione Cassa di Risparmio di
Venezia ha recentemente organizzato per la presentazione di uno studio sulla
fuga dei cervelli che aveva commissionato al Censis. Riassumendo il dibattito, Giuseppe De Rita ha osservato che la
ricerca scientifica, come molte altre attività nella società moderna, ha perso
il carattere di attività nazionale, per effetto di una globalizzazione. In effetti si può parlare di scienza e di
comunità scientifiche nazionali solo con riferimento agli ultimi due
secoli. La rottura dei vincoli interni
delle comunità scientifiche nazionali, sostituiti da legami derivanti da
obiettivi di ricerca comuni a scienziati di Paesi diversi, è un fenomeno
dell'ultimo trentennio, ma ha, in fin dei conti, restituito alla scienza il
carattere internazionale che aveva avuto fino a tutto il diciottesimo secolo.
L'inglese,
zoppicante nella pronuncia e povero nella sintassi e nel vocabolario, ma
tuttavia preciso negli enunciati - che è la lingua comune degli scienziati
moderni -, ha preso il posto che aveva un tempo il latino. Nessun Paese può ragionevolmente cercare di
opporsi a queste tendenze. Il problema
quindi per l'Italia è quello di non restare fuori dal -mercato mondiale
dell'intelligenza e della conoscenza.
Da
questo punto di vista non ha senso lamentarsi della emigrazione di ricercatori,
che anzi (ed è un gran brutto segno) sembra, in Italia, numericamente più
contenuta di quella che si verifica in altri Paesi sviluppati. Dobbiamo invece chiederci perché il mondo
italiano della ricerca non riesce ad attrarre scienziati e ricercatori da altri
Paesi, indipendentemente dalla loro nazionalità. Perché, ad esempio,
nessuno dei molti scienziati di valore provenienti dai Paesi dell'Est europeo,
che negli anni Novanta sono emigrati nelle università e nei centri di ricerca
occidentali, è stato attratto dall'Italia, nonostante i profondi legami
culturali, con alcuni almeno di questi Paesi. La risposta tecnica è che ogni
tentativo di accogliere nelle università italiane scienziati stranieri è stato
stroncato da una sorda resistenza degli apparati burocratici, pronti a brandire
la clausola della "reciprocità" al grido di: non passa lo straniero!
Ma questo atteggiamento della burocrazia, avallato purtroppo dai timidi "ministri tecnici" di quei tempi, si ritrova anche nella disperata resistenza che gli apparati burocratici e gli ordini professionali hanno sempre fatto all'applicazione delle direttive sulla libera circolazione dei laureati nell'Unione europea. Esso è il sintomo di un protezionismo e corporativismo di fondo della nostra società che concepisce le professioni e gli impieghi pubblici e privati, compreso l'attività del ricercatore, come un territorio accuratamente diviso o lottizzato sulla base di requisiti fissati a priori, primo tra tutti la cittadinanza. Ma come e più dell'economia di un Paese moderno, la ricerca scientifica non può vivere all'ombra del protezionismo. L'esempio più chiaro è quello degli Stati Uniti, che hanno imposto la loro leadership nella scienza proprio in virtù della loro capacità di accogliere e valorizzare scienziati e tecnici provenienti da altri Paesi. L'Italia, ma anche l'Europa, non possono permettersi una politica diversa.