![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 LUGLIO 2002 |
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Ma
sì, riprendiamoci a sinistra Sir Karl Raimund.
A cento anni dalla nascita. E
malgrado i tanti equivoci accumulatisi sulla sua figura, anche per colpa della
sinistra. Intanto però c'è un primo
ostacolo. Popper stesso si presenta, Aperti verbis, come un liberale puro. Di
centro, diremmo. Il che è ben
compendiato da una sua massima celebre a riguardo. Eccola: «Noi dovremmo tentare di occuparci di politica fuori
della polarizzazione destra/sinistra.
Penso sia un traguardo difficile da conseguire, ma sono sicuro che si
tratta di una cosa praticabile».
Che
vuol dire? Innanzitutto che Popper
aveva una fiducia incrollabile nella ragione critica, neutra, empirica. L'unica
a suo dire in grado di dirimere questioni conoscitive ed etiche, benché poi
Popper non si sia mai occupato ex professo
di etica.
Tuttavia
per lui la «ragione critica» includeva un ben preciso contenuto morale:
l'universale potenziale liberatorio, sociale, dell'intelletto umano. La cui sfera d'azione coincide con il general
intellect della comunità umana. O per meglio dire in termini
kantiani - Popper non amava la parola «comunità» - con «l'uso pubblico della
ragione».
V'è
infatti sin dall'inizio un circolo virtuoso in Popper tra ragione, etica,
politica e categorie generali dell'agire.
Ma - ecco il punto - esse sono radicate nella responsabilità
individuale. L'uso pubblico della ragione
è perciò sfida eminentemente «individuale».
In quanto «singoli», per Popper, ci si sente abilitati alla
ragione. E in quanto singoli si
risponde alle grandi questioni dell'etica, della politica e del sapere. Un esempio?
Sta nella gioventù di Popper.
Quando il filosofo, in origine militante del socialismo di sinistra,
partecipa nel 1919 a una manifestazione, durante la quale la polizia uccide a
Vienna alcuni giovani dimostranti. In
quell'occasione il futuro filosofo è traumatizzato da un doppio cinismo. Dalla
crudeltà poliziesca. E
dall'atteggiamento dei leader, che considerano un successo politico
l'indignazione suscitata dalla morte dei giovani. Lì, non c'è solo l'affiorare
di un tema che diverrà classico in Popper.
E cioè il rifiutò della violenza, coi rimedi democratici per secondare
il pacifico ricambio politico. C'è l'idea
di un rendiconto etico, e insieme razionale.
E' accettabile sposare emotivamente una teoria politica finalistica,
senza commisurare oneri e benefici?
Senza verificarne i costi umani?
Senza decidere se sul serio ne vale la pena, avendo assunto a unità di
misura un «esito finale» razionalmente incontrollabile? Che accade quando «certe domande» vengono
rimosse nella coscienza, in nome della «bontà della Causa»?