![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 LUGLIO 2002 |
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L'ex cancelliere tedesco racconta il
suo incontro con il filosofo, prima attraverso la lettura poi con gli scambi
epistolari
In una lettera gli scrisse: non avrei
mai pensato che con il mio lavoro avrei potuto aiutare le democrazie
occidentali
Sin
dal tempo di Confucio e di Platone i filosofi hanno continuamente tentato di
indicare agli imperatori ed ai governanti il fine ed il modo migliore in cui si
possa e si debba governare. Da
Machiavelli, ma ancor più dall'Illuminismo, la letteratura sulla filosofia
dello Stato è aumentata in maniera poderosa, in particolar modo in Francia, in
Inghilterra e in America, dove i principi della libertà della persona, della democrazia, del diritto uguale
per tutti, sono stati posti e sviluppati su basi filosofiche. Il catalogo dei
diritti costituzionali dei primi diciannove articoli della nostra costituzione,
se consideriamo le sue origini storiche, è nato non su suolo tedesco, bensì su
suolo americano, intorno alla fine
del secolo XVIII. Sono stati invece
ingegni tedeschi, da Hegel e Marx fino a Spengler, a sviluppare in maniera
sostanziale la filosofia della storia, che è un ramo affine. Tutti e tre questi filosofi credettero di
identificare sviluppi pronosticabili in maniera quasi scientifica, ma nessuno
di loro può essere considerato un democratico.
Al
termine del periodo nazista e della guerra, in particolare proprio otto anni
dopo, quando io entrai al Bundestag, e professionalmente in politica, di tutta
la letteratura mondiale riguardante la filosofia dello Stato, avevo letto
pochissimo. Più in generale, non avevo
alcuna cultura filosofica. Tuttavia, ci
sono state eccezioni. Quanto più,
infatti, avanzavo in politica, tanto più ero interessato alla filosofia dello
Stato ed alla filosofia politica, ed in particolare all'etica, la dottrina
delle virtù e, last but not least, alla
critica filosofica dell'economia di Ricardo, di Adam Smith e di Malthus, fino
ad arrivare a Euchen e a Hayek. Ma
anche quest'ultima branca della filosofia all'inizio non faceva parte dei miei
interessi; a spingermi verso di essa è stato infatti molto di più lo studio dell'economia
politica. Insomma, la mia preparazione filosofica era molto carente quando
entrai in politica.
In
guerra, mi ero sempre portato dietro le osservazioni su se stesso
dell'imperatore della tarda romanità Marco Aurelio, uno stoico, il quale mi
aveva insegnato la virtù del compimento del dovere, ed insieme quella della
calma interiore. A dire la verità, solo
dopo il nazismo mi sono reso conto che non mi aveva insegnato a riconoscere da
me stesso quale fosse il mio dovere.
Avevo fatto mio l'imperativo categorico di Kant, e dal suo breve scritto
Per la pace perpetua avevo tratto
l'idea che la pace tra i popoli e tra gli Stati non sia uno stato naturale, ma
che esso debba essere continuamente rifondato.
Ma, in generale, le altre
opere fondamentali di Kant mi hanno sempre interessato molto meno, anche se ho
sempre cercato di prendere a cuore i suoi tre appelli di fondo, vale a dire:
pensare con la propria testa! Pensare
anche con la testa di un altro! Pensare
sempre in maniera coerente con se stessi!
Più
tardi è arrivato Karl Popper. Anche
da lui ho imparato tre cose importanti: in primo luogo, mi ha fatto capire
perché il marxismo mi fosse stato sempre radicalmente poco simpatico: e la
ragione è che ogni utopia totalitaristica e ogni dittatura, fosse anche quella
del «proletariato», portano necessariamente all'assenza di libertà, alla
miseria di massa ed all'uso della violenza.
In secondo luogo, Popper mi ha fatto comprendere che il principio
costitutivo della democrazia non corrisponde alla supremazia del popolo; il
popolo infatti non governa in alcun modo, ma, in democrazia, detiene la
possibilità di far cadere un governo e di sostituirlo senza dover far uso della
violenza. E per questo che molto presto
mi sono reso conto degli svantaggi del sistema elettorale proporzionale, che è
giustissimo in linea di principio, ma che costringe quasi sempre a formare
delle coalizioni di governo, e dà così a ciascun membro di tali coalizioni il
potere di far cadere il governo, mentre nell'insieme tale potere deve rimanere
prerogativa dei cittadini.
In
terzo luogo, da Popper ho imparato il principio delle riforme graduali
dell'economia, della società e dello Stato, perché esso rappresenta il
principio della pratica politica più adatto alla democrazia. Infatti, cambiamenti grandi e repentini
mettono a rischio la libertà dei cittadini giacché, in caso di insuccesso,
possono essere corretti solo con sacrifici molto maggiori di quanto non sia
possibile facendo solo un piccolo passo e - vorrei aggiungere - anche perché un
sistema parlamentare, all'interno di una democrazia industriale molto
complessa, non è assolutamente adatto a rivoluzionamenti improvvisi. Anche Popper è stato un filosofo che ha
impiegato una parte della sua forza intellettuale per il problema del mantenimento
della pace. Era un uomo poliedrico. In giovinezza, a Vienna, aveva imparato il
mestiere di ebanista, era stato per un breve periodo comunista, aveva superato
da privatista l'esame di maturità, successivamente aveva studiato
all'università e ne era diventato docente.
Dopo un nuovo periodo di studio universitario ed un dottorato, aveva
insegnato matematica e fisica in una scuola superiore. Popper ha sempre coltivato
contemporaneamente anche un grande interesse per la musica, amava Bach, Mozart
e Beethoven, suonava il piano, ed ha persino composto musica lui stesso. Insieme, abbiamo spesso parlato di questioni
musicali; una volta mi ha anche regalato una sua fuga per organo, che purtroppo è andata perduta a Bonn. I suoi
genitori, ebrei, si erano convertiti al protestantesimo. Nel 1937, un anno dopo l'annessione
dell'Austria da parte dei nazisti, Popper, che aveva allora 35 anni, emigrò in
Nuova Zelanda. Qui scrisse il suo libro
La società aperta e i suoi nemici, un
libro che ancora oggi mi interessa e mi affascina.
Non
ricordo bene quando, ma deve essere stato verso la fine del 1979, che Manfred
Schüler, il capo dell'ufficio del Cancelliere federale, mandò a Klaus Bölling e
a me un breve appunto, con il consiglio di leggere una recensione
sull'autobiografia di Popper, che era stata appena pubblicata dalla Zelt. L'altro scritto che mi mandò riguardava
Popper; si trattava di una premessa che avrei dovuto scrivere per un volume
collettivo su Razionalismo critico e
socialdemocrazia, al quale avrebbero contribuito, con saggi più lunghi, anche
lo stesso Popper, come pure i suoi allievi Hans Albert, Bryan Magee ed
altri.
Utilizzai
quest'occasione per criticare una volta di più la differenziazione, allora
molto amata, tra riforme «stabilizzatrici del sistema» e riforme
«trasformatrici del sistema». Ogni
riforma mette in moto una mutazione dell'esistente, ogni riforma sociale
trasforma la società in questione, e di conseguenza il suo sistema. E' evidente
dunque che una tale riforma deve essere connotata con l'aggettivo
«trasformatrice del sistema» (un aggettivo inevitabilmente tautologico), in
quanto essa presuppone o fa sperare che darà origine, in un solo balzo, alla
trasformazione di uno o più degli aspetti finora costitutivi della società in
questione.
Io
non considero auspicabile una cosa del genere, giacché, in una simile
operazione, i rischi di insuccesso e di possibili ripercussioni negative per
milioni e milioni di persone non sono calcolabili né limitabili, né ritengo
possibile una riforma che, in uno Stato di diritto democratico, ne sovverta
radicalmente i fondamenti; vi si opporrebbero da un lato i diritti fondamentali
ed i postulati delle finalità dello Stato posti dalla Costituzione stessa, ma
soprattutto le sue regole procedurali per l'attività costituente e legislativa. Le utopie totalitarie possono prestare il
fianco all'uso della violenza. Le società aperte, vale a dire democratiche non
sono comparabili alle massime politiche di un'utopia totalitaria, né al
dispiegamento di azioni tese alla realizzazione di un sistema sociale
completamente nuovo. Una società
democratica, una società aperta, quando la pluralità stessa degli obiettivi
politici viene abbandonata in favore di un ideale astratto, si perverte in uno
Stato chiuso, totalitario. Se il nostro
deve essere preservato da tutto ciò, il politico resta vincolato ad una
trasformazione che sia fatta per gradi, operazione la cui premessa è, ad ogni
passo, l'ottenimento del consenso.
Soltanto questa è da ritenersi l'arte democratica della politica.
La
ricerca del consenso e del compromesso delle costituzioni democratiche porta,
nei suoi effetti pratici, ad una perdita in termini di pregnanza e coerenza
dell'azione politica. Questa perdita,
ogni democratico deve metterla in conto; ma essa può diventare tanto più
limitata quanto più concreto è il passo che di volta in volta si pensa di
compiere. Mettersi nei panni dell'altro
è una necessità fondamentale per ogni azione politica. Chi non vuole farlo, non è utilizzabile né
per una politica estera pacifica, né per una politica interna democratica. Chi non vuole prendere sul serio gli
obiettivi e gli interessi dell'altro non è adatto ad alcun compromesso. E chi non è adatto ai compromessi, non è in
grado di garantire la pace.
Io non so se Karl Popper abbia mai avuto sotto gli occhi quella mia premessa, che conteneva questi pensieri, e che cosa possa avesse pensato. In ogni caso, poco tempo dopo nacque tra noi uno scambio di corrispondenza: con la sua calligrafia bella e chiara, rispondendo ad un mio lungo telegramma di auguri per il suo compleanno, mi rispose: «Quando scrissi La società aperta, e anche dopo, non avrei mai immaginato neanche nei miei sogni più audaci che, quasi quaranta anni dopo, un Cancelliere federale mi avrebbe scritto per dirmi che, con il mio lavoro, avevo molto aiutato le democrazie occidentali. Tutto quello che avevo sperato era che potesse dare un piccolo contributo alla lotta contro il fascismo e che, forse, rendesse evitabili nel dopoguerra gli errori peggiori».