RASSEGNA STAMPA

28 LUGLIO 2002
ANACLETO VERRECCHIA
Popper Cento anni di provocazioni

Il 28 luglio 1902 nasceva a Vienna il grande filosofo antipositivista.  Il ricordo di chi ha assistito alle sue straordinarie lezioni

Aveva il gusto della dissacrazione: «La fama di Nietzsche è solo un caso.  Hegel è la più grande truffa intellettuale»

Il 28 luglio di cento anni fa nasceva a Vienna, nella zona residenziale di Ober Sankt Veit, Karl Popper.  Pare che da bambino fosse «un po' troppo bravo», come scrive lui stesso nella sua autobiografia intellettuale.  Da adulto, però, tanto «bravo» non era, perché poteva fulminarti con un'occhiata o una battuta.

Lo incontrai per la prima volta all'inizio di maggio del 1986.  Allora egli aveva ottantaquattro anni, ma li portava con leggerezza e si muoveva con l'agilità di un giovanotto.  Rimasi sbalordito nel vederlo salire le scale a due gradini per volta e nel portare da solo la lavagna che gli serviva per le sue lezioni di alta matematica.  Anche se piuttosto piccolo di statura, era nell'insieme un bell'uomo, con un volto che sprizzava intelligenza.  Parlava un tedesco chiaro e armonioso.  Solo quando si adirava, il che però non capitava spesso, la sua voce diventava metallica.

Era venuto a Vienna per partecipare a un simposio internazionale sulla teoria della conoscenza, facendovi naturalmente la parte del leone.  Sullo stesso argomento aveva poi voluto tenere dei seminari, ma non all'università, bensì in una villetta collinare che gli era stata messa a disposizione e che si trovava al numero 10 della Kramer-Glocknergasse. Un po' più in là c'era la Hermesvilla, dove l'imperatrice Sissi andava a cercare sfogo ai suoi capricci, alle sue inquietudini e alle sue follie.  Anche Popper, come mi disse lui stesso, amava passeggiare da quelle parti; m andava a caccia di idee, non di capricci.  Forse gli piaceva anche fare un bagno nei ricordi del passato, visto che la casa che gli avevano messo a disposizione si trovava, come quella in cui era nato, nel tredicesimo distretto di Vienna.

Per essere ammessi ai suoi seminari, che teneva puntualmente dalle 9.30 alle 12 del sabato -mattina, ci voleva l'invito.  La sala era abbastanza grande, e trenta o quaranta persone scelte, tra studenti, professori. e studiosi vari, ascoltavano in grande silenzio la parola del filosofo.  Guai a mostrare segni di distrazione.  Nel migliore dei casi, vi arrivava addosso un'occhiata fulminante; nel peggiore, l'invitò perentorio ad andarvene.  Era come se in quella stanza ci

fosse la scritta delle antiche scuole romane: Disce aut discede, impara o vattene.  Una coppia di studenti, che non aveva saputo resistere alla tentazione di una carezza fuori programma, fu bruscamente invitata a uscire dalla sala.  Il tono della voce di Popper fu così fermo e raggelante che difficilmente i due, appena usciti all'aperto, avranno ritrovato subito la voglia di continuare le loro effusioni.  Solo gli uccelli, specialmente i merli e le tortore, non si curavano della severità del filosofo e continuavano a cantare sfrenatamente perfino sulla veranda aperta.

Se rabbonito, però, Popper era di una gentilezza disarmante. Io ero entrato nelle sue grazie con il mio libro La catastrofe di Nietzsche a Torino, che egli aveva letto nella traduzione tedesca.  Una volta, vedendomi da lontano, mi disse ad alta voce: «Non ti puoi lamentare di Karl Popper, perché ho letto due volte il tuo libro.  Dovresti solo precisare meglio il punto in cui comincia la pazzia di Nietzsche».  Questo vorrei saperlo anch'io.

Popper non teneva in molta considerazione Nietzsche.  Mi disse così: «In Nietzsche, filosoficamente parlando, non c'è niente.  Nietzsche è un povero diavolo.  Un filosofo deve dimostrare, non scrivere aforismi.  Trovo scadenti perfino le sue poesie.  Anch'io ho scritto delle poesie e ti assicuro, senza con questo pretendere di essere un poeta, che sono più belle di quelle di Nietzsche.

«Naturalmente quello che c'è da ammirare in Nietzsche come stilista io lo ammiro, ma senza esagerazione, come invece fanno molti.  Il fatto che Nietzsche sia diventato così famoso non significa niente, perché la fama è un semplice accidente, un caso.  Pensa anche a Hegel, che è diventato ancora più famoso di Nietzsche.  Eppure Hegel è un ciarlatano, anzi è la più grande truffa intellettuale». Popper non era un filosofo come gli altri, perché partiva da una solidissima base scientifica e matematica.

Detestava i paroloni e non trebbiava mai paglia vuota.  Neppure cento Aristofani sarebbero riusciti a sollevarlo tra le nuvole e a farne la caricatura.  Si poteva essere d'accordo o no con le sue idee ma non se ne poteva disconoscere il rigore logico.  Parlava e scriveva in maniera chiara, precisa ed essenziale.  A volte rispondeva alle domande con un semplice sì o un semplice no: «La brevità delle mie risposte è una parte essenziale delle stesse.  La brevità fa parte della mia filosofia.  Detesto le lungagnate».

Tutti possono leggere i libri in cui egli ha esposto la sua filosofia; ma un conto è leggere quello che un filosofò della sua statura scrive e un altro conto è sentirlo parlare e colloquiare con lui.  La pagina scritta non può trasmettere la mimica facciale, gli occhi grifagni e i risolini beffardi che egli faceva a seconda delle domande che gli venivano rivolte.  Un giorno gli chiesi se non avesse paura della morte.  Risposta: «Paura?  Alla mia età si è o si dovrebbe essere pronti a morire».  Ma poi ci ripensò e disse: «No, non sono pronto, perché ho ancora molte cose da fare».

E difatti, a vederlo così arzillo, si sarebbe detto che le Parche lo avessero dimenticato. Io invece non lo dimenticherò mai. Per affetto.
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Storia della filosofia