RASSEGNA STAMPA

27 LUGLIO 2002
LEO LESTINGI
A cento anni dalla nascita.

In un testo edito in Italia nel 1969, e intitolato Problemi, scopi e razionalità della scienza, Popper aveva scritto: "Tutta la mia concezione del metodo scientifico si può riassumere dicendo che esso consiste di questi tre passi: 1) inciampiamo in qualche problema; 2) tentiamo di risolverlo, ad esempio proponendo qualche nuova teoria; 3) impariamo dai nostri errori, specialmente da quelli che si sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione. O, per dirla in tre parole: problemi-teorie-critiche. Credo che in queste tre parole, si possa riassumere tutto quanto il modo di procedere della scienza razionale".

E doveva essere questo, secondo il pensatore viennese, il modo di procedere del fisico e dello storico, del sociologo e del biologo, del geologo, dell'ermeneuta e del traduttore, e del chimico; nel suo testo Conoscenza oggettiva (edito da Armando nel 1975), Popper annoterà: "elaborare la differenza fra scienza e discipline umanistiche è stato a lungo una moda ed è diventato noioso; il metodo della risoluzione dei problemi, e quello delle congetture e delle confutazioni, è praticato da entrambe".

Tutto ciò per dire che il metodo della scienza è unico, nel senso che la ricerca scientifica, in qualsiasi ambito venga praticata, si risolve in tentativi di soluzione dei problemi in cui, data la nostra "memoria culturale", inciampiamo di continuo: e i problemi si risolvono scatenando la fantasia creatrice di ipotesi da sottoporre, poi, a controlli sulla base delle loro conseguenze osservative. Controlli che possono portare alla conferma o alla smentita di siffatte ipotesi. E siccome esiste un'asimmetria logica fra la conferma e la smentita di un'ipotesi, compito dello scienziato serio non consiste, per Popper, nell'accarezzare le teorie, vale a dire nel cercare conferme, quanto piuttosto nel tentare di sottoporre la teoria, anche quella più consolidata, ai controlli più severi, al fine di trovare in essa delle crepe, dove essa, insomma, potrebbe fallire.

Non ci è possibile, insomma, verificare, dimostrare o fare vera una teoria; ma ci è possibile dimostrarne la falsità, falsificarla, appunto: una teoria, per poter essere vera, deve poter essere anche falsa. Sta qui il messaggio di Popper: tutta la nostra conoscenza è e resta fallibile. In una pagina importante della sua autobiografia, egli scrive: "Noi non sappiamo niente - questo è il primo punto. Di conseguenza, dobbiamo essere molto modesti - questo è il secondo punto. Che non diciamo di sapere, quando non sappiamo - questo è il terzo punto. Questa è all'incirca la concezione che io vorrei volentieri rendere popolare. Ma non è che ci siano troppe speranze".

Questa semplice e severa impostazione popperiana non si esaurirà in se stessa, ma si rifletterà anche nella riflessione che il pensatore austro-inglese dedicherà, in modo non marginale, ai problemi di filosofia della politica: l'antiautoritarismo del suo modo di intendere la scienza chiamerà un analogo antiautoritarismo sul terreno delle idee politiche, e dunque la condanna di ogni forma di totalitarismo. Nel suo densissimo La società aperta e i suoi nemici, edita in Italia da Armando, Popper si proponeva di fornire una delucidazione rigorosa del concetto di democrazia, osservando come il problema fondamentale della filosofia politica sia stato tradizionalmente racchiuso in una domanda: "Chi deve reggere lo Stato?". In realtà, osservava Popper, una volta formulato l'interrogativo, non si possono evitare risposte del tipo: "i migliori", "i più sapienti", "il governante nato", "la Volontà generale", "la Razza superiore" o "il Popolo". Ma una risposta siffatta, per Popper, è assolutamente sterile, dal momento che essa presuppone ciò che in teoria, ma soprattutto nella pratica, è quasi sempre falso, ossia che i governanti siano buoni, saggi e competenti. Per cui, alla vecchia domanda: "Chi deve governare?", bisognava opporre la nuova: "Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?".

In altri termini, il problema-chiave di una politica democratica non è quello relativo ai soggetti della sovranità, ma quello concernente il controllo istituzionale dei governanti, chiunque essi siano. Solo questa impostazione, aggiungeva Popper, permette di risolvere ciò che egli chiamava il "paradosso della democrazia", ossia quell'assurdo per cui il popolo, com'è avvenuto nella storia anche recente, potrebbe democraticamente scegliere una tirannide.
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