![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 LUGLIO 2002 |
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Testi specialistici o manuali fai-da-te mentre la tradizione
divulgativa italiana è solo un ricordo. Gli addetti ai lavori spiegano perché è
cosi difficile comunicare
Quest'anno
il Premio Lavarone-Gradiva - l'unico premio in Italia dedicato alla
divulgazione psicoanalitica - è stato vinto da un filosofo, Remo Bodei per Il
dottor Freud e i nervi dell'anima, (Donzelli), una conversazione con Cecilia
Albarella. Insomma, un premio di
psicoanalisi è stato assegnato a un "non-psicoanalista". Questo forse vuol dire qualcosa o forse non
vuol dire niente: un caso? una contingenza editoriale? gli psicoanalisti non
sono bravi a divulgare? oppure non sono interessati?
Abbiamo
girato queste ed altre domande ad alcuni degli psicoanalisti presenti a
Lavarone durante la settimana di convegni, discussioni, presentazioni di libri
che ha animato il Premio dal 13 al 20 luglio.
"Noi
scriviamo prevalentemente ai colleghi, anche se sullo sfondo c'è la speranza
che ci possa essere un lettore non addetto ai lavori - confessa Giuseppe
Maffei, analista junghiano, membro della giuria del Lavarone -. Credo che la
divulgazione rimanga un'ombra della psicoanalisi: c'è un forte rischio di
volgarizzazione, ma, al tempo stesso, senza questo aspetto il sapere rimane
monco. La divulgazione seria dovrebbe
partire dall'affermazione: so di non sapere, dovrebbe lasciare aperta la
possibilità di dire che le cose possono essere anche diverse. E questo non è facile ... ".
"Pochi
sono gli psicoanalisti che si dedicano alla divulgazione. Anche Freud ha scritto soltanto un testo
divulgativo, Psicopatologia della vita quotidiana - ci dice Alberto Schon,
docente della Società Psicoanalitica italiana (Spi) e membro della giuria -. Di
contro, si trovano in commercio molti libri divulgativi di cattiva qualità, non
di psicoanalisi ma sedicenti tali".
"Trent'anni
fa - racconta Stefano Bolognini, anch'egli docente Spi, vincitore di una
passata edizione del Premio Lavarone-Gradiva con la bellissima raccolta Come
vento, come onda (Bollati Boringhieri) - mezza Italia lesse un economico
tascabile di Pierre Daco, Che cos'è la psicoanalisi. Era uno dei primi pocket, ebbe un successo
strepitoso, ma era un pessimo libro che dava una versione in noccioline della
psicoanalisi. Con gli anni la
divulgazione psicoanalitica è diventata più accorta. E sono fondamentalmente
due i fattori che hanno cambiato l'approccio degli psicoanalisti a questo tipo
di comunicazione: le frequentazioni universitarie di testi psicoanalitici,
ovverosia l'apertura di diverse facoltà a questa disciplina, e -
paradossalmente - i settimanali femminili che, dapprima in forma rudimentale e
poi, via
via, in
forma sempre più adeguata, hanno divulgato alcuni dei temi della psicoanalisi.
In anni più recenti - prosegue Bolognini - la divulgazione si è fermata. La migliore storia della psicoanalisi per
non addetti è stata scritta da Silvia Vegetti Finzi, che non è una
psicoanalista. Gli psicoanalisti
scrivono poco per i non addetti, raramente fanno sortite fuori dal proprio
campo".
Perché?
"Laddove la psicoanalisi si comunica a persone che non hanno esperienza, i
rischi di malintesi sono molto forti", spiega Giuseppe Maffei.
"L'interesse per la divulgazione - fa eco Stefano Bolognini - si
accompagna a un timore. Anzi a due: la
paura di essere fraintesi, di semplificare troppo, e quella delle critiche dei
colleghi per non aver "divulgato bene"".
"In
Italia c'è un'altissima tradizione di divulgazione", dice a l'Unità Simona
Argentieri, psicoanalista con una lunga attività divulgativa alle spalle e
che, insieme a Massimo Marrani, cura la sezione cinematografica del Premio
Lavarone "Penso a Musatti e a Servadio che lo facevano con piacere e
delizia perché lo consideravano un compito importante della psicoanalisi. Erano però tempi in cui la psicoanalisi non
era molto conosciuta. Ora siamo in
un'epoca diversa: un dilagare di termini pseudo-psicanalitici nel linguaggio,
un'overdose di psicoanalisi distorta.
L'operazione che va fatta adesso è diversa. Io ho scelto, con rammarico,
di non rilasciare dichiarazioni né interviste.
Perché la degradazione è opera anche dei giornalisti, che pongono spesso
domande grossolane e non hanno nessuna voglia di approfondire. Il risultato è un'operazione
anti-divulgativa che aumenta la confusione. Dall'altra parte ci sono analisti
che non parlano chiaro e che sono spocchioso. Il pubblico, infine, non ha
voglia di cercare ma chiede solo conferme a quello che sa. Così ho detto no a
questo tipo di divulgazione, non rispondo a domande inutili o dannose del tipo
"è vero che le donne tradiscono più degli uomini?". Sono invece disponibile e felice se la
divulgazione vuol dire prendiamoci un certo spazio e un certo tempo per parlare
su temi autentici".
Ma allora, a
chi parlano gli psicoanalisti quando scrivono? "A un pubblico misto -
risponde Alberto Schon -, non c'è un target particolare. La psicoanalisi insegna a pensare anziché
agire e a pensare prima di agire. Io cerco di rivolgermi a chi la teme, vorrei
dire: imparare a pensare non è un
guaio. Magari si vota diversamente ma
non importa. In internet sta circolando
una segreteria telefonica psicologica molto divertente, c'è un messaggio per
ogni disturbo mentale e finisce con questo: se poi siete insoddisfatti del
governo, non possiamo aiutarvi, aiutiamo i matti non i coglioni. Beh, io mi rivolgo anche ai coglioni, se
hanno voglia di ascoltare" "Quando si parla, quando si scrive - dice
Maffei - c'è sempre un altro che ascolta e che può essere nuovo. Credo che l'importante sia chiarire che la
psicoanalisi non dice qualcosa di definitivo e immutabile, non fissa una
situazione. Davanti alla grotta di Esculapio c'è un'iscrizione che bene si
presta a spiegare cosa intendo. C'è scritto: l'oracolo né dice né nasconde ma
indica. Ecco, la psicoanalisi è un'indicazione di direzione". "Noi
tendiamo a usare un gergo che può risultare incomprensibile ai non addetti ai
lavori - aggiunge Bolognini -. Il gergo è necessario per evitare
fraintendimenti ma non aiuta a dialogare cori gli altri. Non è facile tradurlo
in linguaggio umano, smettere di usarlo e adoperare le parole della vita. Ma è una sfida interessante".
Sommersi da
manuali che dettano regole facili per vivere meglio, dalla televisione che
diagnostica disturbi a persone che non conosce, da test e classifiche sulla
depressione o l'agorafobia, la mania dei numeri o l'ossessione per il cibo,
come affrontare e approntare una forma di divulgazione accessibile e seria?
"Molti centri psicoanalitici si stanno aprendo al pubblico attraverso seminari
- racconta Schon -. Questa è già una comunicazione facilitata. Anche il confronto con le altre discipline
aiuta a trovare un linguaggio più accessibile. Ci sono poi, alcune ottime
pubblicazioni (delle quali peraltro si occupa Lavarone). A un livello elevato
citerei la rivista Psiche". "C'è sempre stato un dialogo tra la
psicoanalisi e le altre scienze - puntualizza Giuseppe Maffei -. Fin
dall'inizio della sua storia: le scoperte sull'elettricità hanno ispirato i
primi modelli di Freud, poi la termodinamica. Oggi è la teoria della
complessità ad interagire con la psicoanalisi.
In questo ambito credo sia possibile una comunicazione, una
comunicazione culturale interdisciplinare". Dello stesso avviso è anche
Stefano Bolognini, che aggiunge. "Penso che i Materiali più fruibilí sul
piano comunicativo siano i materiali clinici, che non si possono però
divulgare: se presentati in modo esteso e comprensibile darebbero l'idea di
cosa è la psicoanalisi.
I casi
clinici sono "scenette", con una storia e dei dialoghi che raccontano
cosa succede in quei tre quarti d'ora lì tra paziente e terapeuta. Ho prestato
due scene cliniche a Nanni Moretti per La stanza del figlio: non sono le scene
più riuscite del film ma fanno capire che la psicoanalisi è un lavoro che si fa
insieme, in due. Ecco, divulgare è
anche aiutare a immaginare che si può essere aiutati.
"E' possibile parlare in modo semplice e chiaro della psicoanalisi - chiude Simona Argentieri -. Si può divulgare se sia chi parla che chi media lo fa con onestà e umiltà".