![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2002 |
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Sarà in edicola da domani il nuovo numero di Reset, la rivista
diretta da Giancarlo Bosetti, che dedica un intero fascicolo al pensiero di
Karl R. Popper per il centenario della sua nascita (28 luglio 1902). Accanto a un saggio di Hans Albert, allievo
ed erede filosofico di Popper, figurano una serie di contributi dedicati al
pensatore austriaco. Fra gli altri, di
Enzo Di Nuoscio, Stefano Gattei, Vàclav Hàvel, Sergio Benvenuto, Fabio Minazzi,
Paolo Parrini, Silvano Tagliagambe, Darlo Antiseri, Giulio Giorello, George
Soros, Helmut Schmidt e Salvatore Veca.
Di Norberto Bobbio, compaiono gli scritti del 1946, a commento
dell'opera di Popper La società aperta e i suoi nemici.
La posizione
di Popper nei confronti della metafisica non mancò di suscitare perplessità tra
i neopositivisti. Queste critiche,
però, non turbarono Popper, il quale, a cominciare dal 1949 se non prima, usò
nelle sue lezioni l'espressione «programma di ricerca metafisico». Nel frattempo, all'inizio dell'anno
accademico 1946-47, Popper aveva ricevuto un invito dal segretario del Moral
Sciences Club di Cambridge perché leggesse un saggio su di qualche «perplessità
filosofica». «Era chiaro - scrive Popper nella sua autobiografia intellettuale
La ricerca non ha fine - che si trattava di una formulazione di Wittgenstein,
secondo la quale in filosofia non esistono problemi genuini, ma soltanto
perplessità linguistiche». Decisamente
contrario a questa tesi, Popper accettò la sfida; scelse di parlare sul tema
"Ci sono problemi filosofici?"; e iniziò il suo discorso, in modo un
po' scherzoso, facendo presente che, negando l'esistenza di problemi
filosofici, chiunque avesse scritto l'invito, aveva preso posizione su di una
questione creata da un genuino problema filosofico. «Ma proprio a questo punto
- ricorda Popper - Wittgenstein saltò su e disse, ad alta voce e così mi parve,
con rabbia: "Il Segretario ha. fatto esattamente ciò che gli è stato detto
di fare. Egli ha agito su mia
istruzione". Io non ci feci caso, e continuai; ma accadde che almeno
alcuni fra gli ammiratori di Wittgenstein, tra i presenti, se ne accorsero, e
di conseguenza presero la mia osservazione, intesa come uno scherzo, come un
grave rimprovero al Segretario».
In ogni
caso, Popper andò avanti, affermando che, se non esistevano problemi
filosofici, egli di certo non poteva essere un filosofo; e aggiungendo che,
siccome tanti, o forse tutti gli uomini, si affidano in maniera sconsiderata e
acritica a soluzioni insostenibili per tanti o forse tutti i problemi
filosofici, è allora sufficientemente giustificata l'esistenza di filosofi. Ma ecco che Wittgenstein salta
su un'altra
volta, interrompe Popper e parla a lungo sulle perplessità linguistiche e sulla
non-esistenza dei problemi filosofici.
Di nuovo, Popper: «Al momento che mi sembrò più
opportuno
fui io ad interromperlo, presentando un elenco da me preparato di problemi
filosofici, come: Conosciamo le cose attraverso i nostri sensi? Otteniamo la nostra conoscenza per
l'induzione? Wittgenstein li respinse,
dicendo che erano problemi logici piuttosto che filosofici. Posi allora il
problema se esista l'infinito potenziale o forse anche quello attuale, un
problema che egli respinse come matematico. Ricordai quindi i problemi morali e
il problema della validità delle norme morali.
A questo punto Wittgenstein, il quale sedeva vicino al caminetto e
giocava nervosamente con l'attizzatoio che talvolta usava come bacchetta da
direttore d'orchestra per sottolineare le sue affermazioni, mi lanciò la sfida:
"Dai un esempio di una regola morale!". Lo replicai: "Non
minacci conferenzieri ospiti con gli attizzatoi". Dopo di che Wittgenstein, infuriato, gettò
giù l'attizzatoio e se ne andò adirato dalla stanza, sbattendo dietro di sé la
porta».
Popper è
pronto a riconoscere di essere andato a Cambridge con la speranza di provocare
Wittgenstein e di combatterlo sulla tesi per cui non esisterebbero problemi
filosofici autentici. Tuttavia, egli
confessa che fu per lui una sorpresa il dover constatare che Wittgenstein era
stato incapace di capire uno scherzo. «Solo più tardi - ammette Popper - mi
resi conto che forse egli capì veramente che io scherzavo e che fu proprio
questo ad offenderlo. Ma, anche se avevo voluto affrontare il mio problema in
modo alquanto scherzoso, prendevo la cosa con la massima serietà, forse ancor
più dello stesso Wittgenstein, giacché, dopo tutto, egli non credeva in
problemi filosofici genuini».
Wittgenstein, dunque, lascia la sala; ma la discussione prosegue. Bertrand Russell fu uno degli interlocutori di maggior spicco; e Braithwaite si complimenta con Popper , dacché Popper era stato «l'unico che si fosse azzardato ad interrompere Wittgenstein allo stesso modo in cui Wittgenstein era solito interrompere chiunque altro». Il giorno seguente, durante il viaggio di ritorno da Cambridge a Londra, nello scompartimento del treno Popper trova due studenti, un ragazzo che leggeva un libro e una ragazza che leggeva un giornale di sinistra. «All'improvviso la ragazza chiese: "Chi è questo Karl Popper?". E il ragazzo replicò: "Mai sentito parlare". Ecco la fama. (Poi venni a sapere che nel giornale c'era un attacco a La società aperta). La storia dell'incontro al Club delle scienze morali non finì, comunque, sul treno da Cambridge a Londra; «divenne quasi subito oggetto di discorsi fatti a vanvera». Così ricorda Popper - «a breve distanza di tempo fui sorpreso nel ricevere una lettera dalla Nuova Zelanda, in cui mi si chiedeva se fosse vero che Wittgenstein ed io eravamo venuti alle mani, entrambi armati di attizzatoi. Più vicino a casa le storie erano meno esagerate, ma non tanto».