![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2002 |
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A CENT'ANNI
DALLA NASCITA DEL GRANDE FILOSOFO AUSTRIACO "RESET" GLI DEDICA UN
NUMERO SPECIALE
Il pezzo che segue è tratto della recensione che Norberto Bobbio
fece, nel 1946, al testo "La società aperta e i suoi nemici". La
recensione, pubblicata nel numero 3-4 (luglio-dicembre 1946, pp. 204-206) della
"Rivista di filosofia", sintetizza appieno il significato dell'intera
opera popperiana e viene ora riproposta dal nuovo numero monografico di
"Reset" dedicato al filosofo austriaco, da domani in edicola.
La sostanza
speculativa del libro sta nella critica di ogni irrazionalismo, inteso come il
più pericoloso alleato del totalitarismo sotto forma di richiamo all'unità
perduta della tribù, e quindi come il più grave ostacolo al progresso civile.
Il razionalismo egli intende, su per giù, come l'atteggiamento proprio dello
scienziato, come il modo di risolvere i problemi facendo appello al pensiero
chiaro e all'esperienza, piuttosto che all'emozione o alle passioni. Ma tiene a
precisare che il razionalismo deve essere critico, cioè conoscere i suoi
limiti, quindi concedere all'irrazionalismo quello che non gli si può in alcun
modo negare, cioè la decisione iniziale intorno all'accettazione o alla ripulsa
dello stesso atteggiamento razionalistico. Egli sa che una decisione non si può
ricavare dai fatti, per quanto i fatti possano essere assunti come argomento in
favore di questa piuttosto che di quella decisione: la scelta tra razionalismo
e irrazionalismo, pertanto, non è essa stessa razionale ma morale. Il
razionalismo non può eliminare per lo meno una fede, cioè la fede nella
ragione, per quanto non sia fede cieca ed emotiva, ma sia sorretta dalla
constatazione di certi fatti, come la libertà, la tolleranza, l'imparzialità,
che solo il razionalismo giustifica e garantisce. (...)
Per definire
l'atmosfera generale entro cui si muove l'opera del Popper, si potrebbe parlare
di umanesimo illuministico. La storia umana è opera dell'uomo; e l'uomo solo è
responsabile della sua storia. Non c'è nulla di fatale nel corso degli avvenimenti.
E chi si abbandona al fatalismo, riuncia per ignavia a portare la pesante croce
della civilità, che è libera creazione, e quindi responsabilità. La storia non
ha di per sé nessun senso, né provvidenziale né immanente: ha il senso che noi
stessi le attribuiamo, rituffandoci nella barbarie o lottando per la civiltà,
vagheggiando il paradiso perduto della società chiusa o compiendo ogni sforzo
per la realizzazione della società aperta. La maggior gloria dell'uomo è la
lucidità, la chiarezza, la padronanza delle proprie facoltà razionali; il suo
maggiore pregio è non lasciarsi ingannare dalle passioni, dalle emozioni, dai
desideri, dai miti. Anche la più nobile delle passioni, l'amore, è inferiore
alla chiarezza della ragione. "Io insisto a dire - precisa - che nessuna
emozione, neppure l'amore, può sostituire l'autorità delle istituzioni regolate
dalla ragione (...)".
È insomma, questo libro del Popper, a prescindere dal giudizio sulle questioni particolari, una lezione di sobrietà dopo tanti orpelli ideologici e tanta metafisica saccenteria, un invito alla chiarezza in mezzo a tanto medioevale oscurantismo, e forse anche un atto di modestia, nonstante l'asprezza della polemica, in mezzo a tanta orgogliosa sicurezza a destra e a sinistra. Può sembrare un ripiegamento a chi crede nella infallibilità di un metodo; ma è uno di quei ripiegamenti che servono a condurre sulla buona strada, assai opportuno allorché la buona strada sembra, per ogni verso, smarrita.