RASSEGNA STAMPA

17 LUGLIO 2002
DARIO FERTILIO
Da Marx a Marcuse

L'editore Armando ripubblica tutti i suoi testi

Cent'anni di trionfo o di solitudine? A Karl Popper, nato a Vienna il 28 luglio 1902, sono toccati in sorte l'uno e l'altra: innumerevoli successi, ma anche accuse e boicottaggi. E neppure per il giorno del suo funerale, avvenuto otto anni fa, gli è stato risparmiato il titolo di " filosofo più odiato e amato del Novecento". Molti oggi criticano la "popperite", ovvero la moda di incensarlo come un totem ideologico, un santo del calendario liberale. La sua religione della "società aperta", ridotta a luogo comune della tolleranza pacifista, quando è usata a sproposito scade davvero a stereotipo senz'anima, buono per tutte le stagioni. In realtà, lui fu piuttosto Karl il Distruttore, il filosofo che dopo aver seppellito definitivamente il marxismo liquidò anche i suoi estremi epigoni, Marcuse compreso. Proprio per niente, insomma, un personaggio accomodante.

E' facile rendersene conto, in questi giorni, sfogliando le sue opere ristampate dall'editore Armando: dalla celebre "Società aperta" a titoli che suscitano eco profonde: "La ricerca non ha fine", "Rivoluzione o riforme?", "Alla ricerca di un mondo migliore". In questi saggi abita lo spirito del vero Popper, l'implacabile demolitore dei luoghi comuni e di tutti i concetti collettivi: niente "partito", "stato", "popolo", "classe", ma soltanto individui che agiscono in base a valori soggettivi; niente rapporto di causa ed effetto nei rapporti sociali, giacché l'unica certezza è che le conseguenze delle nostre azioni sono imprevedibili; niente libertà politiche senza competizione economica di mercato, perché la soppressione dell'una porta all'abolizione delle altre, alla schiavitù. Più in generale, Popper è sostenitore di un evoluzionismo darwiniano applicato alle idee: attraverso la libera competizione vengono eliminate quelle meno produttive. Detto così, sembra semplice, ma le conseguenze sono enormi, dal momento che nessuna "società chiusa", nessuna dittatura, potrà mai superare la selezione popperiana e sperare di avere un domani.

Eppure non tutto di Popper può essere liquidato con un tranquillizzante "aveva ragione lui". Restano aperti molti interrogativi. E' davvero possibile, come insegna la sua filosofia, "fondare scientificamente" l'esistenza, nonostante le contraddizioni, i lati ambigui e sfuggenti delle nostre vite? E se gli intellettuali sono colpevoli (secondo la sua lucida accusa) di aver accreditato le peggiori ideologie totalitarie e persino la violenza, a chi chiederemo aiuto in futuro di fronte al fallimento delle ideologie e alle prevaricazioni della politica? Ancora: è davvero possibile applicare il metodo scientifico alle materie umanistiche e all'arte, per loro natura inafferrabili e ambigue? Che cosa salvare dell'Europa unita, se incorre nella fatale presunzione di interpretare il corso della storia? E l'argomento più scottante affrontato nei suoi scritti giornalistici, la necessità cioè di controllare i programmi televisivi per evitare che diffondano la violenza, non si scontra inevitabilmente con l'incomprimibile libertà delle moderne tecnologie?

Dubbi che non scalfiscono, naturalmente, i pilastri del suo pensiero. Tutt'al più, preannunziano la fine della moda, la "popperite". Che lui, il mitico Karl, d'altra parte non avrebbe probabilmente degnata di attenzione. Durante la sua vita ha avuto cose ben più gravi di cui occuparsi, ed è sopravvissuto a tutte: "Mi è capitato di essere felice fino al cielo, triste fino alla morte, e sono felice".
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