![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 LUGLIO 2002 |
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Un libro ripercorre la storia e il pensiero scientifico
arabo, nato da esigenze religiose
Dopo la caduta
dell'impero romano c'è stato un lungo periodo, in Europa, in cui il patrimonio
intellettuale dei Greci fu dimenticato e, con esso, andò smarrita quella che lo
storico della matematica Morris Kline considera «la più grande scoperta fatta
dall'uomo»: la potenza della ragione e del pensiero astratto. In quell'arco di tempo che chiamiamo Alto
Medioevo, scrive un altro storico della matematica, Carl Boyer, «in Europa si
poteva sentire soltanto il graffiare della penna del Venerabile Beda (637 circa
- 735) che in Inghilterra scriveva intorno alla matematica necessaria al
calendario ecclesiastico o alla rappresentazione dei numeri per mezzo delle
dita». Nessuno più studiava il cielo
come Tolomeo, né dissezionava cadaveri come Galeno, né fondava la geometria
come Euclide, o elaborava leggi fisiche universali verificandole con
l'esperimento come Archímede.
Insomma, per molti e
molti secoli nel Vecchio Continente si perse ogni traccia di quella rivoluzione
scientifica che, secondo un altro matematico e storico della scienza, Lucio
Russo, era stata realizzata in epoca ellenistica grazie alla consuetudine con
il pensiero astratto e razionale dei filosofi della Grecia classica.
Ora noi europei
definiamo bui quei lunghi secoli. E,
per mera pigrizia culturale, tendiamo a estendere la cupa atmosfera che
incombeva sulle lande comprese tra il Manzanarre e il Reno a tutto il mondo
conosciuto. In realtà, sull'altra
sponda del Mediterraneo (ma anche in Sícilia e nella penisola Iberica) quei
secoli non furono affatto bui, ma piuttosto splendenti. E la rivoluzione scientifica fondata con e
sulla potenza della ragione non fu certo dimenticata, ma preservata e
ampliata. Grazie all'«avventura
internazionale» (la definizione è di Francesco Gabrieli) iniziata nel 633,
alla morte del Profeta Maometto, da un minuscolo popolo del deserto arabico.
Alla scienza preservata
e ampliata da quel popolo abbiamo molto.
Perché essa costituisce un duplice ponte. Quello che nel tempo connette la scienza ellenistica di Eudide e
Archimede alla scienza moderna di Galileo e Newton. E quello che nello spazio connette il pensiero razionale
d'Oríente (dell'India in primo luogo) al pensiero razionale dell'Occidente.
A questa inestimabile
storia, alla «Storia della scienza araba», spesso e ingiustamente «denígrata o
addíríttura negata da diversì studiosi (europei) del XIX e degli inizi del XX
secolo», il musulmano Ahmed Djebbar, storico della scienza in forze al Groupe
d'Histoíre et de Diffusion des Sciences d'Orsay dell'Università Paris-Sud, ha
dedicato un prezioso volume, scritto in collaborazione con Jean Rosmorduc,
storico della scienza presso l'Università della Bretagna occidentale, appena
uscito in italiano per i tipi della Raffaello Cortina Editore. Con lo scopo
dichiarato di mostrare, documenti alla mano, «i contributi originali degli
scienziati dei paesi dell'Islam» fornito alla cultura universale tra il VII e
il XV secolo.
Ahmed Djebbar ripercorre
lo sviluppo che intere discipline, dall'astronomia alla matematica, dalla
fisica alle scienze della Terra, dalla medicina alla chimica, hanno avuto nel
«periodo arabo». E ci propone una serie
di uomini di scienza sconosciuti a noi europei, ma di assoluto valore
culturale. Non abbiamo spazio, anche
solo per richiamarli.
Conviene qui soffennarsi
su alcuni punti di carattere generale che rendono, appunto, prezioso il libro
di Djebbar. Il primo riguarda l'origine
della scienza islamica. Che differisce,
profondamente, dall'origine della scienza ellenistica. Ma ha qualche sia pur vaga símilitudine con
l'origine della «nuova scienza» di Galileo.
L'origine, infatti, è di natura religiosa. Ed è legata
all'interpretazione delle sacre scritture.
Ovvero del Corano e degli Editti, dettati a voce da Maometto e messi per
iscritto dai collaboratorí. Il passaggio dall'oralìtà alla scrittura
ha comportato la necessità di un dibattito interpretativo e di un'analisi
severa che ha familiarizzato il popolo del deserto con il pensìero rigoroso
astratto. Così che, quando quel popolo
ha intrapreso la sua «awentura internazionale» e si è imbattuto nei classici
greci ed ellenistìci, è riuscito ad apprezzare pienamente lo spirito. In ciò facilitato dalle prescrizioni del
Corano, che invita i fedeli a «cercare la scienza dalla culla alla tomba», fosse anche in Cina. Insomma,. contrariamente a quanto molti in
Occidente pensano e dicono, l'Islam non è affatto contrario alla ricerca
scientifica. Ma considera lo studio
razionale della natura un modo di riconoscere la grandezza di Dio.
Anche la «nuova scienza»
di Galileo, come ha fatto notare Amos Funkenstein (Teologia e immagine
scientifica dal Medioevo al Seicento, Einaudi, 1996), nasce come una costola
del dibattito religioso interno al cristianesimo. Cos'è l'«ardito progetto» di Galileo (la definizione è di
Ludovico Geymonat) se non il tentativo di portare aú'interno della dottrina
della Chiesa cattolica il nuovo pensieró scientifico?
L'origine religiosa e il
profondo spiritualísmo catalizzano lo sviluppo della scienza araba, impetuoso
quanto impetuosa è l'espansione dell'Islam, ma poi forse finiscono per frenarne
l'evoluzione verso l'approccio completamente laico tipico della «nuova scienza»
europea. Ed è questo, probabilmente, la
causa delle difficoltà che, a partire dal XV secolo e fino a oggi,
caratterizzano, pur tra picchi e valli, il rapporto tra il mondo islamíco, la
scienza e l'innovazione tecnologica.
Già, perché l'altro
punto fondamentale per cui risulta preziosa la lettura del libro di Ahmed
Djebbar, tradotto e commentato con una postfazíone da Massimo Campanini, è il
quadro articolato che propone dell'Islam e del suo rapporto con la scienza. Il mondo arabo e, più in generale, quello
musulmano non è affatto omogeneo. La sua struttura e la sua storia sono
variegate e contraddittorie almeno quanto quelle dell'Occidente cristiano. E dentro l'Islam vi sono filonì ideali
diversi, che generano dibattiti e spesso conflitti. Il più delle volte creativi.
Anche gli approcci alla scienza sono diversi. Alcuni sono pragmatici e affini allo sperimentalismo. Altri astratti e prossimí allo
spiritualismo.
Per almeno otto secoli questi vari filoni hanno prodotto una cultura raffinata. Una cultura che può riprendersí, facendo leva sulle sue articolazioni interne. E a cui, in ogni caso, dobbiamo profonda riconoscenza. Perché è riuscita a preservare e a sostenere in modo vivo quella rivoluzione che noi, in Europa, mentre solitarìa graffiava la carta la penna del Venerabile Beda, avevamo completamente dimenticato. E che oggi è il fondamento della nostra scienza. Della nostra cultura.