![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 LUGLIO 2002 |
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Oggi si è perso il senso della totalità
Una delle cifre della cultura contemporanea è la perdita del discorso sulla totalità che, per secoli, è stato un pilastro della filosofia. Ciò è avvenuto soprattutto per la diffusione, negli ultimi due secoli, dello "scientismo", cioè di quel pensiero che vede solo nella ricerca scientifica il terreno del progresso e della conoscenza. L'essere umano, da una parte, ha approfondito tutti i singoli settori della realtà, nelle varie discipline scientifiche, da un'altra parte, però, ha smarrito il senso del tutto, dell'unità intima delle cose. Infatti, la cultura contemporanea fa emergere enormi avanzamenti nella fisica, nella biologia, nella medicina, nella chimica e in altri campi del sapere: la vita pratica dell'uomo, senza dubbio, è migliorata, almeno nei Paesi in cui è stato possibile attuare tali progressi tecnologici e scientifici. Tuttavia, con l'indebolimento della filosofia, che, secondo alcuni, deve diventare la "serva" delle scienze, assistiamo alla frantumazione del reale, quindi al venir meno di una base unitaria dell'esistente: sembra che l'uomo, nel momento stesso in cui acquisisce grandi conquiste legate al "particolare", si allontani dall'orizzonte di verità e di universalità. Nella nostra mentalità, hanno valore solo le parti staccate dal tutto. Ad esempio, nella biologia, si svolgono studi approfonditi sugli organismi, sulle loro più piccole venature, sul mondo della cellula: sappiamo molto sul funzionamento di tali meccanismi, sugli sviluppi della genetica, sul Dna. Spesso si riesce anche ad intervenire su questi elementi del nostro organismo, prevenendo malattie e malformazioni. È indubbio che il progresso compiuto, però, quando si tocca il discorso più generale dell'esistenza, del significato dell'essere che sta alla base dell'organismo vivente, la biologia va in crisi, poiché non ha gli strumenti adatti per oltrepassare le parti del reale ed entrare nel campo dell'universale. Allora nascono le questioni della bioetica, che difficilmente vengono risolte, in quanto la scienza abdica di fronte a tematiche di tale portata, la filosofia latita, perché è stata emarginata e ridotta ad accessorio superfluo della ricerca scientifica e la religione viene considerata come una scelta soggettiva, che non può avere valore per tutti. Un altro esempio a riguardo è quello della medicina, che si sta sviluppando nelle diramazioni settoriali. Gli studi sul cuore, sul fegato, sui reni e sulle altre parti del corpo sono avanzatissimi: gli interventi della chirurgia erano impensabili nel passato più prossimo. La stessa ricerca sui trapianti ci sta rivelando una crescita scientifica notevole, con prospettive incredibili di ulteriori progressi nel futuro, in particolare in relazione alle cellule staminali, quindi alla possibilità dell'organismo di rigenerarsi. Però, nell'ambito della scienza medica, si nota, spesso, l'assenza del discorso sull'intero, cioè sull'interezza dell'uomo, sul suo essere profondo, che va ben al di là dei singoli organi. Non a caso, nelle questioni inerenti all'esistenza in generale, la medicina tace, si mostra smarrita: il problema dell'origine e della fine della vita, le questioni dell'aborto e dell'eutanasia mandano in crisi la scienza. Nessuno nega il valore delle conquiste scientifiche che, anzi, sono la grande speranza dell'umanità e possono permettere un miglioramento progressivo del tenore di vita, anche dei popoli più sfortunati. L'essere umano, però, non può limitarsi agli studi settoriali, ma deve, per le sue facoltà intellettive, aprirsi alla realtà nella sua interezza. In questa direzione, solo la filosofia può offrirci il suo contributo, poiché essa non è affatto la "schiava" della scienza, ma ha una sua specificità, che consiste nella ricerca sulla totalità, sull'essere. Ciò non significa che la speculazione filosofica deve possedere la verità: l'essere umano, in quanto tale, può solo aspirare all'assoluto, come ci hanno insegnato i greci. La vera filosofia che, perciò, è metafisica, indaga sul reale, cerca di capire i significati profondi delle cose, vuole cogliere l'origine del tutto, il "principio". L'uomo contemporaneo ha bisogno dell'orizzonte dell'universalità: esso si sente prigioniero della ragnatela dei frammenti, perso nel labirinto delle parti, quindi avverte l'esigenza di librarsi verso l'assoluto, verso il tutto, di muoversi non solo nel senso orizzontale ma anche in quello verticale. La realtà non è un insieme casuale di elementi, ma ha una sua unità interna, un suo fondamento, che la sostiene. Noi, con l'intelletto, possiamo cogliere la totalità, che dà senso alle cose particolari: il nostro pensiero non serve solo ad analizzare i fenomeni, a calcolare, a misurare, a produrre oggetti concreti, ma può svolgere anche una funzione di pura conoscenza, di pura astrazione. L'uomo contemporaneo è abituato a concepire tutto in relazione alle "funzioni" pratiche: alla produzione, al calcolo, all'utile materiale, al progresso visibile. Esso deve recuperare il senso della meditazione, della pura teoria, del piacere del conoscere: solo così, può cogliere l'intera realtà, in un orizzonte di universalità, superando le frammentazioni e le lacerazioni del mondo attuale.