![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 LUGLIO 2002 |
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Il
testo ha la forma di un dialogo tra un personaggio bizzarro ed equivoco e
l'autore Filosofo. Quando il Nipote di Rameau racconta nei dettagli
la storia di un orrendo misfatto e di un tradimento, nell'animo del Filosofo
nasce l'orrore. Che è duplice perché è
provocato sia dalla scelleratezza della storia, sia dal tono con il quale il
Nipote ha raccontato la storia: «Cominciavo a sopportare con fatica la presenza
di un uomo che discuteva un'azione orribile come un intenditore di pittura o di
poesia esamina le qualità di un'opera d'arte».
Il
Nipote non vuole solo scandalizzare.
Pensa che ci siano azioni cosi atroci da suscitare qualcosa che va al di
là del disprezzo, azioni capaci di suscitare una sorta di ammirazione. Per
questo è stato sincero: per strappare al filosofo il riconoscimento di una
originalità nella degradazione. Il
Nipote unisce una mirabile sensibilità per la musica e una totale insensibilità
per le virtù. E' vissuto con buoni musicisti e con gente cattiva e mentre
l'orecchio è diventato fine, il cuore è diventato sordo. Ma è anche per natura (per «la molecola
paterna» o, diremmo oggi, geneticamente) cieco ai problemi morali. Il Nipote si riconosce svogliato, stupido,
buono a nulla. E' e vuole essere un parassita sociale. Vive a spese dei potenti e di fronte ai suoi
protettori deve essere allegro, flessibile, scherzoso, buffo. La virtù si fa ammirare e l'ammirazione non
è divertente. Solo il ridicolo e la
pazzia fanno ridere, «sicché bisogna che io sia ridicolo e pazzo e nel caso che
la natura non mi avesse fatto così, la cosa più semplice sarebbe apparire
tale».
Il
Nipote è, ovviamente, anche imprevedibile.
Un giorno coperto di cenci e con l'aspetto di un mendicante. Il giorno dopo incipriato, arricciato, ben
vestito, si pavoneggia a testa alta.
Agli occhi del Filosofo è dotato di una immaginazione ribollente. Esibisce senza ostentazione le sue poche
buone qualità e senza pudore le sue molte cattive.
Il
Filosofo non stima personaggi di questo tipo, e tuttavia, ogni tanto, si ferma
ad ascoltarli. Solo loro, infatti,
riescono a infrangere la noiosa uniformità che la buona educazione e le
convenienze hanno disteso sulla vita e sulle cose. Quando uno di questi personaggi compare, scuote e agita le
coscienze, induce al. biasimo o all'approvazione, «fa uscire fuori la verità».
Inedita durante la vita di Diderot, mai ricordata dai contemporanei, edita
prima in traduzione tedesca che in francese, quest'opera divenne la più nota
delle molte opere di Diderot. Fu ritrovata da Schiller, utilizzata da
Goethe. Nella Fenomenologia, Hegel fece
del Nipote la figura stessa della coscienza infelice, dilaniata e scissa in
differenze, opposizioni, conflitti.
L'impudenza di enunciare il generale inganno diventa qui la verità
suprema. Freud, da parte sua,
sottolinea la «frase sorprendente» ove si parla del bambino che torcerebbe il
collo a suo padre e andrebbe a letto con sua madre. Anche sulla fortuna del testo si ferma la introduzione di Mirella
Brini Savorelli (Denis Diderot, «il Nipote di Rameau», a cura di Mirella
Brini Savorelli, Olschki, Firenze 2002, pagg. 92, € 11,00)
che è anche un denso, bellissimo saggio d'insieme su Diderot. Basta leggere con cura questa introduzione e con, altrettanta cura, questo testo così inquietante per rendersi conto di quante e apparentemente invincibili sciocchezze vengano stancamente e ostinatamente ripetute a proposito di «Illuminismo».