RASSEGNA STAMPA

7 LUGLIO 2002
ADRIANO PROSPERI
Erasmo tra due Inquisizioni

Un autore osteggiato sia da Lutero che dalla Controriforma

Esce nei prossimi giorni, nella Biblioteca della Pléiade Einaudi (pagg. 1536, euro 75), la prima traduzione italiana integrale dei Colloquia di Erasmo da Rotterdam (1466-1536).  L'edizione con testo latino a fronte è a cura di Cecilia Asso.  Il progetto editoriale è di Adriano Prosperi.  Nell'introduzione egli definisce Erasmo «un protagonista della cultura europea estromesso a forza dal mondo italiano fin dal '500.  Allora per una cultura italiana nel suo momento di egemonia europea, fu una pesante amputazione.  Censure e roghi colpirono in Erasmo l'idea stessa di una cultura che, attingendo alle fonti della sapienza antica e del patrimonio cristiano, insegnava a usare le parole con discernimento e poneva gli strumenti della ragione critica e di una mordace ma pacata ironia al servizio dell'autonomia morale dell'individuo».  Come mostra lo stralcio che qui anticipiamo, Erasmo, di cui è nota la feroce polemica con Lutero, si trovò così osteggiato sia dai sostenitori della Riforma sia dalla Chiesa di Roma.

Chi era dunque Erasmo?

Questa è la domanda che il lettore si pone, inevitabilmente. E' la stessa domanda che fu posta a lui, mentre viveva e che da allora in poi si è riproposta di continuo.  L'immagine che se ne diffuse fu quella di un uomo diviso e perplesso, simile al mito antico di Ercole al bivio, perennemente incerto nella scelta della strada da seguire.  All'uomo Erasmo, nell'Europa del suo tempo, si chiedeva di scegliere tra Lutero e Roma.  Ma, anche dopo che la risposta era venuta, si continuò a non credergli, a diffidare delle sue reali intenzioni, ad accusarlo di ambiguità o di vera e propria eresia.  Poi, una volta che l'uomo fu sottratto dalla morte al vivo e mutevole campo delle battaglie ideologiche, si trattò di bilanci e di giudizi storici.  Ma la difficoltà di classificarlo rimase.  Come onde incalzanti e mutevoli di un fiume in piena, le definizioni più diverse si sono avvicendate: luterano, eretico estremo e negatore della Trinità, capo di un fantomatico «terzo partito», precursore del moderno cattolicesimo e del Concilio Vaticano II. Qui non è certo il caso di riprendere la questione dalle origini per tentare una risposta esauriente.  Ma, dato il posto centrale che i Colloquia ebbero allora e in seguito nella questione, non sarà male rievocarne qualche aspetto.

Intanto, bisognerà sgombrare il campo dalle accuse di viltà e di colpevole ambiguità che gli furono rivolte anche, se non soprattutto, dagli italiani.  Erasmo era morto non da molto quando un uomo di scuola italiana che a lui dovette molto, Celio Secondo Curione, volgendo in satira feroce il modello del dialogo lucianesco, descrisse una sua visione di Erasmo nell'aldilà come un uomo in bilico tra inferno e paradiso, con corna di cervo e con una pesante borsa: «Le corna di servo significano la timidità, e la borsa l'avaritia, le quai due cose furono talmente in lui, che mo' l'una mo' l'altra il facevano piegar mo' di qua mo' di là; talché non si poteva mai vedere s'ei s'appressava più al cielo divino o al papesco».  La morale che ne ricavava era questa: «Invero non bisogna che alcun si pensi di tenere un piede

in terra e l'altro in cielo». Quando scriveva queste pagine, Curione aveva fatto la scelta che lo condusse esule a Basilea. Ma, per quel che riguarda la posizione di Erasmo, la ferocia delle critiche del suo giovane seguace non era giustificata. Erasmo non si sottrasse all'obbligo di prendere posizione, né fu avaro di spiegazioni e di risposte ai suoi critici.

Partiamo dalla frattura pubblica più clamorosa, quella con Lutero.  Nel 1524, in una fase altamente drammatica dei rivolgimenti religiosi in Germania, Erasmo, premuto da più parti, si decise tra mille resistenze a prendere le distanze da Lutero.  Il tema prescelto fu quello della libertà dell'arbitrio umano: tema fondamentale per lui, ma defilato rispetto al fronte più battuto dalle artiglierie teologiche romane, che si preoccupavano soprattutto della difesa dell'autorità del papa.  Lo fece nel tono più cauto e meno aggressivo possibile, dopo anni d'incertezza e di silenzio e dopo aver preparato il terreno con lettere a Melantone e a Spalatino.  Temeva, a quanto disse, che il suo scritto producesse divisioni più profonde.  E aveva certamente timore della violenza verbale a lui ben nota di quel «cinghiale tedesco». Ma il sogno della concordia, condiviso da uomini dei due opposti schieramenti, doveva rivelarsi impossibile, proprio per il valore di bandiera che il nome di Erasmo aveva agli occhi dei suoi moltissimi lettori in Europa, contava il fatto dello schieramento prescelto.  Da qui la violenza della replica di Lutero, accentuata da un tono di schermo e di dileggio, come di chi si vede davanti un vecchio professore non più tanto lucido di mente.  Era chiara la volontà di mettere da canto quel che Erasmo rappresentava.  Né si trattò solo di ragioni tattiche.  Nel momento della frattura, Lutero poté dichiarare liberamente tutta la sua diffidenza verso il modo erasmiano di unire cristianesimo e cultura classica, dogmi cristiani e opinioni dei filosofi antichi.  Era tempo di fare chiarezza, finalmente: da una parte i cristiani, dall'altra i pagani. da una parte c'era lui, Lutero, rimproverato perché difendeva la verità cristiana con caparbietà e ostinazione; dall'altra, Erasmo che non per niente amava tanto Luciano, un vero «porco del gregge di Epicuro», il quale, «credendo che Dio non esista, ride segretamente di tutti coloro che credono in lui e lo confessano».  Accusa gravissima, che Lutero ribadì in altre occasioni.

L'ateismo era una figura teorica di reato chiamata a fissare l'estremo limite concepibile dell'eresia.  Erasmo rispose nel suo stile, senza cadere nelle trappole della controversia teologica, ma traducendo la categoria astratta del teologo in contenuti concreti e sottoponendola al gioco dialogico dei Colloquia.  Nel dialogo Epicureus, di qualche anno dopo, mostrò che il vero epicureo era proprio il cristiano, che subordinava tutta la sua vita al raggiungimento della felicità eterna dello spirito, aiutato in questo dall'infinita misericordia di un Dio che non assomigliava per nulla al giudice inesorabile di Lutero.

I due non erano fatti per capirsi e lo sapevano da tempo.  Quando, nel 1516, Giorgio Spalatino cappellano dell'elettore di Sassonia aveva presentato per lettera l'ancor sconosciuto Lutero a Erasmo, le divergenze erano già esplicite: Lutero dissentiva dall'interpretazione erasmiana del quinto capitolo dell'epistola di san Paolo ai Romani, non solo ma riteneva del tutto insufficiente la critica che l'umanista andava svolgendo delle cerimonie e dei riti ecclesiastici: la questione era, per lui, da porre nei termini severi della teologia, che aveva il compito di dividere il vero dal falso, la Rivelazione cristiana dalla sapienza antica.  Bisognava dire con nettezza che le opere umane non costituivano merito davanti a Dio, macchiate com'erano dall'amore di sé.  La moralità pagana dei grandi uomini dell'antichità non valeva un fico, per lui.  E, se Erasmo era un «grammatico», un amante della latinità che aveva scelto come modello san Girolamo, Lutero si sentiva teologo e preferiva decisamente la violenza antipelagiana di sant'Agostino. In una tappa successiva,

quando Lutero non era più l'oscuro monaco sassone ma non aveva ancora saltato il fosso della ribellione contro Roma, Erasmo si permise di dargli una lezioncina pur cortese nel tono ma da professore che parla dalla cattedra a un allievo ancora immaturo: usare cautela e

gentilezza, non aggressività, guardarsi dall'arroganza e dalla faziosità, dall'ira e dall'odio, ma anche dalla vanagloria, antico vizio dei religiosi più zelanti. E nell'affrontare credenze troppo profondamente radicate era meglio portare argomenti di discussione piuttosto che muovere attacchi frontali; se poi si trattava dell'autorità papale, era più prudente criticare gli abusi che negare l'autorità.  Nel dettare le regole, il professore disegnava il suo autoritratto o almeno insegnava un metodo che era la descrizione della strada da lui battuta fino ad allora e sulla quale ancora doveva camminare.  Ma l'allievo nel 1524 era cresciuto troppo per ascoltare le prediche del vecchio maestro.  La rottura colpi dolorosamente l'anziano umanista: il contrasto col riformatore di Wittenberg da una parte, le condanne dei teologi cattolici dall'altra lo facevano sentire solo, abbandonato da tutti, lui che per il bene di tutti si era tanto adoperato.  Era un povero vecchio, malato e maltrattato.  Cedette alla tentazione del lamento, scrisse (probabilmente) un abbozzo di autobiografia, come appello al tribunale dei posteri.

Ma, anche se clamorosa, la rottura con Lutero non fu quella più importante.  Ben altrimenti gravi e preoccupanti per Erasmo furono gli attacchi sistematici da parte cattolica. I dati storici sono inequivocabili, anche se la cosa può apparire singolare alla luce del mutato rapporto attuale tra il moderno cattolicesimo e l'eredità erasmiana.  Quello stesso Erasmo che oggi viene salutato come il «precursore» del Concilio Vaticano 11, fu considerato un pericoloso avversario - forse il più pericoloso - dalla cultura cattolica nell'età del Concilio di Trento.  E i Colloqui furono, tra le sue opere, quella più criticata e perseguitata.
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vedi anche
Storia della filosofia