![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 LUGLIO 2002 |
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Un
incontro sul lago d'Orta tra artisti, scrittori e intellettuali sul tema
"Vedere e pensare", ossia il rapporto tra mente e percezione
Il pensatore francese (Derrida) parla dei suoi rapporti con la matematica e in particolare con Husserl e del perché i suoi legami con la scienza sono stati fraintesi
Nel
1966 un giovane filosofo francese di origine ebrea e di nome Jacques Derrida
tenne una conferenza alla Johns Hopkins University, e scatenò un terremoto
intellettuale proponendo un nuovo modo di leggere e interpretare testi che
divenne noto come decostruzionismo. Da
un giorno all'altro Derrida divenne l'enfant
terrible della filosofia continentale, e il decostruzionismo suscitò
applausi e fischi nei dipartimenti umanistici.
Nel
1967 Derrida esplose anche sul mercato editoriale, con una trilogia di opere
magmatiche e difficili che contribuirono che contribuiscono ad aumentare il
numero sia dei suoi estimatori che dei suoi detrattori: La Scrittura e la differenza, La voce e il fenomeno e La grammatologia. Da quel momento i
suoi titoli si sono succeduti a girandola, e hanno ormai raggiunto la settantina.
In
occasione dell'incontro di Orta, Derrida ha acconsentito ad affrontare con noi
il tema del controverso rapporto fra il suo pensiero e la scienza.
Lei deve aver avuto un certo interesse
per la matematica, se il suo primo libro è stato un'introduzione alle Origini della geometria di
Husserl. Come ci è arrivato?
«Quand'ero
studente, negli ..... anni '50, in Francia c'erano due approcci tradizionali
alla fenomenologia. Uno, dominato da
Sartre e Merleau-Ponty, si concentrava sulle percezioni. L'altro, quello marxista, cercava di legare
la fenomenologia alla politica. Io ero invece interessato alla scrittura, e nel
suo libro Husserl affrontava precisamente il problema di come la scienza e la
matematica possano parlare e scrivere degli oggetti ideali. Husserl pensava che
solo attraverso il linguaggio gli oggetti ideali possano essere prodotti
storicamente, ed entrare a far parte della tradizione scientifica».
Oggetti ideali nel senso platonico?
Questo
è il punto. Husserl si opponeva a
Platone, il quale non credeva affatto che le idee dovessero essere trascritte
nel linguaggio, che per lui era soltanto un ausilio secondario. Per Husserl, invece, il linguaggio era
essenziale per la stessa produzione di teoremi matematici o teorie
scientifiche. E io volevo appunto capire il ruolo
centrale
del linguaggio nella letteratura e, nella scienza».
E questo ruolo sarebbe ciò che lei
chiama "logocentrismo"?
«Bisogna anzitutto distinguere il
"logocentrismo" da un concetto vicino ma diverso, il
"fonocentrismo": l'idea, cioè, che l'oralità sia superiore alla
scrittura, che 1a parola sia più presente e più vicina alla vita. Il "fonocentrismo", che è
universale, diventa "logocentrismo" con le scritture fonetiche, i cui
segni rappresentano appunto dei suoni.
Allora l'autorità del logos si
trasferisce alla scrittura, in tutti i suoi significati: di parola, ragione,
proporzione ... ».
E qual è l'essenza della sua critica a
"logocentrismo", nella Grammatologia?
«Più
che un errore filosofico, il "logocentrismo" è una struttura
culturale Basta pensare al Vangelo
secondo Giovanni "In principio era la parola". O al Fedro platonico, in cui il linguaggio
diventa una rappresentazione di una rappresentazione, perché la parola scritta
rappresenta la parola orale che rappresenta il pensiero. O a Saussure, in cui il linguaggio è il significante di un
significante. Io ho cercato di elaborare un concetto di "traccia"
completamente
generale, che potesse adattarsi sia al linguaggio scritto che a quello orale».
La traccia è ciò che rimane?
«No,
no! Può anche essere cancellata. Semplicemente, la traccia è ciò che fa riferimento a qualcos'altro, senza mai
essere presente autonomamente. Anzi, la
decostruzione del "logocentrismo" non si può separare dalla
decostruzione dell'autorità e del privilegio della presenza, sia spaziale e temporale».
Lei ha appena prima enunciato la parola
chiave della sua filosofia: "decostruzione".
«La
parola deriva da un'espressione di Heidegger, Destruktion, da intendersi come "destrutturazione" e non
come "distruzione". Io la uso nel senso di un'analisi dei diversi livelli in cui si stratifica la cultura».
E c'è anche un aspetto complementare,
di ricostruzione?
«Preferirei
parlare di affermazione di ciò che è rimosso, più che di ricostruzione. Per
sottolineare che la decostruzione è qualcosa di positivo, non di negativo».
Leggendo i suoi libri, mi è sembrato di
vedere esempi di decostruzione lungo tutta la storia della matematica: Euclide
decostruisce Pitagora, Cartesio decostruisce Euclide...
«Certamente
la decostruzio ne non è un fenomeno
contemporaneo, si è sempre verificata. Quando un filosofo costruisce un si stema, c'è sempre qualcosa che rimane
inconsistente e che finisce per
decostruirlo automaticamente».
Gli informatici direbbero che ogni
programma ha una backdoor
insospettata.
«Non
si tratta soltanto dell'inaspettato: la decostruzione è l'accadere
dell'impossibile, o di ciò che sembrava impossibile».
Uno dei motti del decostruzionismo è
che "non c'è niente al di fuori
del testo"
«Bisogna
stare attenti a non fraintenderlo, intendendo per "testo" un libro:
dire "non c'è niente al di fuori del libro" sarebbe sciocco. Il testo
va inteso in un senso generalizzato, che arriva a comprendere l'intero mondo
come un insieme di tracce: in questo senso, non c'è nient'altro».
Sarebbe come dire che non c'è la
metafisica?
«Se
si trasforma la fisica in un testo", allora si può dire che "non c'è
niente al di fuori del testo", significa che non c'è la metafisica».
E per quanto riguarda la matematica,
che legami ci sono con il teorema di Godel
«Il
teorema di Godel, che ho citato fin dal mio primo libro su Husserl, tratta di
un tipo di limitazione che potremmo chiamare "omogenea": qualcosa che
potrebbe essere decidibile o calcolabile in linea di principio, non lo è in
pratica. A me interessa una limitazione più forte, di tipo
"eterogeneo" :ciò che non è decidibile o calcolabile nemmeno in linea
di principio. E mi interessa per le
applicazioni all'etica, o alla politica».
Nel
senso che la libertà ha queste caratteristiche?
«In
un certo senso, sì. Se sappiamo cosa
fare, si tratta solo di realizzare un programma. E' quando non sappiamo cosa fare, che siamo costretti a prendere
delle vere decisioni: ad esempio, quando due persone stanno annegando e noi
possiamo salvarne una sola. La
responsabilità etica, giuridica o politica passa attraverso questa
indecidibilità, che è di un tipo diverso da quello logico».
Mi sembra che lei abbia rivelato, anche
in questo colloquio, di prendere seriamente la scienza e la matematica. Come mai la sua filosofia è invece divenuta
una specie di anatema negli ambienti scientifici?
«Ci
sono anzitutto delle beghe accademiche causate dal ruolo che ho, o che si crede
che abbia, negli ambienti umanistici americani. E poi c'è una giusta reazione all'uso sbagliato delle metafore
scientifiche da parte degli umanisti.
La cosa ridicola è che il bersaglio sia diventato proprio io, benché
nella Mitologia bianca, in Margini della filosofia,
abbia esplicitamente criticato questo uso.
Il fatto è che coloro che mi attaccano non leggono i miei libri».
Non sarebbe meglio che umanisti e
scienziati parlassero di più fra loro, e si leggessero di più a vicenda?
«Assolutamente. E sono convinto che dovremmo farlo da entrambi i lati, anche se temo di non aver fatto abbastanza io stesso».