RASSEGNA STAMPA

30 GIUGNO 2002
PIETRO GRECO
Lo scienziato biopolitico

Dalle cellule staminali a mucca pazza, all'ambiente alle terapie anticancro: il difficile equilibrio tra libertà della ricerca e scelte di governo

Almeno l'1% della popolazione dei paesi Ocse, i paesi più industrializzati del mondo, è costituita da scienziati o comunque da persone che lavorano nel campo delle tecnologie alte e innovative.  La ricerca scientifica assorbe dal 2 al 3% della ricchezza prodotta ogni anno in queste nazioni che costituiscono il Nord benestante del mondo (l'Italia, con il suo stentato 1%, è un'assoluta eccezione).  La conoscenza scientifica costituisce la fonte cui, da almeno un secolo, attinge con sistematicità il sistema tecnologico per produrre innovazione. E da almeno un secolo l'innovazione tecnica fondata sulla scienza ha acquisito una intensità e una rapidità assolutamente sconosciute in ogni e qualsiasi altra epoca storica.  La scienza, infine, è la cultura che forse più di ogni altra informa di sé e rimodella incessantemente la percezione che l'uomo ha di se stesso e del mondo che la circonda.

Non c'è dubbio, gli uomini che praticano la ricerca scientifica hanno un'influenza enorme e senza precedenti sulla società.  E, quindi, sulla politica.  Il fatto che negli ultimi dieci anni il tempo dedicato ai temi scientifici nel Parlamento di sua Maestà Britannica si sia decuplicato è un piccolo ma significativo indizio di quanto questa influenza, enorme e senza precedenti, sia crescente.

E, tuttavia, l'immagine che ha la scienza nella società in questi ultimi dieci anni non è affatto migliorata.  Anzi, sia pure in un'ardita costellazione di alti e bassi, si è un po' deteriorata.  Un po' perché, nel produrre nuove conoscenze la scienza sfida il senso comune e le sue comodità, creando continuamente quelli che Galileo Galilei chiamava «scandoli gravissimi».  Un po' perché governare questo sistema intricatissimo che rimodella continuamente la vita materiale e la vita intellettuale dell'uomo è un'operazione culturále, sociale e, quindi, politica estremamente complessa.  Forse l'operazione culturale, sociale e, quindi, politica più complessa del nostro tempo.

Al tema del governo della scienza i mezzi di comunicazione di massa, i politici e, nel complesso, la società prestano forse poca attenzione.  Di qui (anche) la sensazione, diffusa, che la scienza, anzi la tecnoscienza, sia un sistema ormai soffocante e comunque ingestibile.  Di qui (anche) la sensazione, reciproca, che il dialogo tra la società e uno dei suoi gruppi più ínfluenti sia impossibile e alla fin fine utile.

I1 Governo della Scienza è il tema a cui Spoletoscienza, la manifestazione organizzata a Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi dalla Fondazione Sigma Tau, giunta ormai alla XIV edizione, dedica le due giornate inaugurali.  Quella di ieri, con la sezione coordinata da Gianfranco Bangone e dedicata a «Priorità, politiche e Governance». E quella di oggi, alle ore 10 a Palazzo Ancaiani, con la sezione coordinata da Gilberto Corbeìlini dedicata a «Il caso delle Cellule Staminali».

Affrontare questi temi nell'ambito di un festival, sia pure di alto valore culturale qual è quello di Spoleto, costituisce già un messaggio forte.  Quasi una provocazione.  Ma i relatori che sono stati chiamati ad affrontare questi temi (Roger Pielke, Henry Miller, Paul Anand, Agnes Allansdottir, Angelo Vescovi, Amedeo Santosuosso) e il modo in cui le due sezioni sono organizzate costituiscono ulteriori stimoli. O, se volete, provocazioni. Gianfranco Bangone, per esempio, ha chiamato a discutere di «Ambiente e mass media» il danese Bjorn Lomborg, autore di un libro sulla scienza e la politica connesse ai cambiamenti del clima, L'ambíentalista scettico (che uscirà in italiano il prossimo autunno per ì tipi della Rizzoli), che è appunto una provocazione culturale e che ha fatto molto discutere (e per lo più arrabbiare) gli scienziati e i politici che si occupano dei cambiamenti del clima globale.  E Gilberto Corbellini farà appunto una provocazione culturale quando, oggi, sosterrà in un modo condiviso dalla gran parte degli scienziati che «Essere a favore della sperimentazione con embrioni umani destinati alla distruzione non significa acconsentire a qualsiasi tipo d'utilizzazione».

Questo modo schietto e, potremmo dire, schierato di affrontare i grandi temi scientifici che attraversano il dibattito politico costituisce un altro messaggio: l'intensità e la complessità del rapporto tra scienza e politica esigono, insieme, rigore e chiarezza.

E, allora, tanto vale cercare di essere chiari e, se ci riesce, rigorosi, almeno su almeno due dei tanti temi che Il governo della scienza ci propone.  Come deve comportarsi lo scienziato quando la sua attività diventa oggetto di dibattito politico?  E come deve comportarsi il politico quando è chiamato a decidere su temi che coinvolgono nuove conoscenze scientifiche?

Proviamo a dare le risposte, sia pure provvisorie e di massima.  L'interpenetrazione tra saperi scientifici e dinamiche sociali è ormai tale che, si discuta come a Spoleto di clima, organismi geneticamente modificati, sindrome della mucca pazza o clonazione di embrioni e cellule staminali, i ricercatori non hanno più la possibilità di rinchiudersi in una torre d'avorio e sottrarsi al dibattito politico.  Lo scienziato oggi è «costretto» a chiedersi quali sono le conseguenze sociali delle sue azioni.  Questa necessità, ormai ineludibile, si scontra con la tradizionale ritrosia degli uomini di scienza, che amano parlare tra loro delle loro cose.  Tuttavia non è un male, neanche per la società, che lo scienziato sia costretto a «scendere in politica».  Perché in questo periodo di impetuosa crescita di nuove conoscenze e di nuove possibilità tecniche, soprattutto nel campo della biomedicina, possiamo dire, parafrasando Einstein, che nessuno meglio dello scienziato sa dove fa più male la scarpa filosofica, etica e sociale che calza il sapere scientifico.

Lo scienziato, però, deve tener presente che quando verifica se e come fa male la scarpa filosofica, etica e sociale calzata dal suo sapere scientifico egli non parla ex cathedra.  Né è il solo titolato a parlare.  La politica altro non è che il tentativo di trovare il miglior equilibrio tra diversi visioni o interessi.  Nella società si fronteggiano diversi interessi legittimi.  L'uomo di scienza ha il diritto e il dovere di «perseguire il suo legittimo interesse».  Ma deve accettare che si raggiunga il miglior equilibrio possibile tenendo conto anche degli altri interessi legittimi.  Tutti hanno l'esigenza che la ricerca dell'equilibrio avvenga al più alto livello possibile.  Ovvero sia perseguita sulla base di analisi chiare e rigorose.  Per parlare, appunto, in modo trasparente: l'analisi critica di Bjorn Lomborg della scienza e della politica del clima globale è molto chiara, ma non sempre è altrettanto rigorosa.

Anche il politico naturalmente deve assumersi le sue responsabilità.  E farsi carico di scegliere tra le varie opzioni scientifiche che ha a disposizione, quando è chiamato a operare una scelta che coinvolge nuove conoscenze scientifiche.  A chi, dunque, deve dare ascolto?  Beh, in primo luogo alla sua coscienza.  Che gli impone di rispettare sempre, secondo i vincoli di legge, la libertà di ricerca.  Ma gli impone anche di selezionare le diverse opzioni scientifiche che ha a disposizione.  Per esempio, quando la sua scelta riguarda l'applicazione di massa di una nuova terapia anticancro, una cosa è scegliere l'opzione. proposta dal professor Di Bella, altra cosa è scegliere l'opzione proposta dalla comunità degli oncologi.  Non sempre, però, le scelte sono così facili.  Vi sono casi in cui le opzioni scientifiche possibili sono diverse, quasi equivalenti per fondatezza e però conflittuali.  In questo caso il politico ha il dovere di ascoltare le istituzioni scientifiche e verificare qual è l'opinione prevalente nella comunità scientifica Nel caso del clima globale, non vi sono certezze consolidate e, quindi, vi sono opzioni scientifiche diverse.  Quella, scettica, di Bjom Lomborg è un'opzione proposta da un gruppo di esperti climatologi.  Un gruppo, tuttavia, minoritario.  Nella comunità degli esperti di clima, l'opzione prevalente è diversa da quella di Lomborg.  E i politici hanno il dovere di ascoltare attentamente l'opinione prevalente prima di effettuare i coscienza la loro scelta.  Se poi vogliono seguire Lomborg e il suo scetticismo minoritario, allora devono effettuare una piena e totale assunzione di responsabilità. Ecco, una volta definiti, sia pure in maniera provvisoria, gli ambiti di azioni desiderabili dei due suoi principali protagonisti il Governo della Scienza attenta un po' meno difficile.  Anche se resta, sanamente, conflittuale.

Un ultimo consiglio, per chi si reca a Spoleto.  Partecipate il prossimo giovedì 4 luglio al ricordo che Jerome K. Bruber, Mauro Ceruti e Paolo Rossi proporranno di Stephen Jay Gould, lo scienziato assiduo frequentatore di Spoletoscienza, scomparso di recente, che ha saputo indicarci meglio di altri dove la scarpa filosofica, ma anche etica e politica della sua scienza, la biologia evolutiva, fa male.
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