![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 GIUGNO 2002 |
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Quali sono il destino e il futuro
del diritto nel tempo che stiamo vivendo? Questa può sembrare una domanda
interessante solo per i giuristi. Ma
non è così. Il modo in cui si guarda e si ricorre alle regole giuridiche cambia
l'organizzazione sociale e politica, e incide sulle nostre stesse vite, come
dimostrano le discussioni intorno alle prospettive della democrazia e il voto della
camera sulla riproduzione assistita.
Il tema del "ritorno del
diritto" viene riproposto come questione centrale all'indomani della
caduta del Muro di Berlino. Qualche
giorno fa Giuliano Amato ha ricordato le critiche di Robert Dahl e Ralf
Dahrendorf a un governo democratico mondiale e l'accento posto, invece, su un
"diritto comune". Ma, al di
là delle somiglianze formali, le due ipotesi sono tra loro lontanissime.
Quando, nel 1989, si guardava con
occhio speranzoso al ritorno del diritto, si voleva dire che la fine della
guerra fredda rendeva non più necessarie le limitazioni dei diritti
giustificate con la necessità di fronteggiare la minaccia sovietica. Cessata quell'emergenza, la possibilità di
ritornare alla pienezza del diritto e delle sue regole veniva vista come il
recupero della pienezza della democrazia e dei suoi valori.
Oggi il clima è diverso, e il
riferimento al diritto appare piuttosto come il frutto di un amaro disincanto
democratico. In un mondo in cui la
democrazia si rivela impossibile, aggrappiamoci a un diritto possibile come all'ultima
scialuppa di salvataggio. E' una
prospettiva realizzabile? La proposta di Dahrendorf ha i tratti accattivanti del
realismo politico. La partecipazione attiva dei cittadini, indispensabile alla
democrazia, declina negli Stati nazionali, e appare impossibile nello spazio
globale. Ma l'obiettivo del diritto
comune non è meno arduo da realizzare della criticata utopia del governo
mondiale. Diritto comune significa
organi e procedure comuni per la produzione delle norme e per la loro
applicazione. E, soprattutto, i
soggetti che producono e applicano le regole comuni devono essere democraticamente legittimati. Questione della democrazia e questione del
diritto tornano così ad essere in dissolubilmente legate.
La crisi, oggi, non ha origine
solo dall'assenza di regole comuni.
Deriva piuttosto dal modo in Cui nascono e vivono le regole già esistenti del mondo globale. Le produce, ad esempio, l'Organizzazione
mondiale del commercio. Le producono le maggiori protagoniste della vicenda globale,
le imprese multinazionali. Ma si può accettare
che norme di grandissimo rilievo siano imposte a milioni di uomini da organismi
tecnici o addirittura da soggetti privati?
I realisti dovrebbero anzitutto
fare i conti con questo dato di realtà, che propone due ordini di
problemi. Il primo riguarda quella che,
riprendendo una espressione medievale, viene chiamata lex mercatorum, ed è il prodotto dei grandi studi legali internazionali
per conto del sistema mondiale delle imprese.
Così rapporti di scambio, rapporti di lavoro, situazioni di consumatori
sono affidati ad un diritto interamente privato, imposto dalla sola forza
economica, elaborato senza trasparenza e senza voce della gran parte dei suoi
destinatari. Il secondo problema
riguarda la rete dei regolatori, dalla Banca mondiale al Fondo monetario
internazionale, all'Organizzazione mondiale del commercio, tutti concepiti come
organismi tecnici, ma nella realtà dotati di un sostanziale potere politico e
normativo, esercitato senza adeguati controlli. Nell'uno e nell'altro caso, siamo di fronte ad un clamoroso
deficit di legittimazione democratica in chi produce diritto, che ha già
provocato il rifiuto di quanti si oppongono ad una globalizzazione guidata dalla
sola logica di mercato e che, se non verrà colmato, determinerà non solo nuovi
conflitti, ma diverrà un fattore di svuotamento di una democrazia via via
sostituita da procedure autoritarie o tecnocratiche.
Il tentativo di riportare questi
fenomeni alla logica della democrazia e del diritto si è finora manifestato in
accordi internazionali con cui si cerca di costruire un sistema di regole
trasparente nella sua formazione, messo a punto attraverso procedure dotate di
sufficiente democraticità, controllato nella sua applicazione da organi di
giustizia internazionale. Ma questo
tentativo di creare un diritto comune si sta scontrando con la linea degli
Stati Uniti, che rifiutano la loro adesione a convenzioni importantissime o
addirittura ritirano la loro adesione da patti già sottoscritti (com'è avvenuto
per il Tribunale penale internazionale).
Qui non si coglie tanto una rinnovata attitudine isolazionista, quanto
piuttosto la pretesa di imporre le proprie regole.
Si rivela in tal modo la vanità
di una ipotesi che non solo vuole sostituire il diritto alla democrazia, ma
alla stessa politica. In una
prospettiva di costruzione progressiva e faticosa di regole comuni gioverebbe,
allora, un'attenzione più puntuale per il modo in cui ciò sta avvenendo in
grandi aree del mondo, come l'Europa, dove già cominciano ad operare i principi
della Carta dei diritti fondamentali; dove si lavora ad una costituzìone; dove
si progetta una parte generale di un comune codice civile che dovrebbe prendere
il posto di un diritto prodotto e imposto dalle imprese. Ma questo diritto comune europeo potrà
funzionare, e servire come indicazione anche fuori dell'Europa, solo se
riuscirà ad essere parte di più convincenti procedure democratiche, ed espressione
di quei valori di libertà e solidarietà che hanno dato sostanza alla
rivoluzione costituzionale del Novecento.
Ma può il diritto impadronirsi
della nuda vita, "giuridificare" ogni momento dell'esistenza? Che cosa può appartenere alla regola pubblica
e che cosa deve sempre rimanere nell'area delle scelte e delle responsabilità individuali? Vi è in
definitiva, un confine che il diritto non può valicare, un limite che deve
rispettare?
Sono, questi, gli interrogativi
ineludibili quando la legislazione riguarda materie nelle quali si manifestano conflitti
di valori, che toccano i temi del nascere, vivere, morire. E sono i temi affrontati dalla camera discutendo
dì riproduzione assistita.
Le norme approvate compongono un
singolare "testo unico" dei divieti in questa materia, che nessun
altro paese ha sommato tutti nella propria legislazione. Proprio nel campo della bioetica dove larghissimo
è ormai il consenso per un diritto leggero, si è imboccata la strada del
diritto pesante. Dove servirebbero
regole di compatibilità, per favorire la continuazione del confronto e la maturazione
di una coscienza comune, sono state adottate regole di supremazia, imponendo un
unico punto di vista e rendendo quasi impossibile il dialogo.
Questi i dati di fatto. E la soluzione è maturata attraverso una
contrapposizione aspra tra laici e cattolici, tra etica di Stato e ragioni
della coscienza. Con quali conseguenze?
Si è detto che una normativa era
necessaria per porre fine al mercato selvaggio della riproduzione assistita. Ma
per questo era sufficiente una buona disciplina dei centri operanti in questa
materia (lo propongo da una quindicina d'anni). Spingendosi assai oltre, la disciplina del mercato è divenuta
disciplina del corpo della donna, che torna così ad essere "luogo pubblico", oggetto di incursioni
legislative che aprono nuovi problemi, a cominciare da quelli derivanti da uno
statuto dei concepito che, a parte le difficili questioni interpretative,
delinea un pericoloso conflitto tra madre e feto.
Inoltre, una volta considerati
gli interventi di riproduzione assistita come atti medici, dunque a tutela del
fondamentale diritto alla salute, non sembra ammissibile il divieto della fecondazione
eterologa. E l'esclusione delle donne
sole appare in contrasto con la norma costituzionale sull'eguaglianza che
proibisce le discriminazioni basate su "condizioni personali", tra le
quali è certamente l'essere nubile.
Sappiamo, peraltro, che questo
genere di divieti spinge ad aggirare la legge.
Nascerà, com'è già avvenuto in altri paesi proibizionisti, un
"turismo procreativo" che, condizionato dalle disponibilità
economiche, farà diventare la maternità desiderata un privilegio di
classe. E così provocherà una ulteriore
delegittimazione della legge.
In tempi in cui si abusa dei
riferimenti alla liberaldemocrazia, sembra perduto l'insegnamento di Hans Kelsen,
che ricordava la necessità del compromesso democratico come "risoluzione
di un confitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di
una parte, né totalmente contraria agli interessi dell'altra" (di nuovo il
nesso tra diritto e democrazia). E vale
l'ammonimento di Ronald Dworkin: "L'istituzione dei diritti è cruciale perché
rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed
eguaglianza saranno rispettate. Quando
le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si
vuole far funzionare il diritto, dev'essere ancor più sincera".
Di fronte alle grandi scelte, il diritto non può essere impugnato come uno strumento autoritario per imporre valori non condivisi. Bisogna evitare la "norma ad una dimensione", dove si confondono etica e diritto, e la cui pericolosità è stata ben ricordata da Paolo Prodi. Avremmo norme eticamente deboli e giuridicamente inefficaci.