RASSEGNA STAMPA

28 GIUGNO 2002
STEFANO RODOTA'
Ciò che resta del diritto ai tempi della globalizzazione?

Quali sono il destino e il futuro del diritto nel tempo che stiamo vivendo? Questa può sembrare una domanda interessante solo per i giuristi.  Ma non è così. Il modo in cui si guarda e si ricorre alle regole giuridiche cambia l'organizzazione sociale e politica, e incide sulle nostre stesse vite, come dimostrano le discussioni intorno alle prospettive della democrazia e il voto della camera sulla riproduzione assistita.

Il tema del "ritorno del diritto" viene riproposto come questione centrale all'indomani della caduta del Muro di Berlino.  Qualche giorno fa Giuliano Amato ha ricordato le critiche di Robert Dahl e Ralf Dahrendorf a un governo democratico mondiale e l'accento posto, invece, su un "diritto comune".  Ma, al di là delle somiglianze formali, le due ipotesi sono tra loro lontanissime.

Quando, nel 1989, si guardava con occhio speranzoso al ritorno del diritto, si voleva dire che la fine della guerra fredda rendeva non più necessarie le limitazioni dei diritti giustificate con la necessità di fronteggiare la minaccia sovietica.  Cessata quell'emergenza, la possibilità di ritornare alla pienezza del diritto e delle sue regole veniva vista come il recupero della pienezza della democrazia e dei suoi valori.

Oggi il clima è diverso, e il riferimento al diritto appare piuttosto come il frutto di un amaro disincanto democratico.  In un mondo in cui la democrazia si rivela impossibile, aggrappiamoci a un diritto possibile come all'ultima scialuppa di salvataggio.  E' una prospettiva realizzabile? La proposta di Dahrendorf ha i tratti accattivanti del realismo politico. La partecipazione attiva dei cittadini, indispensabile alla democrazia, declina negli Stati nazionali, e appare impossibile nello spazio globale.  Ma l'obiettivo del diritto comune non è meno arduo da realizzare della criticata utopia del governo mondiale.  Diritto comune significa organi e procedure comuni per la produzione delle norme e per la loro applicazione.  E, soprattutto, i soggetti che producono e applicano le regole comuni devono essere  democraticamente legittimati.  Questione della democrazia e questione del diritto tornano così ad essere in dissolubilmente legate.

La crisi, oggi, non ha origine solo dall'assenza di regole comuni.  Deriva piuttosto dal modo in Cui nascono e vivono le regole già esistenti del mondo globale.  Le produce, ad esempio, l'Organizzazione mondiale del commercio. Le producono le maggiori protagoniste della vicenda globale, le imprese multinazionali.  Ma si può accettare che norme di grandissimo rilievo siano imposte a milioni di uomini da organismi tecnici o addirittura da soggetti privati?

I realisti dovrebbero anzitutto fare i conti con questo dato di realtà, che propone due ordini di problemi.  Il primo riguarda quella che, riprendendo una espressione medievale, viene chiamata lex mercatorum, ed è il prodotto dei grandi studi legali internazionali per conto del sistema mondiale delle imprese.  Così rapporti di scambio, rapporti di lavoro, situazioni di consumatori sono affidati ad un diritto interamente privato, imposto dalla sola forza economica, elaborato senza trasparenza e senza voce della gran parte dei suoi destinatari.  Il secondo problema riguarda la rete dei regolatori, dalla Banca mondiale al Fondo monetario internazionale, all'Organizzazione mondiale del commercio, tutti concepiti come organismi tecnici, ma nella realtà dotati di un sostanziale potere politico e normativo, esercitato senza adeguati controlli.  Nell'uno e nell'altro caso, siamo di fronte ad un clamoroso deficit di legittimazione democratica in chi produce diritto, che ha già provocato il rifiuto di quanti si oppongono ad una globalizzazione guidata dalla sola logica di mercato e che, se non verrà colmato, determinerà non solo nuovi conflitti, ma diverrà un fattore di svuotamento di una democrazia via via sostituita da procedure autoritarie o tecnocratiche.

Il tentativo di riportare questi fenomeni alla logica della democrazia e del diritto si è finora manifestato in accordi internazionali con cui si cerca di costruire un sistema di regole trasparente nella sua formazione, messo a punto attraverso procedure dotate di sufficiente democraticità, controllato nella sua applicazione da organi di giustizia internazionale.  Ma questo tentativo di creare un diritto comune si sta scontrando con la linea degli Stati Uniti, che rifiutano la loro adesione a convenzioni importantissime o addirittura ritirano la loro adesione da patti già sottoscritti (com'è avvenuto per il Tribunale penale internazionale).  Qui non si coglie tanto una rinnovata attitudine isolazionista, quanto piuttosto la pretesa di imporre le proprie regole.

Si rivela in tal modo la vanità di una ipotesi che non solo vuole sostituire il diritto alla democrazia, ma alla stessa politica.  In una prospettiva di costruzione progressiva e faticosa di regole comuni gioverebbe, allora, un'attenzione più puntuale per il modo in cui ciò sta avvenendo in grandi aree del mondo, come l'Europa, dove già cominciano ad operare i principi della Carta dei diritti fondamentali; dove si lavora ad una costituzìone; dove si progetta una parte generale di un comune codice civile che dovrebbe prendere il posto di un diritto prodotto e imposto dalle imprese.  Ma questo diritto comune europeo potrà funzionare, e servire come indicazione anche fuori dell'Europa, solo se riuscirà ad essere parte di più convincenti procedure democratiche, ed espressione di quei valori di libertà e solidarietà che hanno dato sostanza alla rivoluzione costituzionale del Novecento.

Ma può il diritto impadronirsi della nuda vita, "giuridificare" ogni momento dell'esistenza?  Che cosa può appartenere alla regola pubblica e che cosa deve sempre rimanere nell'area delle scelte e delle responsabilità individuali?  Vi è in definitiva, un confine che il diritto non può valicare, un limite che deve rispettare?

Sono, questi, gli interrogativi ineludibili quando la legislazione riguarda materie nelle quali si manifestano conflitti di valori, che toccano i temi del nascere, vivere, morire.  E sono i temi affrontati dalla camera discutendo dì riproduzione assistita.

Le norme approvate compongono un singolare "testo unico" dei divieti in questa materia, che nessun altro paese ha sommato tutti nella propria legislazione.  Proprio nel campo della bioetica dove larghissimo è ormai il consenso per un diritto leggero, si è imboccata la strada del diritto pesante.  Dove servirebbero regole di compatibilità, per favorire la continuazione del confronto e la maturazione di una coscienza comune, sono state adottate regole di supremazia, imponendo un unico punto di vista e rendendo quasi impossibile il dialogo.

Questi i dati di fatto.  E la soluzione è maturata attraverso una contrapposizione aspra tra laici e cattolici, tra etica di Stato e ragioni della coscienza.  Con quali conseguenze?

Si è detto che una normativa era necessaria per porre fine al mercato selvaggio della riproduzione assistita. Ma per questo era sufficiente una buona disciplina dei centri operanti in questa materia (lo propongo da una quindicina d'anni).  Spingendosi assai oltre, la disciplina del mercato è divenuta disciplina del corpo della donna, che torna così ad essere "luogo pubblico", oggetto di incursioni legislative che aprono nuovi problemi, a cominciare da quelli derivanti da uno statuto dei concepito che, a parte le difficili questioni interpretative, delinea un pericoloso conflitto tra madre e feto.

Inoltre, una volta considerati gli interventi di riproduzione assistita come atti medici, dunque a tutela del fondamentale diritto alla salute, non sembra ammissibile il divieto della fecondazione eterologa.  E l'esclusione delle donne sole appare in contrasto con la norma costituzionale sull'eguaglianza che proibisce le discriminazioni basate su "condizioni personali", tra le quali è certamente l'essere nubile.

Sappiamo, peraltro, che questo genere di divieti spinge ad aggirare la legge.  Nascerà, com'è già avvenuto in altri paesi proibizionisti, un "turismo procreativo" che, condizionato dalle disponibilità economiche, farà diventare la maternità desiderata un privilegio di classe.  E così provocherà una ulteriore delegittimazione della legge.

In tempi in cui si abusa dei riferimenti alla liberaldemocrazia, sembra perduto l'insegnamento di Hans Kelsen, che ricordava la necessità del compromesso democratico come "risoluzione di un confitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di una parte, né totalmente contraria agli interessi dell'altra" (di nuovo il nesso tra diritto e democrazia).  E vale l'ammonimento di Ronald Dworkin: "L'istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate.  Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev'essere ancor più sincera".

Di fronte alle grandi scelte, il diritto non può essere impugnato come uno strumento autoritario per imporre valori non condivisi.  Bisogna evitare la "norma ad una dimensione", dove si confondono etica e diritto, e la cui pericolosità è stata ben ricordata da Paolo Prodi.  Avremmo norme eticamente deboli e giuridicamente inefficaci.
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vedi anche
Filosofia (e) politica