RASSEGNA STAMPA

28 GIUGNO 2002
GIOVANNI VIGO
VERRI E IL CAFFÈ I PROGRESSI DELLA RAGIONE

In un mondo attraversato da atrocità, insanguinato da terribili conflitti e pervaso da odi che appaiono inestinguibili, dedicarsi allo studio di un personaggio come Pietro Verri, protagonista della stagione più viva dell'Illuminismo lombardo, sembra quasi un lusso, un modo come un altro per sfuggire ai drammi del nostro tempo. Ma non è così. Carlo Capra, che ha suggellato le sue lunghe ricerche sul Settecento milanese con un bellissimo libro, I progressi della ragione. Vita di Pietro Verri (Il Mulino), rievoca nella prefazione i motivi che lo hanno convertito alla storia. Riandando agli anni Cinquanta, quando frequentava il corso di storia che Nino Valeri teneva all'Università Bocconi, scrive: "Mi colpirono, ricordo, il calore che questo professore infondeva nella rievocazione delle vicende del passato, il rapporto che sapeva istituire con i problemi e le lotte nel nostro tempo, il suo dichiarato antifascismo". La storia come impegno civile, dunque, come costante pietra di paragone del pensare e dell'agire. La figura di Pietro Verri, che Valeri ha definito "un rivoluzionario del Settecento", costituisce un perfetto esemplare di uomo che rifiuta le convenzioni del suo tempo, che non si prostra davanti ai potenti, che ama "l'idea di libertà, non tanto come... programma politico quanto come principio primo del suo pensare e del suo agire, premessa e fine della sua speculazione economica e politica, e del pari presente in ogni pagina che egli scrisse sulla vita morale come sulla letteratura". Nato nel 1728, Pietro Verri respirò tra le pareti di casa i contrasti che opponevano i politici più retrivi (fra i quali il padre Gabriele, senatore dello Stato di Milano) e quelli desiderosi di sfoltire le fatiscenti istituzioni ereditate dalla Spagna e di mettere ordine nella pubblica amministrazione, incominciando col raccogliere informazioni solide e veritiere sull'economia e sul funzionamento delle istituzioni. Cosa che il giovane Verri fece nei primi anni Sessanta attirandosi le ire degli ambienti governativi che non apprezzarono molto il suo bilancio del commercio che metteva in cattiva luce la Lombardia. Il suo spirito inquieto non venne però scosso più di tanto da un richiamo immeritato. Molteplici interessi lo accompagnarono per tutta la vita: per l'economia, per la storia, per la filosofia, per la politica di riforme (che dovevano essere ispirate al principio della "maggiore felicità possibile ripartita colla maggiore uguaglianza possibile"). Tornato nel 1761 dal soggiorno viennese, fondò insieme al fratello Alessandro, di tredici anni più giovane, e a Cesare Beccaria, l'Accademia dei Pugni, un cenacolo di inesauribili discussioni sui problemi del tempo; nel 1764 fondò Il Caffé, una rivista destinata a rappresentare per lungo tempo un punto di riferimento insostituibile per l' intelligentsia lombarda. Nei decenni successivi occupò un posto di rilievo nell'Amministrazione asburgica infondendogli il proprio spirito riformatore, ma trovò anche il tempo per amministrare con particolare sagacia il proprio patrimonio che fra terreni e immobili cittadini ammontava alla bella cifra di un milione di lire dalle quali ricavava una rendita di 35mila lire all'anno che gli consentivano di condurre un'esistenza agiata. Negli ultimi anni incominciò a sentire il peso di una vita intensa, trascorsa fra i disaccordi con il padre e con i membri più anziani della famiglia, spesso in contrasto con le autorità, ma arricchita dai molteplici interessi culturali e dalla passione per il teatro che non lo abbandonò mai. Nel 1975, due anni prima della morte, in una lettera al fratello scriveva: "All'età mia non vi è di buono che l'assenza delle seccature, l'ozio e la pace sono le delizie nella condizione mia dove sono liberato da cento passioni di gloria e di fortuna che mi corrodevano negli anni passati". Le "cento passioni di gloria e di fortuna" che ormai non turbavano più i suoi giorni, non gli impedirono di guardare con simpatia a Napoleone e di coltivare la speranza di veder nascere una repubblica estesa a tutta l'Italia settentrionale. Morì nel 1797, senza vedere la Repubblica Cisalpina, ma anche senza assistere alla successiva involuzione impressa alla politica italiana dalle ambizioni imperiali del generale corso. Ma non è difficile immaginare cosa ne avrebbe pensato.
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Storia della filosofia