![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 GIUGNO 2002 |
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Per Pechino, le
biotecnologie sono quello che la conquista dello spazio fu per Mosca: il campo
nel quale essere primi
Un boom incredibile di centri di ricerca sulle cellule staminali.
Grazie alla grande disponibilità di feti e alla libertà di clonare. Per
favorire il settore, il governo regala un milione di dollari a ogni scienziato
di rango che rientri in patria
La nuova
rivoluzione cinese non verrà da un libretto rosso, ma dal libro della vita.
Mentre l'opinione pubblica occidentale è convinta che la medicina cinese si
basi ancora sull'agopuntura e l'equilibrio fra yin e yang, Pechino punta dritta
al ruolo di prima potenza mondiale nelle biotecnologie: i cinesi si aspettano
dal biotech quel che lo Sputnik ha fatto per i sovietici. "Dobbiamo creare
un ambiente stimolante, in cui la creatività scientifica prosperi insieme a una
valorizzazione commerciale innovativa" ha raccomandato recentemente Jiang
Zemin, che chiede ai ricercatori, la nuova élite cinese, di lavorare per un
"ringiovanimento" del Paese. E i ricercatori rispondono: Lu Guangxiu,
direttrice di una clinica per la riproduzione assistita a Changsha e docente
nella locale università, ha già annunciato di avere clonato decine di embrioni
umani per impadronirsi delle loro ambite cellule staminali. Il materiale
originario usato per la clonazione arriva direttamente dalle pattumiere della
sua clinica, dove embrioni di scarto certo non mancano. "Molti ricercatori
in Occidente non hanno a disposizione embrioni su cui operare, ma io sì"
commenta trionfante Lu. La differenza, rispetto all'Occidente, è culturale:
mentre da noi si afferma il concetto che la vita umana cominci già al momento
del concepimento, per il confucianesimo l'uomo ha valore solo come essere
sociale, quindi dopo la nascita.
Li Lingsong,
direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell'Università di
Pechino, è tornato in patria dagli Stati Uniti, dove insegnava all'università
di Stanford, proprio per inserirsi in questo terreno di coltura favorevole. Li,
che ha lasciato in California moglie e due figli, è entusiasta delle nuove
condizioni che si stanno sviluppando: "Non ci sono altri posti al mondo
dove si lavori meglio di qui", commenta. Con questa convinzione, Li
viaggia in lungo e in largo nei centri di eccellenza mondiali, soprattutto in
America e in Europa, per convincere i suoi colleghi compatrioti a tornare in
Cina. "A ogni scienziato di rango che ritorna, lo Stato regala un milione
di dollari", spiega. E il suo centro di ricerca in due anni ha già
ricevuto 17 milioni di euro di contributi statali per lo sviluppo. Ma Li non
passa tutto il suo tempo al microscopio: insieme al collega Tony Yang ha già
fondato un'azienda privata, la Sinocells Bio Technologies, che sta raccogliendo
una prima ondata di capitali di rischio. I due contano di sfruttare la più
grande banca di cellule staminali cinese, già nata nei laboratori
dell'Università di Pechino, per sviluppare a livello industriale cellule in
grado di produrre insulina, una novità che potrebbe avere grande successo fra i
diabetici di tutto il mondo. E a giudicare dall'euforia borsistica che regna
sui mercati asiatici nei confronti del biotech, di qui alla quotazione il passo
è breve.
Oltre agli
embrioni di scarto provenienti dalla clinica universitaria che si occupa
d'inseminazione artificiale, Li può permettersi di usare per i suoi studi anche
tessuti fetali relativamente sviluppati, che gli arrivano dai colleghi impegnati
nelle interruzioni di gravidanza, molto diffuse in Cina, dove la politica di un
figlio per famiglia viene applicata con grande severità. Ogni gravidanza
dev'essere registrata alle autorità competenti e se la madre di un bimbo sano
resta di nuovo incinta, viene costretta ad abortire. L'aborto è diventato così
una routine per molte madri che, specialmente in campagna, vi si sottopongono
volentieri soprattutto se sanno che il nascituro è una bambina. Sulle antiche
tradizioni etiche, secondo cui solo la capacità di comunicare con la società
circostante dà valore umano a un essere vivente, si innesta così la nuova
filosofia del renkou suzhi , cioè il concetto di "qualità della
popolazione". Dietro queste due paroline si nasconde la volontà di
affidare alla medicina statale il compito di produrre cinesi sani fin dal
concepimento. Così, ogni cittadino che vuole sposarsi deve procurarsi
un'autorizzazione, che dal '95 presuppone anche un'approfondita visita medica.
Arrivati poi al concepimento, spesso la volontà statale d'indagare sullo stato
di salute del futuro cittadino non ha nemmeno bisogno di esercitare troppe
pressioni: è naturale che i genitori stessi vogliano essere sicuri della
perfezione fisica dell'unico bambino che gli spetta. Alcuni, soprattutto nella
crescente categoria dei nuovi ricchi, preferiscono addirittura partire da un
figlio in provetta per essere sicuri di non fallire il bersaglio.
La Shaanxi
Chaoqun Science & Technology, una delle aziende di punta del biotech
cinese, è stata incaricata dalla commissione di sviluppare dei biochip
(laboratori in miniatura usati soprattutto nella ricerca genetica, non più
grandi dell'unghia di un mignolo, che permettono di condurre molti test allo
stesso tempo) adatti alle esigenze della società cinese e sta già costruendo
con i soldi dello Stato dieci diversi centri di analisi dove si userà il nuovo
sistema, rapido ed efficace.
E' con questo metodo che il piccolo Longwei, di Chengdu, ha ricevuto la prima carta d'identità genetica del mondo, che fissa in un codice di dieci numeri il suo patrimonio ereditario. Se si è salvato, devono essere dieci numeri fortunati.