![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 GIUGNO 2002 |
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La Camera ha
ripreso in questi giorni il dibattito sulla legge che regolerà le tecniche di
procreazione assistita e la maggior parte dei biologi e degli operatori
sanitari che lavorano in questo settore è in attesa della conclusione dei
lavori con molta curiosità, qualche perplessità e, diciamocelo, un po' di
divertimento. Perché, inutile nasconderselo, lo spettacolo di un gruppo di
distinti signori, che della biologia hanno solo ricordi liceali, impegnati a
discutere del futuro dell'aploidizzazione e del significato della disomia
uniparentale non è cosa alla quale si possa assistere tutti i giorni.
So per certo
che un mio collega sta raccogliendo le "chicche" più gustose per
pubblicarle, spero senza i nomi dei responsabili, su un giornale scientifico
inglese di grande divulgazione. Debbo confessare che personalmente ci trovo
assai poco da ridere, anzi. E per giustificare questo "anzi" prenderò
in esame uno dei problemi che la legge affronta e che mi sembra particolarmente
complesso e scottante, quello relativo alla ormai famosa e controversa
"questione dell'embrione ", un tema sul quale si sono scontrati (e
scornati) per oltre vent'anni bioeticisti, filosofi e scienziati. Ricordo il
problema per quei pochi che non lo conoscono: quand'è che ha inizio la vita
personale? L'embrione è già uno come noi, oppure è soltanto una colonia
cellulare, con la stessa dignità di un ovocita o di uno spermatozoo?
Nel testo
che costituisce la base della discussione si afferma "la legge assicura i
diritti di tutti i soggetti coinvolti, in particolar modo del concepito".
Con quest'articolo, approvato con il voto di martedì, viene varata per la prima
volta nel mondo una legge che riconoscerà al concepito la stessa capacità
giuridica che hanno tutte le persone e che si acquisisce (lo fa anche il nostro
Codice Civile all'articolo 1) soltanto quando si nasce. Sui possibili danni che
possono derivare dall'approvazione di quest'articolo si potrebbe discutere a
lungo. Mi limito per ora a ricordare come l'intero passo sembri costituire la
premessa per una possibile modifica dell'articolo del Codice Civile che ho
appena citato secondo le intenzioni del Movimento per la Vita e della sua
proposta di legge di iniziativa popolare.
A me
sembrano preoccupanti sia il modo in cui la Camera sta impostando i lavori sia
il clima culturale in cui il dibattito si è svolto sinora: mai, a mio ricordo,
una parte aveva ignorato con tanta presunzione ed arroganza, le ragioni degli
altri; mai si era assistito ad una sopravvalutazione altrettanto sfacciata e
altrettanto ingiustificata delle ragioni di alcuni scienziati a discapito di
quelle di molti altri. In effetti, negli ultimi mesi, e in particolare a
partire dalla Giornata per la vita celebrata il 3 febbraio 2002, è stata
orchestrata una campagna stampa che ha fatto progressivamente accettare e
considerare normali espressioni come "l'embrione come paziente",
oppure "l'embrione è uno di noi".
L'ultimo
fuoco d'artificio è stato sparato da un gruppo di medici universitari romani
secondo le cui dichiarazioni non esisterebbero dubbi sul fatto che la vita
personale inizia con il concepimento e finisce con la morte, un messaggio che
ha avuto grande risalto nei media e le cui implicazioni l'embrione ha gli
stessi diritti di uno qualsiasi di noi e una sua eventuale minore tutela
giuridica sarebbe ingiusta sono fin troppo chiare. Per chi non lo avesse ancora
capito, se questo tentativo avrà successo, la legge sull'interruzione
volontaria della gravidanza potrà essere cancellata da un semplice parere della
Corte costituzionale. Purtroppo non ha avuto altrettanto rilievo un secondo
documento, sottoscritto dai maggiori embriologi italiani (alcuni dei quali
cattolici), che criticava puntualmente le tesi dei medici romani e ne
sottolineava i numerosi errori. Il documento è stato pubblicato dal
"Corriere della Sera" del 4 marzo 2002: nessun giornale lo ha
ripreso, nessuna istituzione si è curata di sostenerlo, nessun uomo politico lo
ha usato per cercare di fare un po' di chiarezza su un tema per il quale viene
evidentemente preferita la confusione.
Pur avendolo
fatto per molte e molte volte inutilmente, per mera caparbietà provo a
riproporre qui la mia posizione. Ritengo che sia necessario prendere atto
dell'esistenza di un dibattito difficile e complesso che riguarda l'inizio
della vita personale, un dibattito che divide gli studiosi: alcuni di essi
affermano che questo inizio coincide con il concepimento; altri, di pari valore
scientifico e di pari credibilità, affermano che non può essere così. Chi
sostiene le due posizioni le considera solide e coerenti, e certamente (è
successo molte volte nella storia della scienza) non si ritiene disponibile a
cedere alle ragioni degli altri. In questa situazione è buona norma attendere
che si formi un consenso, più ampio e consolidato, ed è opportuno che il
dibattito continui nei luoghi preposti al dibattito scientifico. Nell'attesa,
dovrebbe essere considerata con favore l'ipotesi di tener conto di un antico
principio suggerito, se non erro, proprio dal magistero cattolico: in dubiis,
libertas.
Quello che
proprio non può essere consentito è il fatto di lasciare la decisione su quale
delle due posizioni sia quella giusta ai nostri parlamentari perché, per quanto
bravi possano essere, non è loro compito dirimere la controversia culturale
sopra ricordata. Essi devono individuare soluzioni che siano il più possibile
rispettose delle diverse posizioni etiche e culturali proprie di tutti i
cittadini. Su temi così delicati, non ci può essere una parte che in forza di
una maggioranza parlamentare viene a imporre le proprie convinzioni etiche agli
altri.
So per certo
che alcuni dei nostri rappresentanti politici più avvertiti riconoscono che la
pretesa di imporre una specifica posizione culturale sull'embrione non è
fondata, e si adoperano per evitare l'errore. Sono invece molto dispiaciuto per
aver udito, da alcune persone che stimo, giustificazioni inaccettabili e non
molto serie al riguardo, come quella che si richiama al fatto di non avere
inserito, nella legge, veri ed espliciti richiami al problema dell'inizio della
vita personale. Può darsi: ma le molte, ripetute, forti attenzioni alla
"dignità dell'embrione " (che non si può congelare; che deve avere
garantita la nascita anche se malconformato; che deve essere dato in adozione
se abbandonato dai genitori genetici) rappresentano, al di là di ogni tentativo
dialettico di confondere le acque, il risultato di una precisa scelta,
assolutamente coincidente con la posizione cattolica. Se non fosse così, non ci
dovrebbero essere differenze tra un embrione nella fase iniziale dello sviluppo
e un ovocita, che è poi proprio quello che molti scienziati affermano. E se poi
si volesse dare enfasi alla dignità del concepimento, dovremmo parlare, oltre
che di embrione dignitoso, anche di beati ovociti e di spermatozoi martiri.
Perché questa è, e proprio non capisco come lo si possa negare, una legge ideologica, ispirata dal magistero cattolico e improponibile e offensiva per uno stato laico. Capisco le difficoltà di alcuni membri del Parlamento che dovranno votare contro la propria coscienza laica per ubbidienza: hanno la mia comprensione, anche se non credo che questo li potrà liberare dal senso di colpa. Si consolino così: questa sarà, comunque, una legge che renderà legittima la procreazione assistita. Ci penserà la ricerca scientifica a vanificare i molti e inconcepibili divieti.