![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 GIUGNO 2002 |
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Quando Gramsci incontra l'operaismo. Due modelli storiografici
sulla formazione e sviluppo della classe operaia a confronto in volume curato
da Mario Tronti e Paolo Favilli
La sezione milanese del Centro Riforma dello
Stato ha organizzato per domani, alla presenza di esponenti della Cgil e della
Fiom, la presentazione di un volume (Classe operaia. Le identità. Storia e
prospettiva, a cura di Paolo Favilli e Mario Tronti, Franco Angeli) che
vede la collaborazione di studiosi che si richiamano e sono spesso fra i
migliori esponenti di due tradizioni storiografiche che per decenni si sono
confrontate non senza conflitti. Il riferimento è alla storiografia di
ispirazione gramsciana, legata senza alcuna strumentale subalternità alla sinistra
comunista, e la storiografia che, con minore fortuna accademica ma con forte
orgoglio, si è voluta "operaistica" e che è sempre stata sopratutto
attenta alle trasformazioni della composizione della classe operaia, ai suoi
conflitti e ai suoi comportamenti rivendicativi. Movimento Operaio la Rivista
storica del socialismo, Studi Storici, Classe, Primo Maggio, Società e Storia:
sono queste le riviste, più o meno accademiche, che dagli anni Cinquanta a oggi
hanno proseguito il confronto metodologico ma anche politico fra queste due
tradizioni storiografiche. Per prima cosa, va subito detto che questo volume
della Franco Angeli nasce dalla collaborazione fra uno storico e un teorico.
Una collaborazione tanto più significativa perché ha come "oggetto"
la classe operaia e perché la generazione a cui apparteniamo ha tratto dalla
lettura di Marx affermatasi alla fine degli anni Settanta, nonché dalla
valorizzazione del rapporto diretto fra sviluppo economico e conflitti sociali,
nella concretezza e immediatezza del rapporto di produzione, un'agenda di
priorità tematiche e una instancabile avidità verso nuove fonti che
aggiungessero elementi nuovi al "farsi" di questo rapporto sociale.
Con acribia
filologica abbiamo reso evidente nella nostra attività di ricercatori la
ricchezza della nozione marxiana di classe operaia, quest'ultima intesa come
prodotto soggettivo della reazione a una formazione sociale complessiva ( e non
come "tuta blu" che sparisce o muta a ogni fase di innovazione
tecnologica). In questa ricerca storici della modernità come A. Soboul o Edward
P. Thompson ci sono stati ispiratori e maestri nel seguire l'emergere della
classe operaia dal brulichio di associazioni, leghe, società mutualistiche che
hanno cercato prima di resistere e poi di condizionare, dall'interno del
rapporto salariato e della fabbrica, il processo che riconduceva il lavoro e i
lavoratori senza riserve dentro il mercato del lavoro.
Il gruppo
promotore del libro condivide soprattutto la convinzione che fra sociologia
storica e storia delle culture politiche delle élites - oggi privilegiate
soprattutto dagli studiosi più giovani - continui ad aprirsi uno spazio che
richiede ricerche specifiche sulle soggettività di classe, senza percorrere le
quali non si ricostruiscono, e non si spiegano e nemmeno si comprendono, i
momenti di rottura, di rinnovamento e di sconfitta di queste stesse classi e
ceti sociali.
Nel
ventennio appena trascorso, numerose ricerche di sociologia storica hanno
infatti disarticolato i miti della storiografia del movimento operaio,
scomponendone gli oggetti d'indagine. E' stato un fiorire di studi sulle
origini famigliari, le reti di relazione di vicinato nell'inurbamento, le
strategie matrimoniali, il ruolo del doppio lavoro, i rapporti personali e di
gruppo nel pendolarismo. L'oggetto si è fatto così vicino e così minuziosamente
indagato che il ricercatore potrebbe avere la sensazione di una ricerca
infinita, inesauribile e soprattutto essere indotto a rinunciare - secondo i
suggerimenti più recenti della storiografia francese - ai criteri di causalità
nella storia, che diventa a questo punto il risultato dell'intreccio di
diversissime strategie discorsive individuali il cui scopo è l' organizzazione,
nella forma più efficace, dei propri percorsi biografici. Per questa
storiografia - che potremmo chiamare polemicamente "postmoderna" - si
possono studiare, ad esempio, i funzionari ministeriali dell'età giolittiana, i
tecnici degli anni Trenta in Francia , l'Ena, gli operai del Creusot, le serve
di fattoria del Larzac, ma mai i ceti medi, la classe operaia, il proletariato
rurale.
Il gruppo
che ha contribuito al lavoro qui presentato cerca di sottrarsi a questi rischi
pur utilizzando gli strumenti che questa storiografia ha messo a punto.
Inoltre, i temi di questi saggi - che spesso sono il risultato di lunghe
ricerche - sono entrati in un dialogo necessario con l'attualità immediatamente
politica che porta a fare i conti soprattutto con le trasformazioni sociali
intercorse negli ultimi anni a partire dalla mobilitazione di Seattle alla fine
del `99 contro il Wto.Voglio qui richiamare brevemente questi lavori, che
rappresentano gli interlocutori potenziali degli storici che hanno collaborato
con Favilli e Tronti alla produzione del libro, pur nella evidente differenza
disciplinare.
In primo
luogo c'è il bel saggio di Alberto Burgio Modernità del conflitto
(DeriveApprodi), nel quale l'autore rilegge e attualizza il programma politico
del Manifesto , restituendo con vigore la densità storica da cui esso è emerso.
Un testo che consente, tra le altre cose, di vincolare l'analisi della fase
politica e delle sue prospettive non a una invocazione di soggettività mossa
dall'indignazione morale ma all'analisi delle classi rivendicando un
riferimento esplicito al marxismo di Marx e - in qualche caso - addirittura al
marxismo dei marxisti quale si è manifestato nell'esperienza storica del
movimento operaio.
Accanto a
Modernità del conflitto va citato sicuramente lo spiazzante Empire di Toni Negri
e Michael Hard (Rizzoli), cui Burgio ha dedicato uno critica di estrema
acribia in cui il dissenso politico si accompagna al rispetto per un'operazione
che, non rinnegando la radicalità dei conflitti del passato, può essere
considerata il programma politico di un (possibile?) marxismo post-moderno.
Accanto a questi due testi, vanno anche citate le ricerche condotte da
Alessandro Dal lago e Sandro Mezzadra su aspetti diversi delle migrazioni,
nonché la grande tesi di Yann Moulier De l' esclavage au salariat. Économie
historique du salariat bridé ( PUF, in corso di traduzione per la
manifestolibri): analisi e riflessioni che ricordano la composizione
plurinazionale della classe operaia fin dalle sue origini e che tale
composizione ha spesso rappresentato un problema per la sua unificazione
politica.
Il gruppo di
storici che si è ritrovato nel progetto del volume non vuole però sottrarsi
alla fatica della ricerca su temi centrali, scientifici non meno che politici:
il ruolo delle vecchie e nuove forme del lavoro nelle fasi di trasformazione
del capitalismo, le linee possibili della ricomposizione del mondo del lavoro.
Negli ultimi vent'anni, del resto, gli storici dei mondi e delle esperienze
operaie hanno molto affinato i loro strumenti. Lo si vede bene dalla sezione
dal titolo "L'identità in fabbrica", che ospita ricerche di Musso,
Berta, Meriggi, Sonetti, Lungonelli e a cui può essere accostato l'intervento
di Duccio Bigazzi, forse uno dei suoi ultimi suoi scritti, sul linguaggio con
cui gli "operai del Nord" di cui aveva parlato tanti anni fa Edio
Vallini nominano gli strumenti e i luoghi del lavoro.
In questi
saggi dedicati agli operai torinesi, alla Fiat, agli operai della Dalmine e di
Piombino si tiene conto della pluralità delle esperienze operaie, il loro
retroterra - urbano o contadino, di lunga o recente industrializzazione -
intrecciandolo con le culture del conflitto espresse, quest'ultime spesso
originate dall'identificazione con le tradizioni comunitarie sedimentate nel
tempo. Il confronto tra le fonti orali e le fonti derivanti dagli archivi
d'iimpresa - come i fogli matricola - porta inoltre al disegno del profilo di
una identità operaia mutevole, sempre rielaborata, e ricontrattata, nel
rapporto con gli avversari e con la propria storia. Il volume ospita anche due
saggi assai ricchi di spunti - anche se non esauriscono l'impegno di una storia
comparata della classe operaia - di Elisabetta Vezzosi sugli emigrati
italiani negli Usa e di Andrea Panaccione sulla formazione della classe
operaia russa a fine Ottocento, che ha, tra l'altro, il notevole merito di
assumere quest'ultima come autonomo soggetto di studio e non solo come scena
sociale dove si svolgerà il dramma politico della costruzione dello Stato
operaio. D'altra parte le vicende del secolo trascorso hanno messo in evidenza
che il rapporto fra composizione di classe e sinistra politica non era
un'evidenza ma, appunto, un rapporto complesso e mai definitivo.
Mario Tronti aveva già esposto il suo bilancio di tale rapporto nel suo drammatico saggio La Politica al tramonto (Einaudi) e nel quale l'autore evidenziava il vuoto creato dall'assenza di trincee difensive che un partito come il Pci offriva. Da questo punto di vista si può essere convinti della inadeguatezza della lettura togliattiana del capitalismo italiano e, al tempo stesso, essere consapevoli che i partiti del "riformismo operaio" sono stati fondamentali nel contribuire a rendere visibile ai protagonisti dei processi produttivi il proprio ruolo in essi. Non osiamo pensare che la narrazione storica di questi processi serva a rimetterli in moto, ma certamente contribuisce a smentire i paralizzanti luoghi comuni e a a rimettere in circolo, almeno nella cultura delle organizzazioni sindacali, la funzione che esse hanno avuto e continuano ad avere nello scandire i tempi nella storia delle imprese e delle nazioni.