![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 GIUGNO 2002 |
|
Se si
esamina in retrospettiva il contributo di Herbert Marcuse alla cultura
marxista degli anni `60 e `70, non c'è dubbio che l'estetica abbia
rappresentato per lui un campo di riflessione privilegiato. In un libro come
Eros e civiltà (1955), lavorando sugli elementi di antropologia che in Marx
si legano all'analisi dell'opera d'arte, Marcuse giunge a riconoscere nel
comportamento estetico il modello di un'esperienza non alienata, il luogo in
cui viene a ricomporsi la tipica scissione con la quale la società borghese
divide anima e mondo, ideologia e base sociale. In questa prospettiva, Marcuse
rivaluta la nozione romantica del "gioco" e ne fa il principio di una
cultura non più repressiva di cui l'arte diventa una pietra angolare, dato che
in essa si incontrano e si conciliano le istanze della libertà creativa e la
necessità dei condizionamenti materiali. L'arte, tuttavia, è e resta in Marcuse
soltanto l'esempio di una prassi più generale che mira al rovesciamento degli
ordini sociali esistenti e che egli definisce "dimensione estetica".
Non è una scelta priva di ambiguità, posto che in assenza di una reale
trasformazione della società il radicalismo di Marcuse rischia di confondersi
con una strategia di estetizzazione dell'esperienza, ennesima variante di un
atteggiamento divenuto oggi dominante. Ma è una scelta portata avanti con
coerenza, al punto da diventare la preoccupazione più marcata dei suoi ultimi
anni, come testimonia il saggio La dimensione estetica, apparso nel 1978, cioè
un anno prima della sua morte. A riportare la nostra attenzione sulla
connessione tra estetica e politica in Marcuse è una raccolta di testi curata
da Paolo Perticari per l'editore Guerini e Associati, in libreria da questo
fine settimana. Si intitola, appunto, La dimensione estetica. Un'educazione
politica tra rivolta e trascendenza (pp. 296, euro 24,50) e contiene, oltre al
saggio che dà il titolo al volume, altri quattro contributi:
"Industrializzazione e capitalismo nell'opera di Max Weber" (1968),
"Tolleranza repressiva" (1969), "Saggio sulla liberazione"
(1969), "Controrivoluzione e rivolta" (1972). In aggiunta a questo
materiale, il volume propone un'intervista raccolta da Frederick Olafson nel
1977 e finora inedita in italiano, nella quale Marcuse affronta per la prima
volta in chiave autobiografica il proprio rapporto con Martin Heidegger, di
cui fu allievo a Friburgo negli anni successivi alla pubblicazione di Essere e
tempo.
La posizione di Marcuse è esemplare di una ricezione di Heidegger condizionata dalla sua adesione al nazismo - una terribile "sorpresa", egli dice, per tutti coloro che l'avevano conosciuto e frequentato - e dunque sostanzialmente disinteressata ai suoi lavori del dopoguerra. Ne diamo qui un'anticipazione abbreviata rispetto a quella del volume e leggermente riformulata per quel che riguarda le domande di Olafson.