RASSEGNA STAMPA

12 GIUGNO 2002
STEFANO CATUCCI
Il valore politico dell'estetica

Se si esamina in retrospettiva il contributo di Herbert Marcuse alla cultura marxista degli anni `60 e `70, non c'è dubbio che l'estetica abbia rappresentato per lui un campo di riflessione privilegiato. In un libro come Eros e civiltà (1955), lavorando sugli elementi di antropologia che in Marx si legano all'analisi dell'opera d'arte, Marcuse giunge a riconoscere nel comportamento estetico il modello di un'esperienza non alienata, il luogo in cui viene a ricomporsi la tipica scissione con la quale la società borghese divide anima e mondo, ideologia e base sociale. In questa prospettiva, Marcuse rivaluta la nozione romantica del "gioco" e ne fa il principio di una cultura non più repressiva di cui l'arte diventa una pietra angolare, dato che in essa si incontrano e si conciliano le istanze della libertà creativa e la necessità dei condizionamenti materiali. L'arte, tuttavia, è e resta in Marcuse soltanto l'esempio di una prassi più generale che mira al rovesciamento degli ordini sociali esistenti e che egli definisce "dimensione estetica". Non è una scelta priva di ambiguità, posto che in assenza di una reale trasformazione della società il radicalismo di Marcuse rischia di confondersi con una strategia di estetizzazione dell'esperienza, ennesima variante di un atteggiamento divenuto oggi dominante. Ma è una scelta portata avanti con coerenza, al punto da diventare la preoccupazione più marcata dei suoi ultimi anni, come testimonia il saggio La dimensione estetica, apparso nel 1978, cioè un anno prima della sua morte. A riportare la nostra attenzione sulla connessione tra estetica e politica in Marcuse è una raccolta di testi curata da Paolo Perticari per l'editore Guerini e Associati, in libreria da questo fine settimana. Si intitola, appunto, La dimensione estetica. Un'educazione politica tra rivolta e trascendenza (pp. 296, euro 24,50) e contiene, oltre al saggio che dà il titolo al volume, altri quattro contributi: "Industrializzazione e capitalismo nell'opera di Max Weber" (1968), "Tolleranza repressiva" (1969), "Saggio sulla liberazione" (1969), "Controrivoluzione e rivolta" (1972). In aggiunta a questo materiale, il volume propone un'intervista raccolta da Frederick Olafson nel 1977 e finora inedita in italiano, nella quale Marcuse affronta per la prima volta in chiave autobiografica il proprio rapporto con Martin Heidegger, di cui fu allievo a Friburgo negli anni successivi alla pubblicazione di Essere e tempo.

La posizione di Marcuse è esemplare di una ricezione di Heidegger condizionata dalla sua adesione al nazismo - una terribile "sorpresa", egli dice, per tutti coloro che l'avevano conosciuto e frequentato - e dunque sostanzialmente disinteressata ai suoi lavori del dopoguerra. Ne diamo qui un'anticipazione abbreviata rispetto a quella del volume e leggermente riformulata per quel che riguarda le domande di Olafson.
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche