![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 GIUGNO 2002 |
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Il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza
In un Paese
come il nostro, in cui a destra, al centro e a sinistra, ben pochi politici e
pochissimi intellettuali rifiutano apertamente l'economia di mercato mentre
quasi tutti ostentano la loro presunta fede liberale, è forse più che opportuno
ricordare la definizione che di "liberale" ha dato Karl Popper:
"Per "liberale" non intendo una persona che simpatizzi per un
qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla
libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di
potere e di autorità". Ed ecco, allora, ben chiara la demarcazione tra una
politica liberale e una politica illiberale. È liberale quella politica che
adotta misure economiche e legali ovvero che perfeziona e costruisce
istituzioni che assicurino al singolo cittadino la più ampia libertà nel
rispetto dell'uguale libertà degli altri.
In questo
orizzonte non vi è nulla di strano e men che mai di riprovevole nel fatto che
intellettuali di orientamento liberale (economisti, giuristi, politologi, ecc.)
- i quali hanno dato contributi di rilievo nei rispettivi campi di indagine -
abbiano deciso di entrare in parlamento, o di accettare incarichi governativi o
nelle diverse istituzioni con il benemerito intento di servire in tal modo i
propri concittadini. Se "potere" significa, tra l'altro, "potere
di risolvere i problemi", i governi hanno necessariamente bisogno di
uomini in possesso di un consolidato patrimonio di "sapere" e di
"esperienza" adatto all'individuazione dei mezzi più adeguati al
conseguimento di fini e di progetti pubblicamente resi noti in campagna
elettorale.
I problemi,
però, cominciano allorché per l'intellettuale, dentro o al seguito di un
governo, l'incarico ricevuto si trasforma, per dirla con Karl Kraus, in un
"bavaglio spalmato di miele". E si aggravano quando la
"causa" che giustifica il potere politico viene respinta sullo
sfondo, dimenticata, e al suo posto subentra l'autoesaltazione personale. Ma è
stato proprio Max Weber a far presente, ne La politica come professione, che
i due peccati mortali in ambito politico sono la mancanza di una causa giustificatrice
e la mancanza di responsabilità. E "la vanità - scrive Weber - ossia il
bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona,
induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei
peccati o anche tutti e due".
Premesse
siffatte considerazioni, e data la triste situazione di una opposizione
sostanzialmente incapace di porre serie alternative e altrettante serie
critiche, gli intellettuali liberali sono chiamati, oggi, ad un compito più
alto ed ineludibile, ad una severa vigilanza perché i principi liberali non
restino appesi ai manifesti elettorali, solo parole smentite dai fatti,
proclami che si perdono nel pantano delle chiacchiere politiche. Così, per
esempio, possiamo tacere davanti al fatto che di uno dei punti di forza della
campagna elettorale del Polo delle libertà, vale a dire del buono-scuola, non
si parli più? Che senso ha insistere sulla valutazione del sistema scolastico,
se in questo sistema non vengono introdotte linee di competizione? È poi così
difficile prevedere che, senza competizione, qualsiasi benchmarking si ridurrà
in un aumentato volume di burocratismo e, nel migliore dei casi, in una presa
d'atto di successivi fallimenti? E, inoltre, se democrazia vuol dire controllo
dei governati sui governanti, è mai accettabile per un autentico liberale che
la Rai sia al servizio dei partiti di volta in volta al potere piuttosto che
dei cittadini? È accettabile che un governo liberale - il cui capo possiede le
reti di Mediaset - si comporti con la Rai più o meno allo stesso modo di quella
sinistra che prima aveva concepito la Rai come possesso del partito e che poi
sbraita perché l'osso a sua disposizione è troppo scarno? E' un grande liberale
del nostro secolo, e cioè Popper, ad averci ammonito che "una democrazia
non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione".
Quando un uomo è al potere, quando egli ha responsabilità sociali e politiche di rilievo, l'unico dono che un suo amico gli può fare è una critica. Questo ci ha lasciato come insegnamento il più insigne rappresentante dello stoicismo romano; e questo capisce il politico intelligente che crede ad una causa. Questo, però, non capisce il politico che si circonda di adulatori, i quali, ovviamente, servono pensando al regno. E questo non capiscono quegli intellettuali incapaci di avvertire che la loro più autentica e nobile funzione non consiste nel portare lo strascico del re, ma la lanterna avanti al re. E che è ignobile ipocrisia atteggiarsi da leoni nei salotti e agire da pecore dove ci si dovrebbe comportare semplicemente da uomini dignitosi.