RASSEGNA STAMPA

4 GIUGNO 2002
ANTONIO GNOLI
KOJEVE Un hegeliano tra le tragedie del Novecento

Nina Ivanoff dovrebbe avere novant'anni.  Conobbe a 22 Nanni Alexandre Kojève nel 1934.  Dunque è nata nel 1912 esattamente dieci anni dopo Kojève del quale ricorre il centenario.  Nina Ivanoff è una signora esile, ancora lucidissima e molto cortese.  Vive a Varives, immediatamente fuori Parigi, in una casa piccola e decorosa.  Mi accoglie con un sorriso dolce e un po' disarmante. Mi offre un caffè e mentre è nella minuscola cucina che lo prepara, io aspetto nella stanza che fu lo studio di Kojève.  Due pareti di libri protette da una vetrina (in una ci sono le numerose traduzioni del l'Introduction à la lecture de Hegel), un divanetto, una sedia e una vecchia scrivania rettangolare davanti alla finestra, da cui si domina un ciuffo di alberi in fiore.  Siamo all'ultimo piano di un palazzo dei primi del Novecento.  E' lì, che Nina e Alexandre hanno vissuto insieme per oltre trent'anni.  Poi lui è morto, nel 1968, e lei ha continuato ad abitare in quella casa. Dice che in occasione del centenario ha donato alla Bibliothéque Nationale tutte le carte dell'archivio Kojève.  Sono tante e a queste sta lavorando un giovane italiano, Marco Filoni, allievo dì Livio Sichirollo, scomparso da qualche mese, che di Kojève sapeva proprio tutto, tanto che ci sentiamo di dedicargli questo incontro. Signora Ivanoff, la Francia le sarà grata per questa sua donazione. «In Francia non brillano per complimenti». Quanto meno celebreranno il centenario dell'uomo, come disse Raymond Aron, più intelligente che conobbe. «Ah, lo scrisse nelle sue Memorie.  Ma non credo che la Francia amerà celebrare Kojève».

Teme per colpa di quell'assurda storia di spionaggio? Era il 1999, e si disse che Kojève fosse stato un agente del Kgb. «Non so che pensare, davvero. Vede, in quell'occasione, alcuni lo hanno difeso, altri, come il suo biografo, hanno cercato dei distinguo e qualcuno lo ha attaccato.  Però alla fine non credo che se non si celebrerà sarà per questa storia surreale».

E da che dipenderà secondo lei? «Kojève era un filosofo. E oggi nessuno più in Francia è disposto a considerare questa disciplina nella giusta prospettiva.  Siamo invasi dalla psicologia e dalla sociologia.  Il pensiero arretra, avanzano gli oggetti». 

Kojève era nato a Mosca nel 1902.

«Si, mi pare il 2 giugno».Quindi durante la rivoluzione bolscevica era un ragazzo.

«Piuttosto bello, sveglio e benestante».

Proveniva da una famiglia borghese?

«Il nonno era uno dei principali azionisti di una importante banca di Mosca. Io ero molto giovane, ma ricordo di aver conosciuto la madre di Alexandre e il suo terzo marito».

Il terzo? «E' un po' complicato.  Il primo marito - il padre di Alexandre - era un ufficiale che fu ferito a morte durante il conflitto russo-giapponese.  L'amico, anch'egli ufficiale, lo ricondusse a casa.  Conobbe e poi sposò quella che di lì a pochissimo sarebbe divenuta la vedova Kojève.  Alexandre aveva due anni.  La famiglia era salda e ricca.  Ricordo che abitavano a Mosca in una casa classificata come storica».

E dopo che accadde?

«Durante la rivoluzione la situazione cambiò repentinamente.  La famiglia si allontanò da Mosca, rifugiandosi in campagna, sperando che la situazione si placasse.  Fu qui che una notte degli sbandati attaccarono la villa per saccheggiarla. Il patrigno di Alexandre, armato di fucile, cercò di difendersi, ma fu ucciso.  Era una situazione orribile. Nessuno si sentiva più al sicuro».

E questo come si rifletté sulla famiglia di Kojève?

«Fu la rovina. Finirono i soldi e presto sopraggiunse la fame. Tramontava un mondo che mai sarebbe più tornato. Alexandre cominciò a vendere alcune cose di famiglia al mercato nero.  Un'attività proibita per la quale venn e arrestato».

Fu una detenzione lunga? «Venne liberato abbastanza rapidamente.  Qualcuno ha preteso che la deténzione sia stata alla base della decisione di Alexandre di abbandonare la Russia.  In realtà la sua partenza me la raccontò in modo diverso». E cioè? «Mi disse che lasciò la Russia perché a un borghese come lui non era più data la possibilità di studiare all'università». Poteva adeguarsi al nuovo corso.  «Credo che gli interessasse una certa spiritualità russa e poi la ricerca per lui era al primo posto». Una volta Livio Sichirollo mi disse che Kojève era letteralmente ossessionato dall'idea di Dio. «Lo era a tal punto da spogliare la teologia del suo carattere divino.  Vide in Hegel il più grande filosofo ateo.  Credo fosse una reazione quella ossessione». Uscito dalla Russia dove si diresse? «Partì con un amico per la Germania, c'era una sua zia che aveva sposato un tedesco.  E immaginò di stabilirsi per un po' da lei.  Sennonché passando per la Polonia furono fermati e messi in un campo di concentramento.  Non fu un soggiorno lungo, ma Alexandre si prese il tifo». Poi finalmente arrivò in Germania. «A Berlino, ma in realtà, come scoprii da un diario giovanile che egli tenne tra i 15 e 19 anni, prima fece un soggiorno in Italia, a Roma». Che anno era? «Il 1920.  Nella sua mente si affacciavano problemi legati all'arte, alla musica, e alla pittura in particolare». Dopotutto era il nipote di Kandinsky. Che rapporto c'éra fra i due? «Si scambiarono lettere, ma non mi pare che i due riuscirono a incontrarsi.  Quando Kandinsky era a Berlino Kojève studiava a Heidelberg» Seguiva i seminari di Jaspers «Non solo.  Aveva una curiosità immensa.  Studiava lingue orientali, ma al tempo stesso lavorava a testi scientifici, di fisica e matematica». Conobbe anche Heidegger? «Non credo.  Però conosceva i suoi libri». Quando decise di trasferirsi in Francia? «Dopo Heidelberg tornò per un certo periodo a Berlino.  A un immigrato russo la vita in quel periodo non offriva il massimo.  Perciò decise di provare con la Francia». Nel 1929? «No, no, prima.  Direi tra il 1924 e il 25». Si è detto che fu grazie a uno zio grossista di formaggi che egli poté giungere a Parigi e soggiornarvi. «E' un puro e semplice aneddoto.  Fu un amico ebreo meno squattrinato di lui ad aiutarlo». Ma lei quando incontrò Kojève? «Molti anni dopo.  Nel 1934 a Parigi.  Lui aveva appena divorziato. E da meno di un anno aveva iniziato le lezioni del suo celebre seminario su la Fenomenologia dello Spirito». Vi conosceste al seminario? «No, io non ho mai messo piede in quella famosa aula dell'Ecole des hautes études. Ero un chimico con un grande bisogno di lavorare» E dove vi conosceste? «Fu a casa di un vecchio amico comune: un teologo lituano.  Ricordo che allora abitavo presso mia sorella a Saint-Maur, mentre i miei genitori erano a Montmartre.  E dovetti attraversare tutta Parigi. Questo teologo era anche un amico di Alexandre Koyrè che proprio quell'anno era andato in Egitto e per questo aveva proposto a Kojève di tenere al suo posto un seminario su Hegel.  Dovevano durare sei mesi, ma quelle lezioni si protrassero fino al 1939!». Fu un evento straordinario. «Al quale partecipò tutta la cultura francese e non solo francese di quegli anni.  C'erano Aron e Lacan, Merleau-Ponty e Sartre, Bataille e Queneau, Corbin e tanti altri». Lei sostiene di non aver mai partecipato. «A me interessava Alexandre non i suoi seminari.  Ricordo che ci vedevamo in un caffè del Quartiere Latino. Io lavoravo alla Sorbonne.  E penso con nostalgia a quegli anni». Dopo arrivò la guerra, so che per un certo periodo vi rifugiaste a Marsiglia. «Come immigrati russi non eravamo soggetti a particolari controlli da parte dei tedeschi.  Alexandre conosceva perfettamente la loro lingua.  E fu questo uno dei motivi per cui finì per collaborare con la Resistenza.  Sì a un certo punto finimmo a Marsiglia, fu lì che attendemmo la fine della guerra». In quel periodo so che scrisse un'ampia opera dedicata al diritto. «Sì, era un ambizioso affresco teorico.  Ma anche una fonte per capire l'importanza che in lui assunse la politica». Ecco, a questo riguardo dopo la guerra lui non tentò di rientrare all'università.  Perché? «Amava l'insegnamento ma detestava farlo sotto le insegne dell'accademia». Scelse tutt'altro. «Si, cominciò a lavorare come consigliere economico per il governo francese, occupandosi del mercato comune, allora agli albori». Ma non smise la sua attività di saggista. «Continuò a pensare e a scrivere.  A volte nei suoi tour internazionali svolgeva conferenze di carattere filosofico.  Fu durante una di queste che morì, come un attore muore sul palcoscenico». Che anno era? «Era il 1968. Alexandre soffriva per un enfisema polmonare.  E a Bruxelles durante la conferenza ebbe una fortissima crisi respiratoria.  So che il suo discorso è stato registrato, ma io non ho mai voluto ascoltarlo». Morì l'anno in cui la storia sembrava rimettersi in moto. Ma che impressione gli fece quel gran sommovimento? «Non lo so, mi dicono però che una volta Rudi Dutschke gli chiese che cosa pensasse del movimento studentesco. Alexandre rispose che i suoi leader avrebbero fatto bene a studiare la filosofia greca».
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