![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 GIUGNO 2002 |
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L'economia a colori? Gli economisti si debbono occupare anche
dei colori degli imballaggi dei prodotti venduti? Ebbene sì, una volta che si sappia che la "triste
scienza" può e deve uscire dal seminato per gettare fasci di luce su ogni
problema della convivenza civile. E,
per cominciare, sul problema dell'Aids.
In una conferenza che
l'università di Bologna-Forlì ha tenuto nella cittadina romagnola il 24
maggio, il professor Riccardo Rovelli ha affrontato di petto il dramma
dell'Aids, che sotto il profilo del confronto fra domanda e offerta - domanda e
offerta di cure per i malati di Aids - configura un vero e proprio
"fallimento del mercato", Gli economisti non amano i fallimenti del
mercato. Ma i fallimenti del mercato
non sono fallimenti dell'economia, e questa può e deve venire in soccorso per
trovare il bandolo della matassa.
Il problema è complesso,
perché in un certo senso qui si tratta di un "doppio
fallimento". Il primo fallimento
del mercato sta nel fatto che i farmaci dell'Aids costano molto, perché devono
compensare i grossi costi di ricerca dell'industria farmaceutica, le ricerche
finite in un vicolo cieco come quelle
che hanno avuto successo. Dato che si
tratta di una medicina che salva la vita, o almeno ritarda la morte, dovrebbe
essere accessibile a tutti, ma il suo costo la rende proibitiva per
molti. Il mercato non riesce a far
incontrare domanda e offerta.
Questa situazione è familiare, perché si ripete per altre medicine e altri beni "pubblici": i farmaci contro l'Aids si possono configurare come bene pubblico perché producono quelle che gli economisti chiamano «esternalità positive», cioè a dire, impedendo un'epidemia, evitano non solo danni ai pazienti ma danni all'intera economia che sarebbe indebolita dalla diffusione dell'Aids. Questi vantaggi, che sono della collettività e non del singolo, devono essere pagati dalla collettività, che quindi sussidia le medicine contro l'Aids mettendole a disposizione anche di chi non se le può permettere. Interviene, insomma, lo Stato.
Ma cosa succede - ed è qui il
secondo livello del «fallimento del mercato» - se anche lo Stato non se le può
permettere? E' questo il caso dei Paesi dell'Africa sub-sahariana, dove l'Aids
è endemico e le casse dello Stato sono vuote.
Il problema è stato dibattuto alla conferenza, ed è consolante
constatare che gli economisti escono dalla torre d'avorio e indicano agli
studenti quanto vari e potenzialmente fecondi siano i campi da arare con gli
strumenti dell'analisi economica. Gli
imperativi dell'economia e quelli della solidarietà non sono più materia
d'accademia, come si è visto nel cortese dibattito fra esponenti della
Farmindustria e di Medici senza Frontiere.
In un paper di Pamela Bombarda, Luca Lambertini e Riccardo
Rovelli, la scelta fra le soluzioni possibili - licenze obbligatorie, importazioni
parallele, controllo dei prezzi, differenziazione dei prezzi - è caduta su
quest'ultima. In pratica, si tratta di
fissare i prezzi nei Paesi ricchi in modo da compensare le società
farmaceutiche dei loro costi di ricerca; prezzi che sarebbero naturalmente
pagati in parte dai privati e in parte dallo Stato.
A questo punto le società farmaceutiche, avendo avuto la rifusione delle spese di ricerca, oltre a un giusto profitto, potrebbero vendere i medicinali anti-Aids al costo marginale nei Paesi poveri. Ma come evitare che dai Paesi poveri i medicinali anti-Aids, acquisiti a poco prezzo, vengano poi dirottati nei mercati dei Paesi ricchi? La "triste scienza" è chiamata a pronunciarsi anche sui bassi problemi di far funzionare una soluzione nella pratica: e, fra le altre linee d'intervento proposte, c'è anche quella di marchi e colori diversi per i farmaci venduti nei diversi mercati.