![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 GIUGNO 2002 |
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CATTOLICI E LAICI: COME DIALOGARE NELLE MODERNE DEMOCRAZIE PER
SOSTENERE LE CONQUISTE DELLA SCIENZA RISPETTANDO LA DIGNITÀ DELL´UOMO
È possibile affrontare i problemi della bioetica e legiferare senza avere idee condivise su che cosa sia la vita, la morte, l'organismo umano? Addirittura su che cosa sia la famiglia o la soglia della sofferenza fisica tollerabile? Senza che laici e cattolici diano un significato chiaro e univoco a concetti quali "persona" o "dignità" umana, sui quali c'è consenso solo apparente? Che nesso esiste tra il significato laico di "dignità dell'uomo o della donna" e quello religioso di "sacralità della vita"? Nonostante l'inconciliabità delle visioni della vita, noi come cittadini dobbiamo legiferare sulla base di una concezione discorsiva e procedurale della democrazia. Ma proprio per dare sostanza a questa democrazia, e non ridurla ad un mercato politico di opinioni, dobbiamo chiederci se sui temi che hanno rilevanza etica, civile e politica, sia possibile abbozzare un discorso comune positivo, affermativo su persona, vita, natura..., senza restaurare in qualche modo una metafisica. Non vorrei essere frainteso con questo riferimento polemico alla metafisica, perché qui la intendo nel suo significato nobile e antico di insieme di proposizioni sull'uomo, la natura, la vita ecc... che pretendono di essere "vere". Sono proposizioni con contenuto normativo, che oggi vengono autorevolmente enunciate dalla Chiesa cattolica. Esse danno un concreto "plusvalore religioso" a categorie che altrimenti suonerebbero astrattamente filosofiche. Ma la pretesa di una definizione vera e normativa dell'uomo è stata falsificata dalla filosofia moderna e postmoderna mentre la scienza, da parte sua, per principio procede al di fuori di ogni assunto metafisico. Eppure oggi la problematica bioetica ripropone la questione, in modo filosoficamente improprio ma inevitabile nei suoi riflessi civili e politici. Sta restaurando una sorta di metafisica ingenua su "uomo", "natura", "organismo". Qui entra in gioco la dottrina ufficiale della Chiesa che attraverso il suo codice "natura-verità-sacralità della vita" offre una prospettiva metafisica e bioteologica compatta e seducente. Diverso è il quadro offerto dai laici che non presentano un fronte di opinioni altrettanto compatto e omologo. Qui mi richiamo a quella posizione che si definisce "moralizzazione della natura umana". Per essa natura e vita non sono ontologicamente "sacre" ma aperte ad un processo etico che ha come punto di partenza l'esistenza di "fondamenti biologici della persona", che non sono "disponibili" per una bio-ingegneria che si sottrae a vincoli morali. Questi vincoli sono definiti da "un'etica della specie umana" che si rifà alla morale kantiana: il principio dell'uomo come fine e quindi il rifiuto di ogni sua strumentalizzazione, a cominciare dal patrimonio genetico. Il principio della intangibilità del patrimonio genetico è qui affermata soprattutto contro le applicazioni indiscriminate della bio-ingegneria (o eugenetica attiva). Ma il concetto di "moralizzazione della natura umana" è soprattutto una risposta positiva ed eticamente responsabile a tutte le sollecitazioni della scienza e della biotecnologia. La natura umana, di cui parla l'etica laica, è sottoposta alla ridefinizione continua dei suoi confini, grazie alla scienza, ma essi sono determinati dal discernimento etico. Qui si apre la contesa circa la determinazione dei criteri che definiscono la persona, la sua integrità e la sua dignità. La posizione laica distingue tra tutela incondizionata dei diritti della persona nata (compresa ogni forma di handicap) e tutele differenziate e bilanciate, ad esempio, di fronte al feto nella problematica dell'aborto; non considera l'embrione in quanto tale titolare di diritti come la persona e purtuttavia non lo considera strumentalmente disponibile e mercificabile; stabilisce confini tra interventi biogenetici terapeutici, correttivi e migliorativi (approvati) e interventi manipolativi nel senso delle clonazioni (respinti). Sappiamo che questi confini sono labili e controversi. Non è solo un problema di tecnologie sempre più avanzate che mutano la logica della terapia e il concetto stesso di miglioramento della qualità della vita. Ma l'etica deve poter relativizzare (nel senso letterale di non assolutizzare) il primato della terapia e dell'intervento terapeutico quando si tratta della manomissione di patrimoni genetici della specie. Ovvero occorre trovare ragionevoli e motivati punti di equilibrio tra le diverse esigenze. Le prestazioni attuali della scienza e della tecnologia mediche hanno raggiunto gradi di specializzazione e di autonomia di sperimentazione tali per cui esse dispongono, in modo monopolistico e insindacabile, delle informazioni essenziali sui problemi su cui l'opinione pubblica e la politica sono chiamate a decidere - spesso su problemi sorti per insufficienze tecniche o per scarsa lungimiranza della stessa attività medica (come è il caso frequente del cosiddetto accanimento terapeutico). Questa situazione va corretta. Non si tratta di porre vincoli esterni alla ricerca scientifica ma di costringerla ad essere più trasparente nei suoi assunti, nelle sue procedure e soprattutto più lungimirante nella previsione delle sue conseguenze. La scienza o la tecnologia non possono seguire il loro impulso conoscitivo, limitandosi a scaricarne costi e benefici sulla società. Devono applicare a loro stesse l'etica della responsabilità. Sono problemi difficili - ovviamente - che presuppongono comunque un'idea affermativa di natura umana, perché la "moralizzano" senza restaurare una metafisica con la sua presunta normatività ontologica. La normatività di cui parliamo infatti è affidata allo scambio di ragioni e di argomenti all'interno della comunità dei cittadini, secondo il principio laico della democrazia. La laicità della democrazia infatti non è altro che lo spazio pubblico entro cui tutti i cittadini, credenti e non, confrontano i loro argomenti e seguono procedure consensuali di decisione, senza far valere in modo autoritativo le proprie verità di fede o i propri convincimenti in generale. Laicità quindi significa attenersi al criterio della reciproca persuasione e della leale osservanza delle procedure. Siamo così alla questione di chi e come deve stabilire norme e regole di comportamento che siano accettate dall'intera comunità dei cittadini, nonostante le insuperabili differenze di giudizio che li dividono. In un paese come l'Italia è illusorio attendere di poter legiferare sui grandi temi della bioetica - dall'uso delle cellule embrionali soprannumerarie all'eutanasia - sulla base di idee condivise su che cosa sia la vita, la morte, l'organismo umano. Eppure ci sono esigenze di legge che non possono essere eluse o rimandate sine die. Prendiamo ad esempio la problematica della eutanasia, che non può essere lasciata alla discrezionalità degli interessati. In termini operativi il passo legislativo più urgente e fattibile è la definizione medica e giuridica dell'accanimento terapeutico e quindi del suo controllo - una questione sulla quale sembra esserci un ragionevole consenso tra tutti i cittadini. A partire da qui può darsi che avvengano ulteriori modifiche di cultura etica, anche se è impossibile il superamento dei presupposti di fondo di quelle che qui sono state sommariamente chiamate cultura laica e cultura cattolica.