![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 GIUGNO 2002 |
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Oltre le teorie di Amartya Sen, la studiosa teorizza il diritto di
ridere e divertirsi per un mondo più giusto
E' stato un
economista, premio Nobel, a contestare che lo sviluppo di un Paese si misuri
con il Pil (prodotto interno lordo) o con la produzione industriale. Amartya Sen,
indiano di origine, premiato a Stoccolma nel 1998, ha detto che si misura con
le persone, con il benessere delle persone. Tra gli indicatori dello sviluppo
di uno Stato, bene le cifre sulla produttività, ma altrettanto e più rivelatori
sono per esempio i livelli di alfabetizzazione e di aspettativa di vita dei
cittadini . Lo sviluppo è libertà dichiara il titolo del suo ultimo volume, e
non è l'opera di un utopista sognatore, ma di un uomo di conti che però lega
l'economia all'etica e intende sviluppo come giustizia sociale. Ma non basta:
bisogna poter ridere, giocare, crearsi divertimenti; bisogna poter immaginare,
pensare, cercarsi ognuno il senso ultimo della vita. Non basta: bisogna poter
vivere con gli animali e dentro la natura; bisogna poter amare, soffrire,
desiderare... Questi "non basta" li dirà ad Amartya Sen, oggi, da
Bologna, Martha C. Nussbaum partecipando alle conferenze su globalizzazione e
giustizia sociale promosse dall'Associazione Orlando. Dei "non basta"
che rivendicano altri e precisi indicatori di sviluppo umano al di là di quelli
accennati da Sen.
La Nussbaum,
docente di Legge ed etica all'Università di Chicago, laureata honoris causa in
Scienze politiche mercoledì all'Università di Torino, non è un'antagonista del
premio Nobel, tutt'altro. Ma parte dalle sue tesi per radicalizzarle. Ha fatto
suo "l'approccio delle capacità" per misurare lo sviluppo,
capabilities in inglese, che meglio si tradurrebbe con "mettere in grado
di esser capace". È l'idea di Sen: libertà non è solo mancanza di
coercizioni, ma messa in opera di risorse e apporti istituzionali per dare a
tutti e ciascuno le stesse "capacità". La Nussbaum dirà a Bologna che
questa posizione è basilare anche perché, nel considerare concretamente come
indicatore di sviluppo "quel che ciascuna persona può davvero essere e
fare", trascina dentro il meccanismo della giustizia sociale anche la
condizione della donna, spesso esclusa dal reale esercizio dei diritti umani e
dalla prosperità nazionale.
I veri
diritti per la Nussbaum sono proprio le "capacità" e a Sen ella
rimprovera di averli solo indicati in linea di massima, mentre per lei è
essenziale stilare una tabella delle capacità fondamentali e ineludibili perché
uno Stato possa dirsi giusto. Nel discorso di Bologna enuncerà il suo decalogo
(riportato anche nel recente volume Giustizia sociale e dignità umana , il
Mulino) di cui fanno parte i diritti-capacità di ridere, di amare, di godere
della natura che abbiamo richiamato più sopra e che la filosofa americana
illustrerà sotto le voci: Vita; Salute fisica; Integrità fisica; Sensi,
immaginazione e pensiero; Sentimenti; Ragione pratica; Appartenenza; Altre
specie; Gioco; Controllo del proprio ambiente.
Già dai
titoli siamo lontanissimi dalla Dichiarazione dei diritti fondamentali
dell'uomo e dal Contratto sociale. Ovvio, ribatte Martha Nussbaum, perché quel
contratto è stilato tra persone astratte: sane, sottinteso maschi, sempre
uguali e sempre alla pari. La vita vera non è così: si parte bambini, si
cresce, si invecchia, ci si ammala. Lei come riferimento e fine sceglie l'uomo
di Aristotele: un essere sia capace sia bisognoso. O quello di Marx:
"che ha bisogno di una grande ricchezza di attività" perché la sua
sia una vita pienamente umana. I bisogni, le dipendenze, fanno parte della vita
reale, sottolinea la Nussbaum, e "la società deve perciò trovare
modi" per farvi fronte "che siano compatibili col rispetto di sé di
chi riceve e che non sfruttino chi presta le cure". Cure che,
diversamente, non previste nel progetto di società, sono sempre ricadute sulle
donne creando profonde ingiustizie "di genere".
Sul suo decalogo Martha Nussbaum è più che disposta ad accettare critiche e modifiche. L'importante, sostiene, è che questa "tavola delle capacità fondamentali" sia stilata - argomento su cui Amartya Sen le appare riluttante - e diventi il metro internazionale a tutela della dignità umana e di una reale giustizia. La filosofa, che collabora con l'Onu proprio sul Programma di sviluppo, osserva che oltretutto il principio delle "capacità" non ha il sapore dell'Occidente come i diritti del contratto sociale, dunque sarebbe più facilmente accettato dai vari Paesi. L'affermazione che ciascuno deve poter vivere in pieno la sua vita - osserva la Nussbaum - funziona come un "modulo": ognuno lo riempirà secondo la sua storia, la sua cultura, il suo credo.