![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 MAGGIO 2002 |
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Una volta Bertrand Russell osservò che «la democrazia ha
per lo meno un merito, ossia che un deputato non può essere più stupido dei
suoi elettori, perché più stupido è lui, più stupidi sono stati loro ad
eleggerlo».
Ecco: questa difesa della democrazia liberale così poco illeggiadrita dalla
nobiltà degli ideali, che nulla concede alle capacità dei cittadini ma che pure
li accetta per quali sono, anche se «stupidi» e piccini, questa stessa difesa
della democrazia, dicevamo, è il filo conduttore che in trasparenza, per virtù
di filigrana, si lascia sorprendere lungo tutti gli sviluppi del libro di
Giuseppe Tedeschi (La fabbrica delle ideologie. Il pensiero politico
nell'Italia del Novecento, Laterza, pagg. 442, € 25,00). È vero: la democrazia
moderna è quella che è; a volte vien da sentirsi stringere il cuore per
l'immoralità e la piccineria che si è raccolta sotto il palpito della sua
bandiera. E quasi non c'è autore, destro o sinistro, nero o rosso (o bianco),
vicino o lontano, che non abbia levato al cielo biblici lamenti contro «l'utile
e il mediocre posti come canoni di saggezza» (Corradini), che non abbia
saettato anatemi contro «la mancanza di grandi passioni spirituali» (così La
Pira, non diversamente da Murri) e che infine, come logico corollario, non
abbia irretito di censura il riformismo liberale o socialista tacciato sia
l'uno che l'altro di pusillanime acquiescenza e colpevoli entrambi di spegnere
negli animi la vocazione per il grande e l'eroico (è il caso del sindacalismo
rivoluzionario, dei massimalisti alla Labriola, e della linea che dal primo
Croce corre diritta fino ad Oriani e Gobetti). Eppure, nonostante questa
grumosità materialistica - che Bedeschi non nega - il rimedio è stato, è e sarà
sempre peggiore del male. Specie quando alla denuncia del generale decadimento
si accompagna la volontà - frequente negli intellettuali - di riscattare i
destini del loro prossimo. Il che, infallibilmente, li converte in mentori del
potere totalitario.
E si capisce perché. Quando il crescente benessere lancia gli uomini
all'inseguimento delle gioie di questa terra e l'impeto della corsa fa loro
travolgere sentimenti e decoro, è poi difficile che quegli stessi uomini, come
folgorati da un'improvvisa resipiscenza, smorzino spontaneamente il furore
della loro passione edonistica e si avvezzino a coltivare le virtù civiche. No,
ci vuole ben altro a frenarli. Occorre la forza del pubblico potere. Di un
potere che ne imbrigli i movimenti e che li tragga così alla rigenerazione
morale ed intellettuale. La quale rigenerazione, non a caso, ora è prerogativa
dell'«intellettuale collettivo» (il partito comunista di Gramsci), ora è funzione
della sofocrazia ecclesiastica (Murri e Dossetti) e ora è compito di una élite
laica chiamata a «svegliare e trasformare anime» (Papini, Prezzolini, e giù giù
fino a Gobetti). Come che sia, tutte le volte, con l'implacabile regolarità di
un metronomo, tale rigenerazione mette capo ad un manipolo di chierici che in
nome del popolo quale deve essere si arroga un potere assoluto sul popolo quale
effettivamente è. Un potere, dunque, che non arretra dinanzi a nulla perché -
se salvifico ha da essere - nulla, proprio nulla, deve sfuggire al suo
controllo. Che perciò è un controllo capillare, onnipervadente, totale.
Totalitario, appunto. Meglio allora, cento volte meglio, la democrazia
liberale: volgare quanto si vuole, ma che pure tiene gli intellettuali al loro
posto.
Che, intendiamoci, può anche essere un posto utile a domani migliori per tutti.
Ma ad una condizione: a patto che essi, gli intellettuali, dico, dismettano gli
abiti dell’oracolo e alle lusinghe di miti palingenetici sostituiscano - come
scrive Bedeschi- un sapere «sobrio e realistico», un sapere cioè che sia
analisi e non grido di dolore, critica e non messaggio; sì, critica; pure
acerba, pure puntuta, ma sempre documentata e mai truculenta o torbida. Un po’,
vorremmo dire, come quella che percorre tutte le pagine di Bedeschi. In questo
senso, il suo libro è qualcosa di più che la storia di una idea. È un'opera
buona.