![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 MAGGIO 2002 |
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Libera e un po' selvaggia. Un'esplorazione della nuova economia
nel libro di Carlo Formenti "Mercanti del futuro"
L'orso in borsa Esiste uno scontro tra vecchia e nuova economia
che ha visto per il momento la provvisoria vittoria della "old
economy"
Fare società Condivisione delle conoscenze, reciprocità e rifiuto
del copyright. Questi gli elementi fondanti l'economia del cyberspazio
Da due anni
è in atto uno scontro senza precedenti che investe il destino del mondo. Ma al
di là di un certo gusto per le "piccole o grandi apocalissi" che
traspare dalla frase, è sempre importante individuare il contesto in cui è
stata pronunciato o scritta. Ad usarla più di una volta è Carlo Formenti nel
suo ultimo libro Mercanti di futuro, sottotitolo "utopia e crisi della Net
Economy" (Einaudi, pp. 310, euro 14.50), per evidenziare la posta in gioco
di quelle trasformazioni sociali e produttive che sbrigativamente negli Stati
uniti sono state classificate come "nuova economia". A Formenti non
interessa però fare nessuna apologia del capitalismo neoliberista, né,
all'opposto, di fare previsioni sul prossimo crollo di borsa che condurrà il
mondo a una nuova e deflagrante depressione. Il suo è un libro di viaggio nel
cyberspazio, o meglio è il racconto di come le tecnologie digitali hanno
contribuito a cambiare il mondo. Lo scontro epocale di cui parla Carlo Formenti
è presto riassunto: da una parte c'è un modo di concepire e organizzare la
produzione di ricchezza, con dei manager che definiscono gli uomini, le donne e
le macchine per produrre un bene, più o meno durevole, più o meno fisico,
delineando le gerarchie necessarie e le condizioni di assoggettamento a quelle
gerarchie per conseguire il massimo risultato. Con poca capacità immaginativa
tutto ciò è stato definito old economy. Da due, tre decenni c'è un altro modo
di organizzare la produzione della ricchezza, basata su una cooperazione
sociale che ha come imperativo la ricerca della creatività e che favorisce,
anzi auspica comportamenti "eterodossi" - rifiuto delle gerarchie, delle
burocrazie aziendali a loro associate e un certo "comunismo delle
idee" indispensabile per far circolare saperi e conoscenze, cioè i veri
capisaldi nella "nuova economia" - per produrre beni immateriali e
che ha trova in Internet il mezzo privilegiato per manifestarsi. Tra queste due
"concezioni" dell'agire sociale e produttivo è in atto uno scontro
furibondo, che ha visto, nell'ultimo anno, l'old economy riconquistare, per il
momento, il primato, un primato sancito dalla vittoria elettorale del candidato
repubblicano George W. Bush. Una vittoria che ha fatto varie vittime - molte
piccole imprese - e che ha avuto però effetti collaterali imprevisti e
imprevedibili.
L'attacco
alle Twin Towers può dunque essere considerato, secondo questo schema analitico,
l'entrata in campo di un ospite inatteso, cioè quei settori economici che, a
suon di attentati terroristici, reclamano il loro posto al sole viste la
passate complicità con il blocco sociale e economico vincente negli Stati
uniti. Più interessante è invece la parte del libro che analizza le mosse
dell'amministrazione Bush dopo il crollo delle due torri. Ovviamente c'è la
guerra in Afghanistan. Allo stesso tempo, la Casa bianca ha dato il via, in
nome della lotta al terrorismo, a un giro di vite nei confronti di quella
cooperazione sociale altera e riottosa che è alla base della net economy.
Questa è la rappresentazione che Formenti fa sua, sostenendo però che le
caratteristiche fondamentali della net economy hanno oramai superato i confini
del cyberspazio e che si stanno estendendo, lentamente, ma inesorabilmente come
un virus a tutta la società.
All'origine
di tutto c'è quella commistione tra mito della frontiera, passione per la
ricerca scientifica e rifiuto per la burocrazia che caratterizza il mondo accademico
americano. Un milieu di comportamenti, attitudini che non ha mai disdegnato la
"contaminazione" con l'economia. Così, se il Massachusetts Institute
of Technology è un laboratorio per quelle ricerche pionieristiche della
computer science, è altrettanto vero che il circolo virtuoso tra università e
imprese ha funzionato egregiamente per tutti gli anni Cinquanta, Sessanta,
Settanta e Ottanta. E se all'interno dei campus è egemone il "comunismo
delle idee", i risultati della ricerca si riversano nel mondo delle
imprese, innovando i prodotti e le procedute organizzative. E' il trentennio in
cui "l'etica hacker" diventa un sofisticato dispositivo culturale che
favorisce il consolidarsi di una cooperazione sociale che punta le sue carte
sulla condivisione del sapere e manifesta una netta avversione al diritto
d'autore e ai brevetti, considerati entrambi un freno all'innovazione. Ma se
l'"etica hacker" è per sua natura libertaria, questo non vuol dire
che sia anticapitalista. Semmai può essere considerata "anarcocapitalista".
La
dimensione sociale, ma persino antropologica della "grande
trasformazione" sta, secondo Formenti, nel considerare il lavoro come
l'unico orizzonte della propria vita. L'arcipelago composto da ricercatori,
programmatori, analisti, giovani imprenditori, pubblicitari, videomaker ama
lavorare e considera il prodotto della propria "fatica" al pari di
un'opera d'arte. In altri termini, lo stile di vita diventa "competenza
professionale".
Quella
descritta da Carlo Formenti è una cooperazione sociale che disprezza il
copyright, l'appropriazione privata del sapere e le condizioni di monopolio
assunte da questa o quella impresa. Ma non disdegna di "fare
impresa". Paradigmatico è il caso del sistema operativo Linux, che è
"aperto" e non vincolato al diritto d'autore. La novità è che quel
modo di produrre sta cominciando a convincere colossi dell'industria high-tech,
come Ibm che propone Linux per le sue soluzioni di business on line, o come Sun
Microsystem, che offre il linguaggio di programmazione Java come "software
aperto". Due casi che stanno a dimostrare che si è cominciato a
consolidare un blocco sociale che non è prigioniero dell'"economico",
ma che punta invece su una dimensione sociale, cooperativa dell'attività produttiva.
Nel volume Formenti
dedica un capitolo al pensiero di Karl Polany, per dimostrare che c'è una
terza via tra il capitalismo neoliberista e la critica neomarxista alla nuova
economia: una terza via che introduce nell'attività produttiva la reciprocità
nelle relazioni interpersonali e l'economia del dono. Nessun dubbio sulla crisi
della teoria economica nello spiegare la net-economy. Perplessità vengono
quando sbrigativamente viene considerato inessenziale il conflitto tra capitale
e forza-lavoro perché sostituito da conflitti culturali e financo
antropologici. Ma se lo stile di vita o le forme di vita o la facoltà di
linguaggio diventano "competenza professionale", i conflitti che
esprimono avranno pure a che fare con il rapporto sociale basato sul lavoro salariato?
O no? Possono pure parlare il linguaggio dello stile di vita o dell'etica, ma
sono conflitti pur sempre inscritti all'interno di un meccanismo che ha a che
fare con lo sfruttamento. In altri termini, il conflitto tra capitale e
forza-lavoro parla sempre più i linguaggi dell'ethos e della cultura, termine
da assumere nel suo significato antropologico. Che poi siano conflitti
ambivalenti tra liberazione dal lavoro salariato e assoggettamento al comando
di impresa costituisce il nodo da sciogliere e non la soluzione di un
rompicapo, come invece sostiene Formenti quando auspica il consolidamento del
blocco sociale e economico dove trovano posto sia il virtuoso della tastiera
che l'Ibm.
La "grande trasformazione" rappresentata dalla net-economy è certo "ibridata dal fare società", ma è pur sempre una cooperazione sociale che ha come gabbia d'acciaio il lavoro salariato. Riconoscere la rilevanza dei conflitti culturali è cosa buona e giusta, come già invitava a fare quasi un secolo fa il sociologo Georg Simmel. Ma sganciarli dalla condizione materiale in cui si formano è come viaggiare di notte con gli occhiali di sole: perdi semplicemente la prospettiva della strada da seguire.