![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 MAGGIO 2002 |
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"Sono
affascinato dalla fantasia ma mi piace ancorarla alla psicologia di un
personaggio. Non amo le fiabe artificiali
Quand'ero un
ragazzo ho scoperto di essere io stesso parte di un enigma, di un mistero:
quello d'essere qui solo per un tempo breve"
Non
capita spesso che uno scrittore sia tanto bravo e fortunato da riuscire a
confezionare un bestseller che venda 25 milioni di copie in 50 lingue! E' successo a Jostein Gaarder con Il mondo di Sofia, il singolare romanzo sulla storia della
filosofia che l'ha tramutato una decina d'anni fa in una stella di prima
grandezza nel firmamento degli autori più noti e amati.
In
questi giorni Gaarder è a Roma per una serie di eventi. Nell'ambito della manifestazione organizzata
dal Sindaco di Roma leggerà questa sera, alla casa delle Letterature presso
la Basilica di Massenzio, un testo sul tema «Soli insieme». Domani assisterà al Cinema Pasquino in
Trastevere alla proiezione del film Il mondo
di Sofia. E sabato incontrerà i
ragazzi alla Biblioteca San Paolo alla Regola.
Per l'occasione abbiamo ripercorso con lui alcune delle tappe della sua
carriera letteraria, che ha seguito la stessa evoluzione del pensiero umano:
dalla religione alla scienza, passando attraverso la filosofia.
Come mai ha cominciato scrivendo libri di
religione?
«Ho
insegnato religione nelle scuole superiori per molti anni, e quelli erano
pensati come libri di testo. Il programma scolastico norvegese prevede un
trattamento delle varie religioni mondiali, naturalmente con un'attenzione
particolare alle varie confessioni cristiane, e questo spiega ad esempio la
struttura del mio Libro delle religioni».
Ma lei è religioso?
«Non
direi, benché appartenga nominalmente
alla chiesa luterana norvegese. Naturalmente sono stato influenzato
dalla storia intellettuale del mio paese, ma anche da altre cose: ad esempio,
dall'insegnamento di Buddha, che
considero un grande psicologo. Perché, naturalmente, il buddhismo è più una
filosofia che una religione».
Ha anche insegnato filosofia?
«Si,
in università, e per molti più anni. In Norvegia, secondo la tradizione
medievale delle Sette Arti, gli studenti di tutte le facoltà devono studiare
filosofia per almeno un semestre».
E anche Il
mondo di Sofia è nato come un
libro di testo?
«Prima
ho scritto L'enigma del solitario,
che narra il viaggio di un bambino che va col padre alla ricerca della madre
scomparsa. Ad Atene sente alcune storie
su Socrate e la filosofia greca che lo affascinano, e mi sono chiesto che cosa
sarebbe successo se un bambino vero fosse tornato in Norvegia e avesse cercato
di informarsi sull'argomento: non avrebbe trovato una storia della filosofia
adatta alla sua età, e così ho pensato di scriverla. Ho provato a fare un libro di testo, ma non funzionava. Allora ho inventato la storia di Sofia e
della sua ricerca della verità».
A proposito de L'enigma
del solitario, perché è strutturato come un mazzo di carte?»
«Il
gioco del solitario è la vita. I semi
riflettono le divisioni della società umana.
Le carte sono le persone, che vengono usate in un gioco del quale non
sono coscienti. E il jolly è il filosofo che conosce il
significato della vita e le risposte alle domande sull'esistenza che la gente
non si pone».
In effetti, la gente sembra più stimolata da
domande sugli extraterrestri che
sull'umanità stessa.
«Ricorda il film di Spielberg
Incontri ravvicinati del terzo tipo? Noi ci stupiremmo se vedessimo degli
extraterrestri, ma non ci rendiamo conto di essere noi stessi degli alieni. Io
mi sento un estraneo a me stesso, ogni mattina quando mi sveglio».
Come riesce a
conciliare, nel suoi libro, due aspetti apparentemente contraddittori come il fantastico e lo
strutturale?
«Io sono affascinato dalla
fantasia, ma mi piace ancorarla alla psicologia di un personaggio: non amo il
genere fantasy, tipo le fiabe
artificiali, e cerco di vedere una storia come la fantasia personale di
qualcuno. Ma poiché sono anche
interessato alla struttura, molti dei miei libri sono costruiti come scatole
cinesi: storie dentro storie dentro storie».
Immagino che il numero 52, che ricorre in molti suoi
libri, le serva appunto come impalcatura strutturale.
«Anzitutto, il '52 è l'anno in cui sono nato! Scherzi a parte, è un numero multiuso. Ad esempio, 52 sono le carte di un mazzo e
le settimane di un anno, e L'enigma del solitario sfrutta entrante le
interpretazioni: l'uomo dell'isola costruisce un suo calendario di 13 mesi, ciascuno di 28 giorni, per un
totale di 364 giorni. E se si prendono
le carte di un seme e si sommano i loro valori, da 1 a 13, si ottiene 91, che
moltiplicato per i 4 semi del mazzo
dà di nuovo 364. Manca un giorno per
completare l'anno, che naturalmente corrisponde al jolly.
Anche la parola "enigma" compare in più di un
titolo dei suoi libri, da L'enigma del
solitario a In uno specchio, in un enigma.
«Quand'ero
ragazzo ho scoperto di essere io stesso parte di un enigma, di un mistero:
quello di essere qui solo per un istante, un breve intervallo di tempo. Questo pensiero ritorna in molti miei
libri, e dà anche il titolo a Vita
brevis».
Nel suo ultimo libro, Maya, lei sembra anche essersi avvicinato a molte problematiche scientifiche.
«Sono andato alla ricerca
delle nostre radici biologiche. E mi
sono chiesto se la nostra coscienza sia solo un caso, come gli scienziati sono soliti
credere. Forse la vita e la coscienza
sono una parte essenziale dell'universo, tanto quanto le galassie e le stelle».
Ha mai sentito parlare del Principio
Antropico?
«No».
Si tratta, appunto, dell'idea che le condizioni
iniziali dell'universo dalle quali possono derivare la vita e la coscienza sono tanto improbabili, che magari non sono frutto del caso.
«Certamente l'idea mi suona familiare, ma non sapevo
che fosse addirittura una teoria scientifica».
In
Maya rie cheggia anche la teoria del "gene egoista", secondo cui non
sono i geni a permettere la ripro duzione
degli organismi, ma viceverssa.
«Ho letto Il gene egoista di Dawkins, che ho trovato un libro molto
intelligente. E accetto completamente ciò che le scienze naturali ci dicono a
proposito del nostro passato e della nostra evoluzione. Mi sembra però che manchi qualcosa. Ad esempio, nel libro di Monod Il caso e la necessità l'universo non è
mai stato gravido di vita, e la biosfera non è mai stata gravida di esseri
umani: tutto è solo un'enorme coincidenza.
Ma come possiamo esserne così sicuri? Io, personalmente, direi l'esatto
opposto: non mi sento di accettare che tutto sia una coincidenza».
Ho trovato un'altra assonanza tra il suo ultimo
romanzo e la scienza moderna
nell'idea di Wheeler che l'universo
diventa autocosciente attraverso di
noi.
«Lo diceva anche il mistico
cristiano Maestro Eckhart: "l'occhio che guarda l'universo è l'occhio
stesso dell'universo”.
Cioè l'uomo è il sistema sensoriale dell'universo.
«Esattamente. Lei l'ha riformulato in maniera ateistica,
ma devo ammettere di essere d'accordo.
Noi di solito diciamo "io sono nel mondo", ma potremmo anche
dire "io sono il mondo"».
Gli Induisti dicono appunto tat tuam asi, "tu sei quello".
«Certo, nelle Upanishad. Ma l'esperienza dell'unità col mondo si trova in tutti i
misticismi».
E non solo. Ad
esempio, sta anche nel controverso epilogo del famoso libro Che
cos'è la vita? di Schrödinger, che
provocò in origine il rifiuto dell'editore.
«Sembra scioccante, ma è una semplice verità: il mondo siamo noi. O almeno, noi siamo una sua parte essenziale».