| Capì che le ideologie totalitarie non
avrebbero avuto futuro Tanto
la Storia d'Italia quanto la Storia d'Europa non furono così legate alla
contingenza politica, come di solito si afferma, perché esse rispondono a pensieri
e interrogativi che Croce si era posto da tempo e sui quali avrebbe
continuato a riflettere sino alla fine. Peraltro la contingenza politica contò
per la Storia d'Europa più che per la Storia d'Italia . Quando Croce la
scrisse, in Italia il fascismo festeggiava con orgoglio e appariva ormai
consolidato nelle sue prospettive di durata e di potere. In Russia, il
comunismo sovietico festeggiava, a sua volta, il quindicennale della
rivoluzione del 1917 e il decennale della fondazione dell'Unione Sovietica, con
la prospettiva, ancora più orgogliosa di quella fascista, di costruire
l'"uomo nuovo" di una società libera, senza classi e senza Stato. Di
lì a pochissimo, l'avvento di Hitler al potere, nel gennaio del 1933, avrebbe
completato il quadro dei grandi totalitarismi europei e avrebbe consolidato la
convinzione corrente che per i regimi liberal-democratici, almeno in Europa, la
partita fosse chiusa. Nella prima metà degli Anni '30 anche la Terza Repubblica
in Francia attraversava uno dei suoi peggiori momenti fra scandali, spinte di
destra e di sinistra, agitazioni sindacali, torbide manovre di ogni genere,
grande debolezza ed effimere durate di governi. In Gran Bretagna le incertezze
non erano minori e, attraverso la crisi e la delusione del laburismo prevalso
nel 1929, si preparava quel grigio regime che sarebbe stato definito baldwinism
e che avrebbe di molto attenuato il tono della prima e maggiore
liberal-democrazia europea. I regimi liberi si mantenevano vigorosi in qualche
Paese minore, e in particolare in Svezia, ma per il resto il continente offriva
uno spettacolo deprimente: dal Baltico all'Egeo una serie di minifascismi, di
partiti agrari autoritari, di regimi ad altissimo rischio di instabilità; in
Spagna la Repubblica non stava meglio che in Francia; perfino in Paesi come
l'Inghilterra e il Belgio vi erano gruppi fascisti non trascurabili; in
Portogallo Salazar offriva un solido modello conservatore-autoritario, se non
parafascista. Gli effetti della crisi economica mondiale del 1929 si facevano ormai
sentire, tranne qualche Paese, disastrosamente; e specialmente rispetto ad essa
l'alternativa tra fascismo e comunismo appariva inevitabile, mentre i regimi e
i metodi liberal-democratici apparivano del tutto impari alla bisogna.
È questo lo
sfondo storico europeo sul quale si staglia la Storia d'Europa di Croce. Se lo
si tiene presente, si capisce bene il mutamento di prospettiva - un mutamento
fondamentale - che si avverte ora in Croce rispetto al significato della Prima
guerra mondiale. Egli era stato tra i più colpiti e negativamente impressionati
dal divampare di quella guerra: perché era una "guerra civile" che
rompeva il mirabile sviluppo dell'Europa prebellica e avviava il continente
verso un avvenire oscuro, segnando un discrimine profondo tra due epoche
storiche diverse. Ora, invece, Croce adotta un giudizio opposto. Al "nulla
più sarà come prima" subentra "la netta dichiarazione che, al di là
dei profondi mutamenti apportati dalla guerra nella geografia e nelle
condizioni politiche del continente, tra le due Europe, la prebellica e la
postbellica, corre un intimo rapporto di "continuità e omogeneità" e
si ravvisano "i medesimi tratti" e "le medesime disposizioni e i
medesimi contrasti spirituali"". Ciò è facilitato, indubbiamente, dal
fatto che, come si è detto, già prima del 1914 Croce aveva cominciato a
diagnosticare il "male oscuro", che nell'Europa degli Anni '30
appariva così diffuso e profondo. Bisogna tuttavia, a pensarci meglio,
integrare questa osservazione con l'altra che non solo nel male, ma anche sul
piano dei valori Croce non vedeva nulla di buono e di bello rispetto all'Europa
di prima della guerra. La Storia d'Europa voleva, insomma, affermare non solo
che le grandi idee dell'Europa moderna (la libertà, in primo luogo) non erano
state scalzate dalle ideologie totalitarie del dopoguerra, ma che queste nulla
di veramente nuovo e profondo avevano aggiunto a quelle idee, che, anzi, si
vedevano, al di sotto della superficie di così opposto aspetto, pur sempre
operare e dispiegare la loro efficacia. Ossia, ancora in altri termini, le
sconfitte politiche del dopoguerra non impedivano che le idee e i valori
dell'Europa liberale mantenessero la loro validità storica: transeunti e
caduchi non erano questi valori, bensì precisamente, a dispetto delle
apparenze, le ideologie trionfanti del momento. |