RASSEGNA STAMPA

20 MAGGIO 2002
editoriale
Conflitto d'interessi Niente connivenze

In che misura il finanziamento da parte di aziende e strutture private minaccia di com­promettere l'autonomia e l'integrità delle in­dagini scientifiche?  E a quali contromosse si può ricorrere per disinnescare un conflitto di interessi che rischia di offuscare l'immagine stessa della ricerca?  Il tema, delicato e strategico come nella sua versione politica, è stato lancia­to recentemente anche in Italia per opera di sette società scientifiche riunite nel Cirb, il Coordinamento per l'integrità della ricerca biome­dica, in un incontro che si è svolto il 17 maggio scorso all'Istituto superiore di sanità.  La linea di azione del Cirb riprende e amplia le iniziati­ve già avviate da una parte della comunità scien­tifica internazionale.

Qualche mese fa, per esempio, i direttori delle principali riviste biomediche internazio­nali hanno pubblicato contemporaneamente un editoriale nel quale chiedono agi autori delle ricerche di denunciare eventuali conflitti d'interesse derivanti da rapporti di consulenza o collaborazione commerciale con gli sponsor, dimostrando di non aver avuto alcuna limita­zione nella pubblicazione e diffusione dei risul­tati e garantendo il proprio ruolo nell'ideazione e realizzazione della ricerca.  La pretesa delle aziende di esercitare l'assoluta proprietà sui dati ottenuti attraverso la ricerca è infatti uno dei punti nevralgici del difficile rapporto tra sponsor e ricercatori.  Non è raro, infatti, che le azien­de cerchino di impedire la pubblicazione degli studi con esito negativo, minando così alla base uno dei presupposti portanti del metodo scienti­fico.  D'altra parte, pochi fondi alla ricerca pubblica significano uno spazio via via crescente agli sponsor privati.  Oggi in Europa, per esem­pio, tutti i grandi trial clinici sono sponsorizzati direttamente dalle aziende e interessate ai risulta­ti. Ma se il matrimonio è inevitabile, il contratto matrimoniale va pensato e discusso con atten­zione per salvaguardare gli interessi del partner più debole, in questo caso i ricercatori.

L'autonomia della ricerca biomedica ri­schia infatti di pagare un dazio troppo salato alla necessità di coinvolgere i privati nella realiz­zazione di studi che richiedono investimenti di centinaia di milioni di euro.  Le aziende che mettono i soldi possono esercitare il loro condi­zionamento in modi e momenti diversi dell'in­dagine scientifica: dalla scelta dei quesiti da inda­gare, alle modalità di analisi dei dati e, soprattut­to, come abbiamo visto, alla diffusione dei risul­tati.  Resistere, comunque, è possibile?  Sembre­rebbe proprio di sì.  Lo strapotere delle aziende, quando viene esercitato (le lodevoli eccezioni non mancano, naturalmente) si avvantaggia in­fatti soprattutto della disattenzione di quella che può forse chiamassi una connivenza cultu­rale, Per esempio il ricercatore può rifiutare di sottoscrivere la clausola sulla proprietà dei dati, così come si può chiedere agli autori di uno studio o, al contrario, a chi è incaricato di espri­mere un giudizio di merito, di esplicitare eventuali legami con le aziende. E' quello che hanno scelto di fare molte riviste scientifiche interna­zionali.
inizio pagina
vedi anche
Cultura-Impresa scientifica