![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 MAGGIO 2002 |
|
Charles
Darwin è il biologo cui dobbiamo la teoria dell'evoluzione e in particolare
l'originalissima scoperta del meccanismo che guida il processo evolutivo: la
selezione naturale. Vero? Falso: l'evoluzione delle specie era stata anticipata
da molti altri autori nel XVIII e XIX secolo, e la selezione naturale fu
scoperta indipendentemente da Alfred Wallace. Anche sulla sua natura di
biologo si può sollevare qualche dubbio: dall'Origine delle specie (1859) alla
morte (1882), Darwin si occupò soprattutto di psicologia. C'è però una tesi
biologica assolutamente originale che egli difese con grande forza e per la
quale dovrebbe ricevere ben più credito di quanto solitamente gli si accordi:
che accanto alla selezione naturale operi nel mondo organico anche un altro
autonomo meccanismo evolutivo - la selezione sessuale.
È questo il
punto di vista articolato da Geoffrey Miller nel suo Uomini, donne e code di
pavone, Einaudi, pp. 514, e 25.00, un libro che sulla selezione sessuale tenta
di costruire un'intera teoria della natura umana, servendosene per spiegare le
dimensioni del nostro cervello e l'esistenza di arte, moralità, linguaggio e
pensiero creativo. Presentata da Darwin nel suo L'origine dell'uomo e la
selezione in relazione al sesso (1871), la selezione sessuale "si eclissò
in un lungo e sterile esilio" per circa un secolo. In buona parte, tanta
sfortuna fu dovuta alla difficoltà di inquadrarla in una visione ottimistica e
progressista. Nella selezione naturale è l'ambiente a mettere le specie sotto
pressione, dunque si può sostenere con un minimo di credibilità che le
mutazioni che sopravvivono sono quelle meglio adattate. Ma "nella
selezione sessuale la specie si adatta a sé stessa": sono gli appartenenti
a uno dei due sessi (le femmine, di solito) a scegliere gli appartenenti
all'altro. La scelta avviene sulla base di "ornamenti" che hanno ben
poco di adattativo, che anzi (come nel caso della coda del pavone) possono
mettere chi li porta in serio pericolo (diminuendone velocità e agilità nello
sfuggire a un predatore); ma non importa, perché comunque chi ha gli ornamenti
si riproduce e chi non ce li ha (o li ha meno vistosi) non si riproduce, quindi
a meno dell'estinzione totale della specie gli ornamenti continueranno a
prosperare. La selezione sessuale è una mina vagante nella teoria
dell'evoluzione. Non si può negarne l'esistenza ma occorre anche riconoscere
che, nelle parole di Haldane (1932), "i suoi risultati possono essere
biologicamente vantaggiosi per l'individuo, ma in definitiva disastrosi per la
specie", e, in quelle di Huxley (1938), essa può "favorire
l'evoluzione di caratteri che sono privi di utilità o anche deleteri per
l'intera specie". Si tende così a passarla sotto silenzio: metterla al
centro dell'attenzione vorrebbe dire ripensare a fondo la struttura e
l'ideologia del ragionamento evoluzionistico e delle sue numerose applicazioni
economiche, politiche e intellettuali. Vorrebbe dire ammettere che spesso chi
emerge vittorioso in una competizione per risorse limitate non è migliore di
chi gli soccombe: è solo piaciuto di più, magari per motivi del tutto casuali.
E l'evoluzione (biologica, economica, intellettuale) non va in nessuna
particolare direzione, ma si aggroviglia in percorsi tanto tortuosi e
ingannevoli quanto molti degli ornamenti sessuali sviluppati da animali e
vegetali: percorsi che durano finché durano, finché nel delicato equilibrio fra
riproduzione e ragionevolezza prevale, anche di poco, la prima. Miller, con un
occhio benevolo a Nietzsche e uno critico a Kant, sembra essere sulla
strada giusta per iniziare questo ripensamento. Nonostante la ripetitività
delle sue spiegazioni le faccia apparire alla lunga un po' tautologiche (e lui
stesso mette le mani avanti riconoscendo che la sua teoria "qualche volta
sembra che possa spiegare ogni cosa e perciò non spieghi in realtà
nulla"), lancia idee suggestive e provocatorie, dichiarando per esempio
che la metafora della mente come computer funziona solo se "ignoriamo la
maggior parte di ciò che costituisce la vita umana", e che dobbiamo invece
concepire la mente come "un sistema di intrattenimento progettato per
stimolare altri cervelli". Abbiamo dunque imparato a parlare per sedurci
l'un l'altro, fabbrichiamo manufatti artistici come estensioni dei nostri
ornamenti corporei, siamo generosi e altruisti per far colpo sui nostri
partner, siamo creativi per non annoiarli. Detto questo, occorrerebbe un
ultimo, decisivo atto di coraggio. Ogni stadio evolutivo (biologico, economico,
intellettuale) non può che autovalorizzarsi: concepirsi (se è in grado di
concepire alcunché) come provvidenziale. Così come una femmina di pavone non
può immaginare niente di più straordinario della coda lussureggiante di un
maschio, maschi e femmine dell'homo sapiens avranno un'alta opinione dei loro
manufatti artistici e della loro perizia verbale, senza che questo dimostri,
nell'uno e nell'altro caso, un qualsiasi valore assoluto. Ma Miller non ha
questo coraggio: la sua è l'audacia di chi allunga la mano e poi prontamente la
ritrae. Dopo aver sostenuto che la selezione sessuale sta a quella naturale
come la commercializzazione sta alla produzione (ossia come l'approvazione dei
consumatori sta alla reale qualità delle merci), afferma con tono edificante
che "un orientamento commerciale non implica necessariamente una produzione
scadente". E, dopo aver applaudito Darwin per il suo riconoscimento della
selezione sessuale come meccanismo indipendente dalla selezione naturale, si dà
da fare in tutti i modi per annullarne di fatto l'indipendenza. Pescando qua e
là nella letteratura scientifica contemporanea, propone che gli ornamenti
sessuali siano visti come "indicatori di fitness": proprio il loro
carattere dispendioso e gratuito suggerirebbe all'altro sesso un benessere così
rigoglioso da poter sprecare energia. Quindi in ultima analisi anche la
selezione sessuale sarebbe adattativa all'ambiente.
È strano che Miller, nonostante la sua insistenza sulla rigorosa neutralità della ricerca scientifica, si lasci guidare in un punto così cruciale da un condizionamento ideologico, che gli fa subordinare l'impietoso risultato della selezione sessuale alle sue "funzioni". Di fronte al fatto che la coda del pavone lo rende un animale debole e impacciato, quanto conta che essa si sia sviluppata per segnalare un originario maggior vigore? La stranezza è peraltro significativa: dimostra una volta di più quanto sia difficile accettare un mondo che, in assenza dei nostri sforzi e del nostro impegno, sia totalmente sprovvisto di senso.