RASSEGNA STAMPA

18 MAGGIO 2002
MATTEO MERZAGORA
Maschi, bianchi, in cravatta

Alla Royal Society di Londra 22 maschi bianchi con la cravatta hanno discusso sull'incontro fra le due culture, quella scientifica e quella umanistica: un tema sollevato da Charles Percy Snow nel lontano 1959 e da allora oggetto di innumerevoli dispute e dibattiti. In questo caso, l'organizzazione era a cura della Fondazione Balzan, l'ente svizzero e italiano che ogni anno assegna quattro ricchi premi (che ammontano a 685 mila euro) a due scienziati e a due umanisti «per la promozione della scienza e della cultura nel mondo». Il Balzan è un bel premio: sia per le scelte fatte fino a oggi dalla giuria, che ha sempre riconosciuto il lavoro di scienziati attenti a problemi di interesse sociale e di umanisti capaci di scelte originali, sia per il vincolo posto ai premiati di girare almeno metà della somma ricevuta a giovani ricercatori (www.balzan.it, l'indirizzo telematico per scorrere l'elenco dei premiati).
Gli interventi del convegno - che si è svolto a Londra lunedì e martedì scorsi - hanno rispecchiato l'alto livello dei premi. Nel corso di tre sezioni - dedicate a «i limiti della conoscenza umana», «l'impatto della conoscenza scientifica sull'umanità» e «perché deve essere incoraggiata la ricerca della conoscenza scientifica?» - scienziati come Luca Cavalli Sforza o Martin Rees, letterati come Jean Starobinsky e uomini di potere come l'ex ministro britannico Lord Jenkin hanno dimostrato, a parole ma soprattutto nei fatti, come il dibattito fra le due culture sia il larga misura superato, e resti radicato soltanto nel quadro dell'organizzazione accademica. Nei fatti, perché è risultato evidente che i ventidue maschi bianchi con la cravatta, siano essi scienziati, umanisti o politici, fra di loro si capiscono benissimo.
Gli interventi hanno sottolineato dunque la necessità di uno spostamento d'asse, dal rapporto fra la cultura scientifica e la cultura umanistica al rapporto fra scienza e pubblico, fra scienza e società. Interventi dotti, ben documentati e spesso piacevolmente provocatori: a ricordare che al dibattito mancava qualcosa ci ha pensato, con eleganza, Philip Tobias, l'antropologo sudafricano grazie al quale il 3 maggio scorso lo scheletro, il cervello e i genitali della cosiddetta Venere Ottentotta sono tornati in Sudafrica, dopo duecento anni passati nei musei francesi (ne ha scritto ampiamente sul manifesto Marco d'Eramo, il 7 maggio).
Tobias ha raccontato ai maschi bianchi con la cravatta la storia di Saartje Baartman, la donna Khoison che nel 1816, dopo essere stata portata dal Sud Africa in Inghilterra e poi in Francia per essere esposta nei circhi, venne sezionata dal più grande biologo e zoologo dell'epoca, Georges Cuvier, per verificare, scientificamente, se fosse un essere umano. Anche se parlava tre lingue.
Si discute molto, ha ricordato Philip Tobias, del ruolo della scienza nella società; meno del ruolo della società nella e sulla scienza: eppure è a partire da quest'ultima relazione che si sono generate aberrazioni come il rapporto di Cuvier su Saartje Baartman (ineccepibile, ma figlio del suo tempo) e le teorie sulle razze oppure, oggi, la negazione della teoria dell'evoluzione. Fra le due culture, ha concluso l'antropologo sudafricano, abbiamo bisogno di una scienza che faccia bene agli uomini e alle donne e di scienze umane che facciano bene alla scienza.
Non è scontato. E per questo scopo, è sembrato emergere dal convegno londinese, forse gli uomini bianchi con la cravatta non bastano.
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