RASSEGNA STAMPA

13 MAGGIO 2002
PIETRANGELO BUTTAFUOCO
Quanti eredi abusivi all'assalto del «Mondo»

Adesso tutti si proclamano «pannunziani» doc: la storia del settimanale andrebbe riscritta per depurarla dagli elogiatori postumi

Impropriamente, della «lezione» del grande giornalista si sono appropriati i vari pargoli del radicalismo chic, che rievocano il grande impegno antifascista, ma amputano il rigoroso e intransigente anticomunismo democratico

Duri puri i liberali di Mario Pannunzio.  Furono i borghesi che alzarono le barricate contro l'imborghesimento di massa.  Duri e puri.  Ep­pure, uomini di mondo.  Tanto da avere avuto epigoni non attesi, «pannunziani ad hono­rem».  Eugenio Scalfari, per fare il nome più in vista, tra le amene mondanità e i cazzabubù non perde occasione per fare scivolare intorno a sé l'allusione di avere vissuto la stagione più dura e più pura del pensiero liberale.  Ed è tutta una gara per abusivi la conquista dell'eredità pannunziana, tutto un affogarsi di ospiti inattesi, se non sgraditi.  I «torinesi», cioè il gruppo del Centro Pannunzio che vede tra i suoi fonda­tori Mario Soldati e Nicola Abbagnano e tra i suoi attivi promotori di oggi un altro filosofo come il presidente

del Senato Marcello Pera e un attento critico delle idee come il nostro amico Pierluigi Battista, sono considerati peggio che la peste proprio «dagli abu­sivi», dalla cerchia cioè degli ammira­tori post-mortem, ovvero quelli eter­namente attendati in «via Veneto» (così come nella toponomastica scal­fariana si pensano e s'immaginano i vari pargoli del radicalismo chic).

Ai torinesi che inaugurano la mo­stra dedicata a Pannunzio non viene perdonato il reiterato tentativo di fare del Mondo un luogo dell'anticomunismo.  L'anticomunismo è sempre stato considerato alla stregua della spazzatura nell'Italia dei po­tentati ideologici, e il settimanale dell'epopea liberale altolocata (anche se cronologicamen­te ridotta al 1949-1966), viene proposto attra­verso la memoria cartacea dell'archivio e le te­stimonianze politiche ricavate dal dibattito come esempio di «impegno anticomunista».  Un trauma, ancorché spiegato come un impegno comune da qualsiasi morbo qualunquista o reazionario.  Pannunzio è dunque il volano di un punto di vista inedito e inaudito per l'Italia del Dopoguerra.  Antifascista, antifascista con le carte in regola, è però «il terzo ospite», l'ispi­ratore di una forza liberale, democratica e lai­ca, cresciuta certamente all'interno delle élite, ma alternativa ai due grandi blocchi nati in Italia dalle elezioni del 1948, quello marxista e quello democristiano.

Dietro le polemiche dei «pannunziani ad ho­norem» c'è comunque una sorta di pulitura postuma del pannunzismo.  Scrive appunto Battista nell'introduzione al catalogo della mo­stra: «La lezione del Mondo è stata edulcorata e immersa nel nostalgismo melenso ed ecumenico.  Le asperità di quella comunità politica e intellettuale sono state levigate, ridotte e caricaturizzate nelle dimensioni di qualche arguzia da bar di qualche strada o piazza di moda, do­ve la sera si andava e si riandava».  Vittima della prima liturgia della mistificazione culturale, il Mondo e così il suo fondatore, sono stati depu­rati di ogni elemento non digeribile e adattati alla potabilità democratica.  Scrive ancora Batti­sta: «Si rievoca la figura di Ernesto Rossi, ma del grande e integerrimo antifascista si ampu­ta il rigoroso, intransigente, sferzante antico­munismo democratico.  Gaetano Salvemini viene impacchettalo in una confezione digeri­bile all'unanimità, mutilando i suoi giudizi corrosivi sui mostri sacri della cultura irreggimen­tata. Si mettono in secondo piano figure cruciali come quella di Vittorio De Caprariis, che fu­stigò il "pregiudizio positivo" nei confronti del Pci di una cultura che non seppe portare con coerenza e senza indulgenze preventive la sua critica antitotalitaria.  Di Ennio Flaiano si è fat­to una figura eccentrica di motteggiatore e arte­fice di fulminanti calembours: la "flaianite" giu­stamente vituperata da Giovanni Russo».

Ovviamente sono i «torinesi» ad avere ragio­ne nella polemica, sono forse i custodi di un tentativo mai giunto a porto, vittime di quel «pregiudizio positivo», ma se ancora vale eser­citarsi nell'indagine, vale proprio la pena av­venturarsi tra i reperti del modernariato pan­nunziano per svelenire il clima e desacralizza­re il mito stesso delle élite.  A maggior ragione nel circolo esclusivo de Il Mondo, che furono certamente liberali duri e puri secondo la definizione di Francesco Compagna, liberali perfino elettorali, radunati sotto la bandiera tricolo­re del PLI, borghesi duri e puri, disgustati dall'imborghesimento di massa, ma uomini di mondo appunto, almeno nella sostanza della sopravvivenza italiota se proprio Marco Pannella, appena ventenne, entusiasta segretario della Federazione giovanile monarchica, da Mario Pannunzio che di quella epopea è l'arte­fice, il maestro fondatore, la prima monade in anticipo con le mode (fondatore anche del fo­glio clandestino Risorgimento liberale), riceve il consiglio più furbo e più sgamato: «Per fare carriera politicamente bisogna partire da sini­stra, non da destra: a destra si arriva quando si è fatta questa benedetta carriera».

Elitari quindi, ma italiani, costretti al «tengo famiglia».  Antifascisti irreprensibili, ancor di più anticomunisti se fosse stato possibile oltre le nubi del motteggio (non fu mai possibile), e quindi rannuvolati nel cielo della meteorolo­gia obbligata.  Costretti a seguire «il tempo che fa».  Indro Montanelli lo raccontò così Pannun­zio, attraverso questo aneddoto sul futuro lea­der radicale, e a voler cercare tra i ricordi dell'altra parrocchia avversa agli inarrivabili liberali (tra gli arcitaliani di  Longanesi, di cui Pan­nunzio fu erede ingrato, e non certo tra i sinceri democratici del comunismo, con cui Pannunzio fece comunque target), il fondatore de Il Mondo si ritrova a fare coppia con l'altro sacro mostro della cosiddetta «Italia civile», Ar­rigo Benedetti.

Pare di trovare più di un'affinità reclamata dagli abusivi.  In un prezioso album de Il Bor­ghese - un volume strenna affidato agli abbona­ti -, ci sono due ritratti fotografici di Cesare Bar­zacchi accompagnati da una doppia didasca­lia al curaro: «Arrigo Benedetti, "longanesia­no" ancora inconsapevole delle comode " aper­ture" che la democrazia tiene in serbo per i suoi figli migliori, posa accanto a un disegno del Maestro (nella foto si vede infatti un qua­dro di Longanesi, ndr) e Mario Pannunzio, al­tro discepolo di Longanesi, dirige Il Risorgi­mento Liberale.  Ancora non gli hanno detto che Il Mondo va a sinistra con i "contributi" di Felice Ippolito».

Duri e puri dunque, però posizionati nel marketing della presentabilità sociale garanti­ta dalla sinistra.  Giuseppe Berto, l'ex deportato nei campi di concentramento per gli italiani in Texas, il grande autore del Male oscuro (il più grande romanzo del Novecento italiano), li ve­deva andare da Rosati, il caffè di piazza del Popolo a Roma e non proprio con spirito con­ciliatore, anzi, se ne ritirava disgustato trascinandosi via da quel cicaleccio colto ricordan­dosi per esempio come Ugo La Malfa - leader del Pri, protagonista del «tempo che fa» e vicinissimo alla cerchia del Mondo - fosse anche quello stesso «irreprensibile antifascista» su cui pur gravava il mai chiarito sospetto, quello di avere chiesto agli americani, durante la guer­ra, di bombardare Roma per «insegnare agli italiani l'odio per il Duce».

Un modo come un altro per «insegnare», un vezzo che è peggio di un lapsus: non c'è mai stato «popolo» tra le coltri comode del Mondo.  Duri e puri fino in fondo.  Nel 1955 Pannunzio organizzava i «Convegni del Mondo» per pro­curare una risposta laica al trinariciutismo dei marxisti e al clericalismo del centrismo.  Nel frattempo era Giovannino Guareschi, quello che andava in galera.  Bisognerà dunque aspet­tare Jimmy Fontana per fare del «Mondo» una melodia (« ... non si è fermato mai un momen­to ... »), e bisognerà attendere dopo un altro can­tante, però da crociera, per spendere finalmente il liberalismo tra «le vongole» dell'Italia fatta popolo.  Si chiama Silvio Berlusconi, non è pro­priamente uno socialmente presentabile per i salotti snob e radical-chic, ma come ha imbor­ghesito in massa lui, nessuno.
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