![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 MAGGIO 2002 |
|
Che cosa
significa «Comprendere»? Due Visioni filosofiche a confronto
Nel corso
del semestre estivo del 1927 sui Problemi
fondamentali della fenomenologia, Heidegger
scriveva: «La filosofia non è mai "scienza dell'ente", ma è scienza dell'essere, ovvero, come dicevano i Greci, è ontologia». Avrà alluso
ai Greci moderni (il che da parte di Heidegger è strano), visto che prima del
Seicento nessuno al mondo si è mai sognato di parlare di «ontologia», e meno
che mai di sostenere che l'essere in questione è essenzialmente l'esito di
un'interpretazione. Eppure, anche questa è un'idea ben radicata in Heidegger,
per il quale «la comprensione è il modo dell'essere del Dasein», e, visto che
la comprensione è sempre interpretazione e il Dasein è quell'ente nel quale ne
va dell'essere, allora proprio l'essere risulta costitutivamente dipendente da
un'interpretazione.
Sarà vero? Prendiamo, ad esempio, una vignetta di
Altan, uscita un paio di anni fa dopo la catastrofe dell'Ulivo alle elezioni
regionali; vi si rappresenta un signore con un ombrello infilato nel sedere
che commenta «è una situazione da interpretare», significando, con chiarezza,
che è una situazione da non interpretare. In effetti, l'idea che l'interpretazione
viga dappertutto non è più vecchia di Nietzsche, e interessa propriamente il
solo Novecento, che resterà probabilmente, in una storia ideale della
filosofia, come il secolo dell'interpretazione e del linguaggio, due cose che
vanno strettamente assieme, giacché "interpretare un testo" ci
appare come un'espressione molto più piana che "interpretare un
colore".
Ma di
qui a dire che tutto è interpretazione, ne corre. Come diceva la buon anima di Johann Martin Chladenius, autore
di una settecentesca teoria dell'interpretazione, in claris non fit interpretatio; ossia, ci sono delle cose che possono
venire interpretate, perché sono oscure, mentre altre cose non abbisognano di
alcuna interpretazione. Il contrario,
l'inflazione ermeneutica, è da evitare, perché - come diceva questa volta
l'anima cattiva di Voltaire - ciò che può essere interpretato in molti modi
non merita di essere interpretato in alcun modo.
Ora,
è proprio con questa difficoltà che si misura il bel libro di Luigi
Perissinotto («Le vie dell'interpretazione nella filosofia contemporanea»,
Laterza, Roma-Bari 2002, pagg. 180, euro 19,00), che si fa apprezzare per la
chiarezza della esposizione e per il rigore dell'argomentazione. Prendendo sul serio l'interpretazione (il
che, per strano che possa sembrare, non è stato così ovvio nel secolo
dell'interpretazione), il percorso di Perissinotto segna una analogia tra
analitici e continentali (la centralità del linguaggio e dell'interpretazione,
per l'appunto), ma conduce a un'alternativa.
Da una parte ci sono Nietzsche, Heidegger, Gadamer e Davidson, che
per l'appunto mirano a identificare il comprendere con l'interpretare. Dall'altra, c'è Wittgenstein (almeno
nella versione fornitane da Dummett), e Dummett medesimo, che viceversa
istituiscono una separazione tra i due livelli. L'idea di fondo di Perissinotto è che, in ultima istanza, abbiano
ragione quelli che identificano comprensione e interpretazione, dal momento che
l'alternativa sembra essere un improbabile richiamo a una immediatezza che più
nessuno sarebbe disposto a condividere.
Ora,
pur concordando con l'analisi di Perissinotto, è proprio sulle conclusioni che
mi sentirei di sollevare un dubbio, che poi si riduce a una difesa del senso
comune e del linguaggio ordinario, che ha pensato bene di usare due parole
distinte per «comprensione» e «interpretazione», cosi come per «mediazione» e
«immediatezza».
In breve, è sicuro che tutte le volte che comprendiamo qualcosa come un'interpretazione ha luogo, nel senso che, contemporaneamente, interpretiamo. Questo però non vuol dire che comprensione e interpretazione si equivalgano (di fatto, sono solo contemporaneo, e la contemporaneità di due eventi non ne comporta affatto l'identità). Soprattutto, non comporta che l'interpretazione, inevitabile in una epistemologia, cioè in un approccio scientifico nei confronti del mondo, lo sia altrettanto in una ontologia, ossia in un'esperienza del mondo che si può avere non solo in assenza di interpretazione, ma, al limite, anche di comprensione. E, in ogni caso, non me la sentirei di trarre, dalla incontestabile asserzione secondo cui ci sono moltissime cose mediate, la conclusione che non c'è proprio nulla di immediato, e che, per esempio, l'espressione «sentii immediatamente un dolore alla spalla sinistra» sia un'espressione vuota di significato, da estirpare da una lingua ben formata e consapevole di sé.