![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 MAGGIO 2002 |
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Intervista con il sacerdote e filosofo
delle religioni: «Seimila anni di storia ci dicono che la logica della vendetta
non è in grado di condurre mai alla pace»
Raimundo Panikkar è un
signore luminoso che sorride spesso. Sacerdote e filosofo delle religioni,
nato a Barcellona nel 1918 da padre indiano e madre spagnola, porta nei geni
la complessità culturale che l'abito candido e lo scialle verde smeraldo
sottolineano con discrezione. Nei suoi
libri è stato spesso profetico, tratteggiando scenari che si sono poi
attualizzati in tutta la loro drammaticità. La sua vita è un inno al dialogo e
alla comprensione.
Pace e interculturalità. Una riflessione
filosofica (Jaca Book, pagg. 144, 12 euro) che uscirà in libreria nei
prossimi giorni ne è prova ulteriore: scritto direttamente in italiano (grazie
all'aiuto di Milena Carrara Pavan), il lavoro si segnala per acume e vastità
di pensiero. Il professore è a Milano per una serie di incontri pubblici: oggi
parteciperà assieme al cardinal Carlo Maria Martini e a esponenti di
Buddhismo, Ebraismo e Islam, a un convegno all'università Cattolica. Tema: «Non
è giustizia rispondere con il male al male».
Professore, lei indica la via per un dialogo vero,
nutrito di conoscenza e amore e
sostenuto dal perdono. Dopo l'11 settembre quale dialogo può esserci fra Cristianesimo e Islam, e merita perdono chi progetta e attua l'attacco alle Torri Gemelle?
«Adesso
il dialogo non solo è necessario, ma anche più divertente! Ora abbiamo l'opportunità di instaurare un
rapporto che sia davvero nuovo e creativo.
Soltanto la riconciliazione rompe la legge del karma, mentre la logica della vendetta non è in grado di condurre
mai alla pace. Seimila anni di storia ce lo dicono. E poi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Io non difendo
nessuno, ma constato che il fondamentalismo cristiano è molto più pericoloso,
sottile e intelligente del fondamentalismo islamico. Per secoli abbiamo detto che la nostra è l'unica religione e
alle altre abbiamo riservato solo un poco di tolleranza. Dovremmo vedere la trave nel nostro occhio,
e non solo la pagliuzza nell'occhio altrui».
Come arrivare a
quella radicale mutazione della coscienza, la metanoia che lei auspica, in grado di farci scorgere nel nostro prossimo nient'altro che noi stessi?
«Se io vedo me stesso capisco
anche l'altro. Dalla Sibilla di Delfi sino al Corano le esperienze concordano "Chi conosce se stesso conosce
il suo Signore". Una delle più grandi eresie che percorrono l'Occidente da
mezzo millennio è l'individualismo. Si
rispetta l'altro, ma vedendolo separato da sé, e così si elimina ogni
possibilità di vera conoscenza
reciproca. Ciò che ci porta a disprezzare l'altro è la mancanza di
auto-conoscenza profonda, ma una volta scoperta questa dimensione
dell'esistenza, si può essere ottimisti e vivere. E sorridere. La storia non è tutto, fortunatamente.
Ma quale comprensione reciproca
può esserci in un mondo contrassegnato
da immensi squilibri, disparità
politiche, sociali, culturali e
religiose?
«E' proprio a partire da una
simile situazione che si impone la trasformazione radicale della storia, della
religione, del concetto di Dio. L'alternativa è il disastro totale e
l'autodistruzione della cultura occidentale. Guardi i ventenni: l'unico loro
ideale è avere la moto r lanciarla a folle velocità. E questo perché abbiamo
fatto della loro vita una cosa noiosa, uniforme e senza rischio. Ma ora abbiamo la possibilità dì correre un
rischio storico: disarmarci e accettare di essere vulnerabili».
Politici, intellettuale e gente comune in Occidente:
chi, a suo avviso, ha maggiormente bisogno di aprirsi all'altro attraverso
l'interculturalità?
«La conoscenza di molti
intellettuali è senza amore, è puro calcolo
che porta allo sfruttamento, mentre un
amore senza conoscenza è puro sentimentalismo. Non è possibile la pace su questa terra senza quella conoscenza
profonda che io chiamo interculturalità. Se nell'altro vedo un criminale o un
sottosviluppato, mi nego la possibilità di scoprirlo e quindi di
conoscerlo. Cosicché i sottosviluppati
diventiamo noi che abbiamo tutta la tecnologia, ma non l'umanità, la
spiritualità. Ci sono rimasti solo i gadget».
Lei ha tradotto dal sanscrito e commentato i Veda, i testi della sapienza indù
(apparsi in Italia da Rizzoli). Cosa vi può trovare l'uomo occidentale d'oggi?
«Tutto quello che cerca. Se cerca il sesso, lo trova. E poi una gioia della vita, un senso di positività e di apertura alla
pienezza della natura. Uno degli inni più belli è dedicato all'aurora, alla
nascita del sole. E vi può trovare
anche una certa innocenza, bellezza e desiderio di armonia».
Colpisce, nel Veda,
il richiamo continuo all'idea di sacrificio che tiene insieme il cosmo e lo rinnova in una sorta di cooperazione tra umano, divino e cosmico.
«Per la maggioranza degli
uomini d'Occidente può essere una provocazione. Nel sacrificio vedico l'uomo viene
considerato parte del dinamismo cosmico.
Se le azioni umane prescindono dal cosmo perdono ogni senso. Se non servono alla coesione del mondo, se
non hanno vitalità cosmica, la vita stessa dell'uomo è perduta».
E qui nasce la paura...
«Che è una delle più grandi
sfide ai dogmi d'Occidente e cioè alla volontà. Lo testimonia l'ossessione
patologica per la certezza di un grande genio della nostra filosofia, Cartesio. Sicché oggi siamo arrivati all'ossessione
per la sicurezza, la più grande malattia occidentale: trenta milioni di
soldati, milioni di armi in possesso dei singoli cittadini, assicurazioni!
Tutto frutto di un intellettuale che pensa: non sono sicuro. Grazie a Dio niente è sicuro. Uno degli effetti collaterali di questa
ossessione cartesiana è lo spostamento dell'interesse verso la realtà formale
delineata dalla matematica che l'uomo cerca di far coincidere con la vita
stessa: due più due fa sempre quattro.
Soddisfa il nostro desiderio di sicurezza, ma ci rende intolleranti».