![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 MAGGIO 2002 |
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Non aveva suscitato lo stesso scalpore il chip impiantato nella scatola cranica, che permette di muovere – con le sole onde elettriche del cervello – il cursore sullo schermo del computer. Eppure grazie a quel chip i pazienti del neurobiologo Phillip Kennedy e del neurochirurgo Roy Bakay, della Emory University di Atlanta, hanno potuto esprimere il loro pensiero pur essendo totalmente paralizzati (neanche più la favella, solo il cervello in funzione). Nessuno, giustamente, ha sollevato sospetti o dubbi sulla legittimità di quel progetto. Un uomo era trasformato in cyborg ma esclusivamente a fin di bene: pur in condizioni estreme, una vita veniva arricchita. Invece i distinguo si affollano fino a diventare un turbine, quando una società della Florida, la Applied Digital Solutions, mette in vendita, con l’ok della severa Food and Drug Administration, un microchip da impiantare sottopelle nell’avambraccio. Con questo device si può essere - sempre e dovunque - localizzati e salvati. Ma si è anche esposti a un controllo che supera, in raffinatezza, quello del Grande Fratello. I primi a prenotare VeryChip sono stati Jeff e Leslie Jacobs e il loro figlio Dereck. Altre famiglie stanno superando gli indugi. Per il microprocessore sottopelle si annunciano un’infinità di applicazioni. Servirà, prima di tutto, per rintracciare, via satellite, le persone sequestrate. Molti genitori lo prenoteranno per i loro bambini: l’intervento è indolore, un cerottino e non ci si pensa più. (La società produttrice pensa che il chip sarebbe molto utile per arginare il kidnapping in America Latina). Un giorno, le mamme potranno anche controllare se i ragazzini, giocando, si allontanano troppo da casa. Grande 12 millimetri per due, VeryChip può raccogliere molte informazioni essenziali. A cominciare da quelle riguardanti la salute di chi lo porta: gruppo sanguigno, malattie avute, farmaci che sta prendendo. Jeff Jacobs, il padre della prima famiglia bionica, sopravvissuto al cancro, vuole avere, dentro di sé, le informazioni necessarie p er essere curato tempestivamente, in caso di emergenza. Il microprocessore incorporato conterrà il numero del tesserino sanitario ma anche quello della carta di credito o della polizza assicurativa. Sbarrerà la strada al furto e alla contraffazione dei dati personali. Ma può essere consultato, con uno scanner, anche all’insaputa dell’interessato. Perciò Simon Davies, responsabile di Privacy International, si ribella: «Il mio istinto mi dice che questo chip è inutile e pericoloso. L’intimità tra tecnologia e carne ha superato ogni barriera». Jane Wakefield della Bbc prevede un grande mercato per il microchip sottopelle: dopo l’11 settembre 2001, «la questione sicurezza sta facendo diventare paranoici molti governi». E indubbiamente non c’è migliore tessera di riconoscimento di quella che, stando sotto la pelle, non ti abbandona mai. Sarà più semplice identificare le persone. Non è un caso che nella prima famiglia bionica, la madre, Leslie Jacobs, si sia convertita a VeryChip da quando ha visto che, sotto la immane rovina delle Twin Towers, molti cadaveri erano rimasti senza nome. Più allegra è la motivazione che spinge il figlio, Derek: vuole seguire l’esempio dello scienziato inglese Kevin Warwick che un microchip nel braccio se l’è fatto impiantare quattro anni fa. Warwick non ha angosce, ama il progresso perché ama il prossimo. All’Istituto di cibernetica dell’Università di Reading, ha messo in piedi il Progetto Cyborg. Obiettivo: capire se, attraverso un chip, una persona può trasmettere a un’altra pensieri ed emozioni. «Il cervello accetterà queste informazioni?», si domanda. «Mi basta riuscire ad aiutare anche una sola persona schiava di un handicap».