![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MAGGIO 2002 |
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Intervista a Remo Bodei, autore di un saggio dedicato a Freud,
alla psicanalisi e al suo valore nel mondo odierno: "Essa ci ha insegnato
a guardare oltre il territorio luminoso della razionalità per cogliere i lati
più oscuri dell'anima"/"Tra la scienza e la fede, c'è ancora la
possibilità di uno scambio diretto"
Psicanalisi
e filosofia, due categorie accomunate dalla capacità di scavare
nell'interiorità umana, ma che spesso si trovano in conflitto tra loro per
pareri, modelli d'interpretazione della realtà, opinioni sulla vita. A un
secolo dalla nascita della psicanalisi gli intellettuali sembrano dividersi in
due opposte scuole di pensiero : quella di quanti guardano con rinnovata
simpatia al metodo freudiano, e quella di coloro che lo considerano ormai
superato, insufficiente, se non addirittura fuorviante. Come sempre, è
possibile che la verità stia nel mezzo. E si tratta di una verità scomoda, che
parte dalla concretezza della natura umana e cerca di carpirne le zone d'ombra,
i lati oscuri e inafferrabili. L'uomo è ancora solo con sé stesso, con la sua
ricerca di senso e la sua paura di confrontarsi, di capire chi è realmente, di
indagare quelle pulsioni che regolano l'esistenza sotterranea della mente, la
sua disposizione all'altro. E il sostegno che un tempo veniva dalla religione o
dalle passioni viene oggi cercato nell'etica dei falsi impegni, della
filantropia televisiva, nel potere sconcertante di una politica non più rivolta
alle necessità reali dei cittadini, ma ai dettami atrofizzati dell'economia e
del mercato.
Un
cambiamento che affiora, pagina dopo pagina, in un volume di Remo Bodei, Il
dottor Freud e i nervi dell'anima (Donzelli, 111 pagine, 9,30 euro), un
saggio-intervista a cura di Cecilia Albarella, nel quale il filosofo tenta di
comprendere le attuali tendenze del metodo psicanalitico e il loro rapporto con
la vita quotidiana, con le sue ansie, con la caduta dei valori che caratterizza
la nostra società. All'autore di questo straordinario percorso filosofico e
antropologico domando quale sia, nella cultura contemporanea, la funzione della
psicanalisi.
"Purtroppo
negli ultimi anni - mi dice Remo Bodei - la psicanalisi ha subito una rapida
quanto pericolosa svalutazione. Si è cercato di screditare i suoi meccanismi,
il suo potere, e questo è stato un grave errore. Ciascuno di noi ha una sua
storia unica, irripetibile, fatta non solo di coscienza e razionalità, ma anche
di passioni irrazionali e incontrollate. Lo vediamo ogni notte, quando il sogno
comincia a mescolare i riferimenti concreti della giornata per far emergere
pulsioni e sentimenti inaspettati. Allora siamo soli con noi stessi, senza
falsi veli inibitori. Ignorare questo significa ignorare l'integrità stessa
dell'essere umano."
- In questa
svalutazione la filosofia ha delle responsabilità ?
"E'
difficile dirlo. Sicuramente anche gli ambienti filosofici non sono scevri da
pregiudizi e incompetenza. Del resto, non è detto che la filosofia insegni per
forza qualcosa, essa ha piuttosto una funzione di stimolo del ragionamento e
del pensiero."
- Come mai
si è giunti a disconoscere le valenze sociali, filosofiche e antropologiche del
pensiero freudiano ?
"Nel
parlare di Freud, oggi, si rischia di considerarlo superato, obsoleto, lontano
da noi. Una delle cause principali di questo fraintendimento deriva dall'aver
sopravvalutato e quindi deteriorato la sua dottrina. L'idea della psicanalisi è
entrata così profondamente nell'immaginario della contemporaneità da diventare
una sorta di sterile "officina dell'anima". Tutto ciò ha tolto peso,
importanza, complessità a una riflessione dai connotati molto più ampi e
complessi".
- Come si
può rimediare a questo fraintendimento?
"Restituendo
a Freud la giusta dignità di pensatore che ha firmato una delle intuizioni più
importanti del Ventesimo secolo. Evitando naturalmente di cadere nell'eccesso
opposto, come appunto è avvenuto in passato, in una mitizzazione che conduce a
uno schiacciante senso d'inferiorità. Bisogna valutare le idee nel giusto modo
e cercare di recuperare quell'invito ad aprirci all'altro che non è estraneo al
senso autentico della dottrina freudiana e che gli individualismi dei nostri
giorni hanno violentemente soppresso."
- Uno dei
temi fondamentali toccati dal suo libro è quello della follia. Ce ne può
parlare ?
"Sì, la
follia è un argomento importante all'interno di un pensiero generale sull'uomo.
Penso spesso, per esempio, a Montaigne che va a visitare il Tasso, ormai folle,
nel manicomio di Sant'Anna. C'è chi sostiene che la maggior parte delle persone
intelligenti finisca per cadere nella follia e io credo che, in un certo senso,
questo sia vero : i grandi uomini, infatti, sono quelli che hanno il coraggio
di scavalcare quel limite che, come una sorta di Colonne d'Ercole dell'anima,
traccia il confine tra la razionalità e il suo altro. Confesso di avere grande
ammirazione per chi, abbandonando il terreno sicuro della lucidità, si spinge a
interrogare il mistero dell'inconscio."
- Si tratta
di un percorso molto rischioso ?
"Sì,
perché indagare la follia significa mettere in discussione le certezze della
razionalità e del pensiero. Molti grandi artisti lo hanno capito, ma non hanno
saputo rinunciare a vedere cosa ci fosse al di là degli steccati, a varcare i
limiti del conosciuto per approdare all'altrove, dove logica e irrazionale
continuano a contendersi i territori della nostra anima."
- In un
simile percorso conoscitivo possiamo allora considerare l'arte come una
possibile via per la comprensione della verità?
"Le
risponderò citando Platone. Persino il grande filosofo greco, noto per la sua
dura condanna dell'arte, non biasimava l'arte in genere, ma quel tipo di
espressione artistica che rende stupida una persona, che ottunde i suoi sensi e
la sua facoltà di ragionare. L'arte è un miracolo perché tocca le corde più
profonde del nostro animo e ci permette di vivere esistenze parallele alla
nostra, di scarvalcare i tempi, lanciando tante provocazioni quanti sono gli
innumerevoli significati che essa può assumere."
- Un altro
punto nodale del suo saggio è il rapporto fra scienza e fede. In una società
dominata dalla tecnica, come quella contemporanea, crede che possa esistere un
dialogo tra questi due ambiti della realtà umana?
"Innanzitutto devo dire che non condivido l'uso del termine "tecnica" al singolare. Credo invece che sia doveroso parlare di "tecniche", di strategie volte allo sviluppo e al miglioramento delle condizioni dell'uomo. Quanto al rapporto tra la scienza e la fede, penso che ci sia ancora la possibilità di uno scambio diretto, legato al concetto di controllo. In teoria, più aumenta la tecnica, più aumenta la possibilità, per l'uomo, di controllare i percorsi della Storia ; ma allo stesso tempo aumenta la necessità di rispondere a una domanda fondamentale : esiste una razionalità pensante, un'energia intelligente che regola lo sviluppo dell'uomo? Personalmente, io credo di sì".