RASSEGNA STAMPA

30 APRILE 2002
editoriale
Eutanasia: no della Corte europea

Respinta la richiesta di una malata inglese che vuole mettere fine alle proprie sofferenze

Delusa la donna: "La legge mi ha tolto tutti i miei diritti"

Diane Pretty ha perso ieri l'ultima battaglia legale per scegliere quando mettere fine alla sua esistenza, ormai già irreparabilmente segnata da una malattia incurabile: la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha infatti respinto il suo ricorso contro il governo britannico per non aver garantito al marito Brian, che dovrebbe assisterla nel suicidio, la non perseguibilità penale. Il caso di Diane, 43 anni, già paralizzata dal collo in giù e destinata nell'arco di qualche mese a una dolorosa morte per soffocamento, si è intrecciato per una singolare coincidenza con quello di un'altra donna inglese che ha invece "conquistato" ed esercitato il suo diritto a morire: poche ore dopo la pronuncia di Strasburgo, a Londra è stata diffusa la notizia che "Miss B" è spirata nel sonno dopo aver fatto staccare il respiratore che la teneva artificialmente in vita. La signora Pretty - che non è fisicamente in grado di suicidarsi - aveva chiesto alla Corte europea che le fosse riconosciuto ciò che l'Alta Corte britannica le aveva negato: la possibilità di ricorrere all'estremo atto d'amore di Brian senza che questi rischiasse fino a quattordici anni di carcere. Ma i sette giudici di Strasburgo - nella prima e storica sentenza in materia di eutanasia - le hanno risposto "no" su tutta la linea. Il Regno Unito - hanno deciso - non ha infranto alcuno dei cinque articoli della Convenzione europea dei diritti dell'Uomo per i quali Diane aveva ipotizzato violazioni. La decisione della Corte - che è appellabile entro tre mesi - è stata accolta con enorme delusione da Diane e Brian Pretty: "La legge - ha detto la donna in una conferenza stampa a Londra attraverso la "voce" sintetica di un computer - mi ha privato di tutti i miei diritti". "Da un lato - le ha fatto eco il marito - sono sollevato dal fatto che potrò averla ancora un po' vicino a me, ma dall'altro sono molto triste: l'unica cosa che Diane chiedeva era poter scegliere quando morire. Questa opportunità le è stata negata e non è giusto". Il 19 marzo scorso, Diane si era sottoposta a un penoso viaggio a Strasburgo per essere presente all'udienza di fronte alla Corte: costretta su una sedia a rotelle e alimentata con una sonda, la donna è ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Anche allora aveva reclamato con dignità il suo diritto di scelta. Ma la Corte è stata di diverso avviso. In particolare, rispetto all'articolo 2 della Convenzione - ispirato alla salvaguardia del diritto alla vita - i giudici di Strasburgo hanno concluso che esso "non può essere interpretato come tale da conferire il diritto diametralmente opposto", cioè quello a morire. E pur dichiarando la loro "solidarietà" con Diane per le sofferenze che la attendono se non potrà contare sull'aiuto di Brian, i giudici non hanno sposato la sua tesi: il governo britannico, nel rifiutare un impegno a non perseguire penalmente il marito, non si è reso responsabile di un "trattamento inumano e degradante" nei suoi confronti, vietato dall'articolo 3. Uno stato - è stata l'interpretazione della Corte - non può essere obbligato a certificare gli atti che mirano a interrompere la vita. La Corte ha infine ritenuto infondati anche i residui punti sollevati nel ricorso di Diane: fra questi, la presunta discriminazione di cui sarebbe vittima rispetto alle persone che sono in grado di togliersi la vita senza dover ricorrere all'assistenza di un'altra persona. "Il suicidio assistito, in casi estremi come questo, deve essere preso in considerazione, altrimenti ogni atto di assistenza si trasforma in un'autentica violenza". È il commento di Amedeo Santosuosso, giudice del Tribunale di Milano e autore di saggi e libri su questioni di bioetica, alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani sul caso Pretty. "La motivazione che il diritto alla vita non si può tradurre nell'opposto non è condivisibile - ha detto Santosuosso -. A mio avviso il problema è un altro: che diritto hanno medici e società di non farsi carico delle sofferenze psicologiche estreme di chi è cosciente e non può dare seguito pratico alle proprie scelte?". In sostanza, il giudice milanese critica il punto in cui la sentenza della Corte di Strasburgo esclude l'esistenza di un diritto all'autodeterminazione, che riguarda cioè la possibilità di un individuo, in condizioni limite, di scegliere tra la vita e la morte: "La Corte - ha proseguito Santosuosso - ha sottovalutato la violenza insita del costringere una persona che, come in questo caso nulla può fare, a sopravvivere contro la sua volontà e a subire i trattamenti medici per curare la malattia". Il magistrato pone inoltre una serie di interrogativi: "Cosa accadrà quando miss Pretty non riuscirà più a respirare da sola? Verrà attaccata al respiratore ugualmente? Come ci si regolerà di fronte al fatto che non potrà fisicamente staccarsi dalla macchina?". Per Amedeo Santosuosso, l'unico punto condivisibile della sentenza è quello che riguarda il fatto che un giudice non può dare un'autorizzazione preventiva su fatti che ancora devono accadere. Diversamente giudicano la decisione della Corte di Strasburgo alcuni esponenti politici italiani. An e Margherita approvano infatti la decisione della Corte europea dei diritti umani di respingere la richiesta di eutanasia per Diane Pretty. Mentre i Radicali se la prendono con monsignor Elio Greccia e con i ministri Sirchia e Buttiglione che definisce "paladini del martirio e della morte". Riccardo Pedrizzi, responsabile nazionale di An per le politiche della famiglia, pur esprimendo "profonda pietà umana" per la Pretty, afferma che "la sentenza della Corte europea ha onorato la propria qualifica. Dare la morte - sostiene - anche se mascherato da suicidio assistito, è un omicidio, sarebbe stato contro i diritti dell'uomo, sarebbe stato antiumano. Inoltre, avrebbe violato il diritto naturale e quindi sarebbe stato antigiuridico e illegittimo dal punto di vista sociale e morale" e avrebbe costituito "un grave precedente in grado di aprire un varco giuridico pericolosissimo all'interno dell'Unione europea in favore dell'eutanasia". Per Giuseppe Fioroni (Margherita), la Corte europea si è mostrata "saggia", ma adesso ciò che serve è un "codice comune" perché "resta il fatto che si continua ad assistere e ad attendere a decisioni in cui l'elemento soggettivo è predominante: decisioni gravi come quella sul diritto alla vita o alla morte si rimettono al senso etico dei giudici, dei medici a volte persino dei familiari. Luca Coscioni, presidente dei Radicali italiani, invita "il Vaticano e monsignor Elio Sgreccia a non esultare per la decisione di Strasburgo, e di non scagliare anatemi contro la signora Pretty. Prevalga, una volta almeno, in chi si professa credente, il silenzio della preghiera", è l'appello di Coscioni.
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